Roberto Bellatalla

Di - 12/09/2016

Intervista a Roberto Bellatalla

Se i concetti di fraternità e universalità da sempre caratterizzano il jazz in tutte le sue forme, senza dubbio e a buodiritto Roberto Bellatalla ne può essere considerato uno dei massimi ambasciatori.

Amsterdam, Londra, Johannesburg. Quaranta anni di storia (e di storie), poi il ritorno a casa. Ammesso e non concesso che il concetto di casa possa essere circoscritto entro le periferie di una sola, grande metropoli.

Per artisti come Bellatalla, “casa” è l’aria che si respira, gli sguardi che si incrociano, i colori che tingono le blue notes che scandiscono i tempi di una vita intera.

Una vita ripercorsa attraverso ricordi, aneddoti, volti e luminose pagine di musica che Roberto ci ha concesso di sfogliare insieme. Con il garbo e la gentilezza che lo contraddistinguono.

All About Jazz Italia: Nei primi anni Settanta, Amsterdam è stata la prima tappa del tuo lungo viaggio musicale e umano. Quali motivazioni ti spinsero a lasciare l’Italia e soprattutto quale aria musicale si respirava al tempo in Olanda rispetto al nostro paese?

Roberto Bellatalla: Gli anni Settanta sono stati caratterizzati da un grande fermento. Nella musica sono state scoperte e rivalutate cose che prima erano appannaggio soltanto di pochi studiosi ed esperti. È stato un momento di grande sintesi. Amsterdam, e l’Olanda tutta, negli anni Settanta erano un po’ l’emblema di questo nuovo modo di vedere e vivere le cose. Ci arrivai per suonare nel quartetto di Tristan Honsinger, con Sean Bergin e Radu Malfatti. Poi mi trattenni per un po’ di tempo. A quel tempo in Olanda il circuito jazz e della musica improvvisata era gestito dai musicisti stessi, due alla volta, designati con regolari elezioni a ogni scadenza di mandato. Forti pure di un discreto contributo economico da parte dello stato, essi hanno potuto gestire un circuito a livello nazionale che garantiva un lavoro degnamente retribuito e opportunità per tutti i musicisti residenti, curandosi pure della crescita delle nuove generazioni. Un sistema tutt’oggi in funzione, seppur con alcuni tagli di fondi statali.
Nella sola Amsterdam c’erano un sacco di posti dove si poteva ascoltare musica dal vivo di altissimo livello, non solo nella mitica Bimhuis. L’ultimo club a chiudere alle prime luci del mattino era il De Kroeg. Entravi e c’era da stropicciarsi gli occhi. Gran parte degli avventori erano musicisti, grandi musicisti, americani, europei, residenti o di passaggio. Seduti al bar chiacchieravano, bevevano, fumavano, magari giocavano al flipper. Oltre il bar, passata una porta, c’era il locale dove si faceva musica dal vivo. Anche lì, pezzi da novanta!

AAJI: Londra è stata per molti anni la tua casa, autentico melting pot di etnie, sperimentazioni e purissimi talenti. Quali analogie e divergenze intercorrevano tra il jazz statunitense e il jazz britannico di quegli anni?
RB: Londra rimane la mia casa, dove sta il mio cuore, il posto al mondo che conosco meglio. Sono profondamente legato a questa città, che ha il merito di donare un grande senso di appartenenza e alimentare il desiderio e la voglia di conoscere ed esplorare, di incontrare gente che, nella maggior parte dei casi, viene da altri paesi ed è perfettamente integrata. Una città ricca di cultura e di opportunità, dove la musica ha avuto un’evoluzione particolare. L’incontro tra culture diverse ha generato nuove forme di arte. Nella musica improvvisata questo significa la possibilità di arricchirsi enormemente a ogni incontro, a ogni concerto. La ricerca non è una cosa astratta, è una pratica giornaliera. Non ci sono dogmi o proclami, solo spazi da aprire, mondi da scoprire. Se uno vuole.
In questo credo che Londra e New York si somiglino molto…

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