Ralph Towner: un americano a Roma

Di - 01/05/2017

Ralph Towner: un americano a Roma

Ralph Towner rappresenta sicuramente una figura atipica nel vasto mondo della chitarra jazz. In primo luogo per gli strumenti usati: la chitarra classica, che negli anni ’60 in ambito jazzistico era utilizzata solamente da musicisti legati alla musica brasiliana come Charlie Byrd, Laurindo Almeida e Bola Sete, e la chitarra 12-corde, che proveniva dal mondo folk ed era praticamente sconosciuta al jazz. Towner ha quindi sviluppato una propria tecnica strumentale senza potersi rifare a nessun altro chitarrista, ma sintetizzando in autonomia le proprie varie esperienze musicali (pianista autodidatta e diplomato in tromba e composizione, ha scoperto la chitarra solo a 22 anni).

Membro fondatore nei primi anni ’70 degli Oregon, gruppo artefice di un’ardita e innovativa sintesi tra jazz, classica, folk e world music, il chitarrista è uno dei nomi di spicco della ECM, con la quale ha inciso la quasi totalità della sua produzione solistica già a partire dal 1972, e che ha appena pubblicato il suo ultimo album per sola chitarra, My Foolish Heart.

Abbiamo incontrato il chitarrista nella sua casa romana, per una chiacchierata in generale sulla sua carriera e il suo particolare approccio alla musica e allo strumento.

All About Jazz: Partiamo con alcune informazioni sulla tua biografia e la tua educazione musicale. È stata la tromba il primo strumento su cui hai ricevuto un’istruzione formale?

Ralph Towner: Sì, avevo 6 anni quando ho cominciato con la tromba. Suonavo già il piano, mia madre era maestra di piano, io ero un bambino testardo e mi rifiutavo di prendere lezioni da lei, ascoltavo dal fondo della stanza le lezioni di piano che dava. Ho sempre avuto questo particolare dono, comporre e improvvisare è qualcosa che ho sempre fatto in modo naturale fin dall’inizio. Ho veramente cominciato a evolvermi quando ho iniziato a imitare i dischi e altri pianisti, ma non mi sono dedicato seriamente a suonare il piano fino a più tardi.

Suonavo jazz sulla tromba, sono nato nel 1940 e avevo due fratelli molto più vecchi di me che hanno partecipato alla seconda guerra mondiale, e hanno collezionato un sacco di dischi di musica per swing band, qualcosa di Duke Ellington, tutto Benny Goodman e anche dischi del Nat “King” Cole, così ho imparato tutti quegli standard, anche suonando sui libri per la tromba, e mia madre mi accompagnava al piano.

Ho cominciato a suonare in gruppi di Dixieland e musica da ballo quando ero giovanissimo. Mio cognato suonava il contrabbasso in un gruppo di musica da ballo e mi aveva permesso di suonare in un club, credo fosse il bar di un albergo, quando avevo 12 anni, e mi portava fuori negli intervalli perché era illegale per me stare al bar! [Ride] Non ero veramente interessato a diventare un pianista finché non sentii Bill Evans con Scott LaFaro. Ho ascoltato tanti altri pianisti e li sapevo imitare un po’ ma il piano mi serviva per la composizione classica. Sono andato all’università [dove ha conosciuto e fatto amicizia con il contrabbassista Glen Moore, suo futuro compagno negli Oregon -N.d.R.] e mi sono diplomato in composizione.

AAJ: Quando hai cominciato a interessarti alla chitarra?

RT: Non avevo ancora sentito la chitarra classica fino all’ultimo anno dei miei studi, quando ascoltai uno studente che la suonava. Ne rimasi affascinato, e in qualche modo riuscii a comprarne una quasi per niente, ricordo che costò qualcosa come 100 dollari…

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Foto di copertina: Luciano Rossetti (Phocus Agency)

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