Riascoltando

Di - 09/03/2014
Franco Fanigliulo

RIASCOLTATI. Ripensavo nei giorni scorsi, a 25 anni esatti dalla scomparsa, a quanto ingeneroso e cafone sia stato il tempo con Franco Fanigliulo. “A me mi piace vivere alla grande”, in concorso a Sanremo nel ’79, regalò al cantautore ligure i proverbiali quindici minuti di gloria. Ma al di là di quel brano, chi si ricorda di dischi e canzoni? Quasi nessuno, purtroppo. Ed è un vero peccato. I testi surreali, il canto stralunato, la teatralità esasperata: Fanigliulo meritava e merita di più. Ascoltare per credere un paio di gemme: “Mi ero scordato di me” e la trascinante “Non si sa mai”. Recuperatele e pentitevi di non averlo fatto prima. E magari recuperate anche la sgangherata “Davanti a me”, che Giuseppe Bertolucci e Roberto Benigni inserirono in Berlinguer ti voglio bene, affidandola agli improbabili “Romeo e los gringos”, quelli di «Cioni Mario deve correre subito a casa perché gli è morta la mamma». Il cantante di quegli impiastri da balera, vestiti di stracci colorati, era un Franco Fanigliulo in versione gitana con tirabaci impomatato.

RIASCOLTATI (2). Mi è ricapitato per le mani, un paio di giorni fa, un CD che non mettevo nel lettore da un bel pezzo: The Modern Jazz Society Presents a Concert of Modern Music. Anno di grazia 1955, da un’idea di John Lewis e Gunther Schuller. In studio, sotto l’egida di Norman Granz, i vari Tony Scott, J.J. Johnson, Stan Getz, Percy Heath, Connie Kay. Stelle di prima grandezza in una delle più riuscite espressioni di quella che, pomposamente, allora si chiamava Third Stream, etichetta che tra la fine dei Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, spesso a sproposito, veniva appiccicata a qualsiasi tentativo di far convivere il jazz e la musica classica. Riascoltavo e ne godevo. Buon gusto da vendere e intuizioni felici in abbondanza. Come i celestiali arpeggi che introducono la sognante “Django”, scritta da Lewis e arrangiata per l’occasione da Schuller.

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