Piccola guida al nuovo jazz italiano

Di - 30/11/2015

Piccola guida al nuovo jazz italiano

Non è vero che il jazz italiano sta bene. Non è vero che siamo il paese dei festival e che abbiamo musicisti che tutto il mondo ci invidia. Possiamo raccontarcela tra di noi, se vi va. Facendo finta che questo sia il migliore dei mondi possibili e che il sole dell’avvenire splenda alto sopra l’orizzonte, ma la verità è un’altra: il sistema jazz nel suo complesso è dannatamente arretrato rispetto al resto del continente, zavorrato dal provincialismo e fiaccato da una mancanza di professionalità a tutti i livelli (stampa compresa, tanto per non dare adito a prevedibili mugugni). Disfattismo? Mi sa proprio di no. Tristezza mista a rassegnazione (o a qualcosa di simile).

Unico, prezioso conforto la curiosità e il talento dei tanti musicisti che, nonostante tutto (a volte anche nonostante loro stessi), tengono in vita la scena. C’è una generazione di mezzo là fuori -diciamo tra i 25 e i 45, tanto per approssimare -che a fatica, annaspando, prova a restare a galla nel mare magnum dell’italico niente. Forse un po’ dispersa e impaurita, ma capace di picchi artistici notevoli. Come testimoniano gli ultimi mesi di uscite e pubblicazioni. Talmente tante da meritare un piccolo riepilogo. Non una guida esaustiva e nemmeno un resoconto del meglio; soltanto una proposta di viaggio. Un invito ad ascoltare e a sostenere. Perché mai come in questo momento il jazz italiano ha bisogno di amici veri.

Tony Cattano Ottetto
L’uomo poco distante
Fonterossa Records
Valutazione: * * * * ½

Il disco che non ti aspetti. E, a parere di chi scrive, uno dei vertici assoluti degli ultimi due o tre anni in jazz. Per qualità della scrittura, degli arrangiamenti, singolarità dell’ispirazione, profondità di sguardo e carica emotiva. Un viaggio malinconico lungo strade bruciate dal sole che potrebbero essere quelle della Sicilia di Gesualdo Bufalino o della Liguria di Eugenio Montale. Evitando gli ammiccamenti, senza piaggeria, semplicemente pescando a piene mani nell’immaginario che a suo tempo ha alimentato le visioni di Fellini e Germi, Rota e Rustichelli, Sciascia e Pirandello. Un jazz (poco jazz) dal taglio bandistico, cinematografico, schiettamente popolare, che poco o nulla concede all’improvvisazione, agli svolazzi (un solo clarinetto di Marco Colonna all’inizio di “Windows and Works” è l’unico passaggio scomposto dell’intera scaletta)…

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