Things We Like: Maurice White

Di - 22/02/2016

Maurice White

 

In occasione della recente scomparsa di Maurice White, leader degli Earth, Wind and Fire, ripubblichiamo un articolo pubblicato nel marzo 2004.

Conosciuti per lo più grazie ai loro successi dance degli anni ’80, gli Earth, Wind and Fire sono stati uno dei gruppi più creativi della musica afroamericana degli ultimi trent’anni.

Sin dai primi due dischi (Earth, Wind and Fire e The Need of Love), la formazione fondata nel 1969 da Maurice White mirava ad una originale sintesi tra il soul, il jazz e il funk, sfruttando appieno le potenzialità espressive della combinazione tra la muscolare trama ritmica, le fluide sonorità dei fiati con la straripante vocalità in falsetto dello stesso leader e – successivamente – di Philip Bailey.

Se in termini di dinamica, la ritmica rimanda sostanzialmente alla migliore produzione di James Brown e Sly Stone, i fiati hanno il ruolo di perpetuare il clima soulful che contrassegnava i jazz club di Chicago, dove ebbe inizio negli anni ’60 la carriera artistica di Maurice White.

Diverso è negli EWF l’utilizzo dei fiati rispetto alla produzione discografica funky e soul targati Stax. Se si ascoltano brani appartenenti alle diverse fasi stilistiche del gruppo, a quei strumenti non era destinato un mero compito di sporadico contrappunto armonico. Ad essi White riserva in fase di scrittura e arrangiamento prolungati interventi solistici, che pochi anni dopo influenzeranno il sound dei Commodores, della Kool and the Gang (prima maniera) e dei Brass Construction solo per fare qualche nome.

Quanto alla marcata impronta jazzy della sezione fiati, varrà la pena di ricordare che Andrew Woolfolk era stato uno dei più brillanti allievi di Joe Henderson, mentre Don Myrick e Louis Satterfield avevano condiviso con White innumerevoli incisioni di jazz negli studi di registrazioni chicagoani.

Si aggiunga a questo la composita formazione musicale del leader, che già all’età di dodici anni faceva parte come cantante di una formazione gospel locale (The Rosehill Jubilettes).

Ma i suoi idoli erano anche i grandi protagonisti della fervida scena musicale jazz e soul di Chicago, dove il giovane cantante e batterista si trasferì alla fine degli anni ’50 per seguire il padre, medico condotto.

Decisivo fu l’incontro con Booker T. Jones, che lo introdusse nell’ambiente del R&B. Nel 1962 egli fu assunto dalla Chess come turnista in sala d’incisione, collaborando con Billy Stewart, Litte Milton, Etta James, Sonny Boy Williamson e Muddy Waters.

Nelle vesti di batterista solido ed affidabile, White entrò nella storia del R&B e soul jazz, partecipando con Fontella Bass all’incisione di “Rescue Me” e con Ramsey Lewis a quelle di “In the Crowd” e “Wade in the Water”.

Tutte le predette influenze si riverseranno nella copiosa produzione discografica degli EWF, che annovera opere notevolissime quali Last Days and Time, Head to the Sky, e Open Our Eyes, oltre ai già citati due album d’esordio.

A queste si aggiunge nell’album All’N’ All la marcata influenza della cultura musicale brasiliana. A differenza di tanti esperimenti di quegli anni, votati al recupero di un Brasile da cartolina, qui Maurice White rielabora nello splendido quanto breve bozzetto di “Brasilian Rhyme” alcuni temi di Milton Nascimento già incisi (1976) dal musicista di Minas Gerais con Wayne Shorter.

C’è poi il legame con l’Africa, simboleggiato dall’adozione del kalimba, che per il leader del gruppo ha sempre costituito il suo legame con la madre Nera. Il suono di tale strumento, avvertibile già in “The Need of Love”, diventerà insieme ai fiati ed alla vocalità in falsetto – un tratto distintivo della musica proposta dal gruppo.

Basta poi sfogliare le copertine dei loro dischi per intravedere nei continui rimandi all’iconografia egizia un altro segno di appartenenza alla millenaria cultura africana, che comunque non si traduce mai in un invito per i neri alla protesta ed alla violenza.

Anzi negli anni di maggior tensione interazziale (gli inizi degli anni ’70), gli EFW (pur incidendo la colonna sonora del film di Melvin Van Peebles
Sweet Sweetbacks Badassss Song) sposeranno la causa della fratellanza (“Open Our Eyes”, “Gratitude”, “Devotion”) e dell’amore universale (“Keep Your Head to the Sky”), sconfessando tanto la violenza etnica quanto le divisioni razziali fomentate dalle componenti più radicali della comunità afroamericana.

