Concerti contemporanei terzo anno
Bologna, Reggio Emilia, Modena - 6-8.10.2006
Quello dell'uscita da teatro dopo una performance è un momento in certo modo fondamentale.
È il momento in cui si erompe definitivamente dall'amniotica fruizione individuale per ricongiungersi con la collettività degli altri spettatori; il momento in cui ci si rituffa all'aria aperta per riprendere contatto col mondo; in sui si rimane pigiati tra le maschere che premono per liberare il foyer e chi, già fuori, oppone resistenza, totalmente disinteressato all'avanzata delle retrovie; in cui si scorrono più o meno platealmente i volti e le espressioni in cerca di conferma, in cerca di un segno sull'andamento della serata.
E all'uscita dal Manzoni a Bologna, subito dopo il primo degli angelici Concerti contemporanei, il verdetto è palesemente unanime: è un indistinto aroma di soddisfazione ed eccitazione che aleggia nel ristretto spazio antistante il teatro, impietosamente mischiato alle già spesse coltri di nicotina di seconda mano.
Ma per coloro che hanno la pazienza di aspettare e che sanno dove andare a cercare, è la scena che va consumandosi nel vicolo di lato al teatro quella in cui si distilla il senso profondo della terza edizione di questo esemplare appuntamento musicale.
Una manciata di persone irrigidite nella frescura della stagione, solidali nella certezza di non attendere invano. Quando dal fianco del teatro fuoriesce timidamente chi solo potrà spezzare l’incanto fiabesco, dapprima è solo un fremito muscolare a smuovere questi veri credenti: un tendersi dei colli, un proiettarsi delle giunture.
Ornette Coleman è un omino timido e pacato. Si direbbe quasi bidimensionale, ma il suo Mito viene oggi a dismisura ingigantito dalla concreta tridimensionalità di cui Angelica e i teatri di Bologna, Reggio Emilia e Modena ci hanno voluto e saputo fare dono.
Poi la scena s’avvita in una dinamica spirale di gratitudine, che pare rimbalzare senza posa tra Ornette e quanti sono accorsi ad ascoltarlo.
Il battito delle poche mani presenti ha, se non l’intensità, il medesimo vigore e calore dell’applauso dell’intero teatro che ha poco prima salutato l’uscita di scena del musicista, dando il via ad un composto succedersi interminabile di istantanee udienze presso Ornette: tutti vogliono toccarlo, tutti vogliono avvicinarglisi, tutti vogliono manifestargli la propria presenza. E Ornette avrà un sorriso, una mano, una parola, un gesto e uno sguardo per ciascuno.
La sua risalita lungo quel vicolo sarà lenta e intermittente. E anche quando lo si vede finalmente scomparire dietro l’angolo, ecco che riparte in lontananza l’appaluso.
Questo, si diceva, il senso della presenza di Ornette Coleman a Concerti Contemporanei.
Il senso di ribadire sonoramente un nodo fondamentale dell’evoluzione musicale. Di ricongiungere il pubblico con chi, fra i primi, ha maggiormente contribuito ad indicare modalità espressive affatto nuove alla creative music, nonché ad ispirare maggior consapevolezza al creative musician. Di far toccare con mano il Mito affinché possa rigenerarsi la fiducia, l’attenzione e la forza di questa musica.
La presenza di Ornette a Concerti contemporanei pare spiegarsi semplicemente in termini di necessità. Per quelle angeliche vie che già hanno concretizzato eventi eccezionali con Stockhausen e Goebbels, si giunge quest’anno ad un’affermazione programmatica forte, ad un’opportunità si direbbe di guarigione, la cui importanza è testimoniata dalle migliaia di persone che hanno letteralmente riempito le sale per questi concerti, accorse perché di Ornette, della sua musica e delle sue parole si avverte il bisogno. Un bisogno - ormai - atavico, forse, come quello di chi persa la rotta sul mare notturno abbandona la bussola per trovare conforto nel cielo stellato.

E così com’è parsa cosa giusta dedicare a Ornette Coleman questa terza edizione, perfettamente logica se non inevitabile è stata la scelta di aprire la tre giorni di "Sound Grammar" con la sgrammaticata "Skies of America".
In queste serate in cui la componente emotiva e mitopoietica vale assai più di quella estetico-formale, "Skies of America" trova il suo senso e la sua collocazione d’onore certo non nella bontà della sua scrittura quanto piuttosto nel potere semantico di ribadire concetti fondamentali ma spesso latenti. Skies of America - la sua storia, la sua concretizzazione, la sua esecuzione oggi - funziona quindi come veicolo per lo sdoganamento della figura del compositore afroamericano; per l’affermazione di modalità originarie in un ambito altamente formalizzato e quindi tendenzialmente impermeabile; per l’urgente impulso ad una crescente e salutare libertà.
La creatura sinfonica colemaniana si presenta a Bologna in vesti ulteriormente elaborate rispetto alle edizioni precedenti; agghindata negli ampi drappi monocromi (e monotoni) di spettanza dell’Orchestra del Comunale di Bologna diretta da Aldo Sisillo, la cui grigia rigidità contrastava splendidamente con le brillanti sezioni affidate al quartetto del compositore e sassofonista texano.
Qualsiasi variante dell’idea di integrazione fra l’orchestra e gli improvvisatori è negata, cioè accantonata per far posto a scelte maggiormente consapevoli, recuperata al limite con spirito inverso, diverso o beffardo.
