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Jazz e narrativa 1: il Novecento secondo Baricco
Pubblicato: November 4, 2009
E' possibile ricostruire in poche pagine lo spirito dei primi decenni del Ventesimo secolo? Quello spirito altalenante fra avanguardia iconoclasta e ritorno all'ordine, fra modernismo e primitivismo, fra irrequietezza intellettuale e perbenismo borghese? Alessandro Baricco ha tentato di farlo calando a cavallo fra gli anni Venti e i Trenta una fiction avvincente, intessuta di una musica che ha molti punti in comune con il jazz ed ambientata su un transatlantico, spazio simbolico e favolistico, luogo di tutte le contraddizioni sociali dell'epoca, unico mezzo di trasporto che potesse dare concretezza alle aspirazioni verso la mitica America. Si tratta di "Novecento" (Feltrinelli, 1994), breve racconto in forma di monologo, dalla struttura compatta ed unitaria, assai meno complessa dei due romanzi di Baricco che lo hanno preceduto: "Castelli di rabbia," 1991, e "Oceano mare," 1993. Scritto per l'attore Eugenio Allegri ed il regista Gabriele Vacis, che lo hanno rappresentato sulle scene teatrali nella stagione '94-'95 dopo il debutto avvenuto al festival di Asti nel luglio 1994, "Novecento" è stato messo in onda anche su Radio Tre la sera del 27 dicembre 1994. A proposito della recitazione di Allegri è appena il caso di rilevare la pronuncia staccata ed un accento che sembrano coniugare la cadenza torinese all'yddish con risultati di un'asprezza un po' manierata. Indubbiamente si tratta di un'interpretazione ragionata e legittima, probabilmente concordata con lo stesso Baricco; certo non è l'unica e forse nemmeno la più convincente fra quelle possibili. Ma veniamo al testo con un orecchio particolarmente attento alla musica che cerca di evocare. Il singolare protagonista è un trovatello, nato e subito abbandonato sul transatlantico Virginian. Detto per inciso, una nave dal nome RMS Virginian, varata nel 1995 e smantellata nel 1954, è veramente esistita; fra l'altro nell'aprile 1912 è intervenuta in soccorso dei naufraghi del Titanic. Inoltre, nella casistica combinatoria degli ottantotto tasti del pianoforte egli, carattere schivo e di poche parole ma bambino prodigio, ha scoperto il suo più congeniale mezzo di comunicazione, la sua forma d'espressione più esuberante. Del Virginian diventa il pianista in pianta stabile, inventando musica per ogni occasione e per ognuna delle tre classi che accolgono i passeggeri della nave. Novecento emerge senza dubbio come il solista più straordinario della Atlantic Jazz Band, formazione guidata da Fritz Hermann, di evidente origine tedesca, "che non capiva niente di musica ma aveva una bella faccia per cui dirigeva la band". Ma che musica suona Novecento, che della band costituisce il perno incrollabile e caratterizzante? Indubbiamente la sua musica, come ci viene descritta da Baricco tramite la rievocazione del trombettista, ha molti caratteri jazzistici. Innanzi tutto il pianista, come molti jazzmen dell'epoca, è un completo autodidatta: da bambino ha imparato a suonare con lunghe, segrete esercitazioni o, più probabilmente, per naturale istinto, per divina folgorazione. Finché non lo scoprono una notte "seduto sul seggiolino del pianoforte, con le gambe che penzolavano giù, non toccavano nemmeno per terra... Suonava non so che diavolo di musica, ma piccola e... bella. Non c'era trucco, era proprio lui a suonare, le sue mani, su quei tasti, dio sa come. E bisognava sentire cosa gli veniva fuori". Questa musica di spontaneo candore e inedita originalità ha dunque tutti i caratteri dell'improvvisazione, nel senso che prende forma istantaneamente nel momento del suo concepimento. "Lui suonava... Non esisteva quella roba, prima che la suonasse lui, okay?, non c'era da nessuna parte. E quando lui si alzava dal piano, non c'era più... e non c'era più per sempre...". La composizione e l'esecuzione quindi coincidono ed ogni interpretazione si configura come fatto irripetibile. Pure sotto questo profilo dunque la musica di Novecento è assimilabile al jazz, anche se il concetto di improvvisazione jazzistica assume un significato complesso, che va ben oltre il senso di mera invenzione estemporanea. Infine il multiforme ed