Wadada, fenomenologia di un maestro

Di - 18/05/2015

Wadada Leo Smith, fenomenologia di un maestro

Non tutti i maestri sono uguali. C’è chi sceglie di farsi da parte, riducendo al minimo gli sconfinamenti, gli azzardi, i contatti con situazioni potenzialmente rischiose. E c’è chi invece si ostina a cercare, a condividere; tenendo fede a quella che del jazz è la suprema vocazione: la fisiologica tendenza a includere, in un continuo sovrapporsi e intrecciarsi di linguaggi, esperienze, generazioni.Wadada Leo Smith, trombettista, classe ’41, appartiene di diritto a questa seconda categoria. Dall’alto di una visione umana e sociale del fare jazz palesata fin dagli esordi alla corte di Muhal Richard Abrams alla fine degli anni Sessanta, nella Chicago dell’AACM; e poi via via nel primo quartetto di Anthony Braxton, a Parigi, nei ranghi della Creative Construction Company, al fianco di Derek Bailey e degli improvvisatori radicali europei, nei dischi pubblicati dalla benemerita Kabell (ristampati amorevolmente da John Zorn in un fondamentale cofanetto) e in quelli usciti di recente per la Pi, la finlandese TUM e la Cuneiform. Non tutti a fuoco, è vero, non tutti memorabili. Ma sempre e comunque puri nelle intenzioni, vitali, generosi. È musica fatta di slanci quella di Leo Smith, di incontri. Non ci sono calcoli, non c’è risparmio; contano il momento, l’energia, i legami, conta la verità. Ecco perché il maestro Wadada ha sempre e comunque qualcosa da dire. Ed ecco perché le testimonianze, comprese quelle digitali, vanno accumulandosi anno dopo anno.

Almeno una decina quelle messe in fila negli ultimi mesi di comparsate in studio ed esibizioni. Mesi che in questa mini guida vogliamo ripercorrere e raccontare. Buon ascolto. Buon Leo Smith…

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About Luca Canini

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