I rari momenti d’incontro non convincono appieno, proprio per la diversa urgenza dei due soggetti coinvolti: la musica di Ornette non sembra tollerare la pagina scritta, come noi del resto, infinitamente più attratti dalla possibilità di ascoltare gli improvvisatori che non dall’eventualità di dare un senso all’orchestra alle loro spalle.
E Ornette 'at 76' suona divinamente (eccediamo consapevolmente). Udire la sua voce/suono, intatta, vivida e screziata come ce la si ricordava o immaginava dal supporto fonografico; riconoscerne le inflessioni e il fraseggio tipico; apprezzarne la portata un tempo rivoluzionaria, oggi che la strada maestra è stata ampiamente battuta e già si dirama verso altre frontiere è un piacere intimo e salutare, da nostalgici combattenti. E sapere che si avranno altre due occasioni immediate per goderne è galvanizzante.
Non fosse bastata la Musica, non fosse bastata la Storia a convincere della sua statura, Ornette regala a fine concerto un gesto delizioso, talmente semplice da risultare imbarazzante per quanti non l’abbiano mai compiuto prima: passa in rassegna l’intera orchestra, ringraziando i musicisti uno ad uno per aver dato voce/suono alle sue idee. Confondendosi, poi, ringraziando anche più di una volta. Questione di stile.
Per i concerti successivi è lecito accantonare per un attimo il Mito e concentrarsi sulla musica che Ornette Coleman sa proporre oggi.
Con poche variazioni - più di tempi che di temi - i due concerti di Reggio Emilia e Modena hanno di fatto presentato il materiale contenuto nel nuovo documento discografico Sound Grammar, oltre ad offrire tre immacolate versioni di "Lonely Woman" quale anelato balsamico bis.
Sostituendo per l’occasione le meravigliose ombreggiature di Greg Cohen con l’elettrica chitarra-basso di Al McDowell il nuovo quartetto di Ornette suonava un po’ come The Original Quartet Meets Prime Time, con Tony Falanga più libero di giostrarsi tra le sfumature del pizzicato e dell’arco e il sound complessivo gratificato dalle potenzialità liberate dall’avere i due bassi ancora più indipendenti, tanto timbricamente quanto tecnicamente.
La proposta musicale si è costantemente mantenuta nei paraggi del ‘puro-Ornette’, con modalità espressive e interattive che restituivano intatta l’idea armolodica di base, aggiornandola secondo un sentire forse meno audace, più ponderato, ma per certi versi ancor più convincente delle potenzialità di questa prospettiva musicale.
Assolutamente non convincente rimane l’imperizia di Denardo Coleman, inverosimilmente legnoso, inutilmente bloccato su posizioni statiche, sfrontatamente inadeguato al momento. In più di un momento si è di fatto reso responsabile del trattenere pesantemente a terra la musica del padre; di far naufragare l’idillio musicale in mero calcolo metrico.
Difficile riuscire ad escludere dall’ascolto questo singolo canale fracassato; tanto quanto riuscire a non immaginare a quali altitudini potrebbe ulteriormente ambire questa musica, se fosse eseguita da un batterista che, al contrario di Denardo, abbia ascoltato e inteso la musica e le idee di Ornette.
Denardo a parte, il quartetto ha dato mostra di saldi principi decostruzionisti, svincolandosi prontamente dai temi morbidi e solari di Ornette per imbrigliare l’interazione in maglie costantemente allentate, dai nodi fugaci e mobili.
Ornette - meraviglioso al sax, meno incisivo nei granitici passaggi al violino e alla tromba, sfoggiati col piglio di chi è tenuto a farlo - rimane costantemente il centro focale dell’elaborazione musicale; quello che lancia, vaglia e risponde alle nuove idee generate di momento in momento da e tra i due bassisti, superlativi, soprattutto quando a Modena abbandonano la libertà individuale per concentrarsi sulle libertà di creare collettivamente una singola idea.
In tutto questo tripudio emotivo, rimane da capire quale fosse il senso dell’inserire in programma (entrambe le sere!) l’esecuzione di un brano della prima suite per violoncello di Bach, brillantemente ripresa da Falanga ma nondimeno armolodicamente di dubbia utilità, se lo stesso Ornette si è limitato a offrirvi pochi laconici vagiti.
Finale con sorpresa di dubbia riuscita, poi, in chiusura del concerto di Modena, quando ad affiancare il gruppo per i due bis si è materializzata, reduce da una dubbia mascherata in piazza a Bologna, la sottile grigia figura di Patti Smith, alla quale se anche si può concedere di aver donato sfumature esotiche a "Lonely Woman" con i suoi aspri e sgraziati miagolii, difficilmente si può tributare plauso per avere trasformato "Turnaround" in un bluesaccio da escursione campestre, rubando la scena ai musicisti e protraendo inverosimilmente la durata del pezzo.
Per quanto incespicata in acciacchi di poco conto, la presenza di Ornette ci ricongiunge con l’idea originaria di un ramo felice e vitale della creative music; un’idea che è bene rispolverare di tanto in tanto, se non altro per scoprire quali frutti sia ancora in grado di dare.
Foto di Claudio Casanova [per ulteriori immagini visita la galleria immagini]
Visita il sito di Ornette Coleman.
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