Things We Like: Chic e Blood Sweat & Tears

Di - 04/04/2014
Chic

Impostisi alla fine degli anni ’70 grazie a capolavori come “I Want Your Love,” “Le Freak,” “Good Times,” gli Chic sono stati uno dei gruppi più originali della popular music di matrice afroamericana. È difficile dimenticare i loro riff all’unisono tra basso e chitarra, intorno ai quali si costruisce un tappeto sonoro leggero, trasparente ma incisivo.

Emblematico è in tal senso l’incipit strumentale di “Thinking Of You,” incluso nel disco prodotto per le Sister Sledge nel 1978: un gioiello di raffinatezza melodica, che con le sue venature gospel si rivela una delle perle più iridescenti della soul-disco. Cos’è se, non un capolavoro, quel riff conclusivo di violini in “I Want Your Love” replicato con una strabiliante tromba in stile latin?.

Se ciò ancora non bastasse a far entrare questo gruppo nell’olimpo musicale del ’900, le composizioni del chitarrista Nile Rodgers e del bassista Bernard Edwards hanno ridefinito i confini della dance music internazionale ed anche italiana (Change, Firefly, B.B. and Q. Band).

Basti pensare alle linee di basso di “Good Times” che hanno dato linfa al rap (“Rappers Delight”) della Sugarhill Gang, al soul {“Upside Down” di Diana Ross, al rock (“Another Bites the Dust” dei Queen e “Let’s Dance” di David Bowie), solo per fare qualche nome. Come negli anni ’20 i riff dell’orchestra di m: Fletcher Henderson sono stati il combustibile dello swing, così quelli degli Chic hanno segnato la storia ed il presente della soul-dance.

Frutto di una sapiente alchimia fra jazz, rock, r&b e suono della Motown, il secondo lp dei Blood Sweat & Tears vendette più di due milioni di copie nei soli Stati Uniti. È uno di quei casi in cui la qualità artistica è abbinata al grande successo commerciale. Il capolavoro dell’album (1969) è una magistrale rilettura di “God Bless The Child,” un classico del repertorio di Billie Holiday.

Lo informa un susseguirsi di brillanti trovate nel far convivere il canto rock-blues con un respiro ritmico jazzistico. Vi è poi quel climax finale intessuto di energiche atmosfere latine, che trasformano la cover in una risignificazione musicale del brano. Oltre alla superba voce di Dave Clayton, a rendere memorabile il disco contribuisce un memorabile omaggio alla musica di Erik Satie.

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