Tre fasi stilistiche segnano la carriera artistica degli EWF; la prima, che copre l’arco temporale compreso tra il 1969 e il 1977, pur essendo permeata da un elettrizzante tappeto sonoro votato alla commistione tra il jazz (“Energy”), il funk (“Power”) ed il soul (“That’s the way of the World”), è sempre ammorbidita sin dall’album d’esordio da una vocalità per lo più distesa e rilassata, che contrasta decisamente con il canto sanguigno e vibrante di James Brown o di Sly Stone.

La formazione musicale policentrica del gruppo informa in modo particolare Open Your Eyes, che giustappone (“Feeling Blue”) con classe la black music con gli echi del pop bianco, le influenze funk (“Mighty Mighty”, “Tee Nine Chee Bit”) con l’evocazione dell’Africa (“Kalimba Story”) fino al gusto soulful di “Fair but So Uncool”. Lo stesso dicasi per “Head to the Sky”, tutto giocato sul vocalismo del leader in bilico tra dinamismo, agilità ritmica e vena soulful (“Built Your Nest” e “Masquerade”).

Nel corso di questi 8 anni, il gruppo subì periodicamente forzate defezioni (fra tutte quelle di Ronnie Laws e Roland Bautista) e cambi d’organico, che non incisero mai sensibilmente sulla cifra stilistica delineata dal leader. Con l’ingresso (1972) nella formazione del cantante Philip Bailey, le atmosfere diventano invece più morbide, in linea con certo vocalismo affettato di marca Motown (Smokey Robinson tra tutti).

Ne discende un andamento chiaroscurale di un percorso sonoro che, comunque, suggerisce sempre nell’ascoltatore (ad esempio “Evil”, “Time Is on Your Side”) l’impressione di una forte tensione emotiva e sociale irrisolta.

Oltre al falsetto, altri elementi contribuirono a determinare i successi del gruppo: la straripante vitalità ritmica del bassista Verdine White e del chitarrista Al Mckay, che proiettò -soprattutto nelle esibizioni dal vivo- il leader verso avvincenti quanto fresche avventure sonore, mentre l’impiego di ben 3 trombe consentì al tessuto sonoro di ampliarsi sul registro acuto ed integrare il sax tenore di Andrew Woolfolk.

Inizia nel 1978 con “September” e “I Am” (1979) la fase del grande successo commerciale, che vede White e compagni dediti ad una musica ballabile, raffinata ma sempre ritmicamente accattivante (“Boogie Wonderland”, “In the Stone”) mista ad atmosfere morbide e patinate (“After the Love Has Gone”).

Giovò poi molto al gruppo la partecipazione al film ed alla relativa colonna sonora di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, interpretando “Got to Get You into My Life” dei Beatles.

Grazie a questo hit e “September” (entrambi inclusi in The Best of EWF, Vol. 1, Columbia, 1978), il gruppo riuscì a scalare le classifiche di vendita degli Stati Uniti, sconfinando nelle pop charts di mezzo mondo.

La grande popolarità dette a Maurice White la possibilità di scrivere e produrre artisti pop e soul da Jennifer Holliday a Barbra Streisand e Neil Diamond e di incidere un bel disco da solista. Lo stesso fece Philip Bailey con Chinese Wall, che lo portò a duettare con Phil Collins e a strizzare l’occhio alle sonorità rock.

Si può a ben ragione sostenere che dopo Faces del ’80, il successo commerciale provocò il lento inesorabile declino artistico del gruppo, che a partire da Raise decise di immettere sonorità elettriche nel proprio costrutto sonoro, snaturando una formula consolidata in 20 anni di carriera.

“Power Light”, “Electric Universe”, “Touch the World” sono dischi di raffinata dance, capace di attrarre i più giovani appassionati di musica, con soluzioni spesso uniformi e deludenti. L’intenso suono di gruppo creato dai fiati e dal vibrante pulsare del basso, è qui sostituito dal dilagare del sintetizzatore (con relativi effetti elettronici), che modifica radicalmente – banalizzandola -l’estetica musicale precedentemente perseguita da Maurice White.

Discografia consigliata:

Sweet Sweetback’s Baadasssss Song, Stax, 1970

Earth Wind And Fire, Warner Brothers, 1971

The Need Of Love, Warner Brothers, 1971

Last Days And Time, Columbia, 1972

Head To The Sky, Columbia, 1973

Open Our Eyes, Columbia, 1974

That’s The Way Of The World, Columbia, 1975

Gratitude, Columbia, 1975 (doppio disco, il cd è singolo)

Spirit, Columbia, 1976

All’ N All, Columbia, 1977

I Am, Columbia, 1979

 

Foto
Rob Verhorst/Redferns

About Maurizio Zerbo

You must be logged in to post a comment Login