umorale pianismo del nostro protagonista, la cui fama si è ormai diffusa anche sulla terra ferma, sa essere anche di strabiliante virtuosismo. È appunto con quest'arma che riesce a sbaragliare Jelly Roll Morton in persona, salito sulla nave proprio per ingaggiare con lui una sfida senza esclusione di colpi, da lasciare gli ascoltatori col fiato sospeso. Dopo due brani, un ragtime ed un blues di toccante leggerezza, in cui Morton dimostra la sua superiorità, alla terza prova Novecento si scatena in frasi di tale inaspettata arditezza e frenetica velocità da umiliare il famoso avversario che si ritira indispettito. Pertanto la musica di Novecento, spontanea, improvvisata, immaginifica, carica di swing e di virtuosismo, sembrerebbe in tutto e per tutto jazz. Anzi, ci appare decisamente calata nel suo tempo e paragonabile a quel jazz di intrattenimento, esuberante e spensierato, che veniva esibito per esempio al Cotton Club di Harlem, fra le scenografie di cartone del jungle style, a cominciare dalla fine degli anni Venti. La contemporanea rappresentazione grafica di questo tipo di jazz la possiamo rintracciare nei bei manifesti di Paul Colin, nel quadro Il blues di Stuard Davis del 1925, o anche nelle buste dei dischi a 78 giri di produzione europea, nelle quali l'esagitato e caricaturale dinamismo di un'orchestrina di neri veniva contrapposto alla longilinea e composta eleganza del pubblico danzante, ovviamente bianco. Ma ad un'analisi più attenta si scopre che manca qualcosa che impedisce al cerchio di chiudersi, cioè c'è una caratteristica essenziale al jazz che, per forza di cose, non può appartenere al mondo musicale del nostro eroe, vale a dire un preciso retroterra culturale. Orfano dei veri genitori, condizionato dalla sua paranoica scelta di autosegregazione, cullatosi nell'ambiente sociale del transatlantico, vario e rutilante, ma senza riferimenti fissi, spinto dall'istinto e dalla tecnica prodigiosa ad una espressione comunicativa e frizzante, ma tutto sommato superficiale, Novecento non ha vere radici e la sua musica non può essere espressione di una determinata cultura popolare. Non può confrontarsi con una tradizione da rinnegare o da sviluppare e, a ben vedere, egli non è del tutto consapevole di ciò che sta suonando; tanto è vero che dopo lo scontro vittorioso con Jelly Roll, esponente autentico ed emblematico della musica afroamericana di quel periodo, guardandolo scendere dalla nave sussurra fra sé e sé: "E in culo anche il jazz".
È un eclettico, interessato a tutte le espressioni artistiche. Franco Fayenz non perde occasione di dire che è molto esigente, ma forse non è vero. Per saperne di piu' su Libero...
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E' possibile ricostruire in poche pagine lo spirito dei primi decenni del Ventesimo secolo? Quello spirito altalenante fra avanguardia iconoclasta e ritorno all'ordine, fra modernismo e primitivismo, fra irrequietezza intellettuale e perbenismo borghese? Alessandro Baricco ha tentato di farlo calando a cavallo fra gli anni Venti e i Trenta una fiction avvincente, intessuta di una musica che ha molti punti in comune con il jazz ed ambientata su un transatlantico, spazio simbolico e favolistico, luogo di tutte le contraddizioni sociali dell'epoca, unico mezzo di trasporto che potesse dare concretezza alle aspirazioni verso la mitica America.
È anche il caso di accennare al fatto che nel 1998 da questo racconto Giuseppe Tornatore ha tratto il film "La leggenda del pianista sull'oceano," una ricca produzione italo-statunitense assai fedele al testo di Baricco. La colonna sonora, dovuta a Ennio Morricone assistito da Amedeo Tommasi, affida alla tromba di Cicci Santucci il tema principale. L'interprete di tutti i brani pianistici è invece Gilda Buttà, pianista classica di grande esperienza che ha collaborato con compositori di musica da film quali Luis Bacalov, Nicola Piovani e soprattutto lo stesso Morricone.
Analogamente all'eroe de "Il barone rampante," man mano che cresce Novecento si autocostringe in un microcosmo limitato, ma per questo vivibile, che gli permette di catalogare con distacco le cose del mondo da una propria ottica personale. Come il Cosimo di Calvino ha deciso di non mettere mai più piede sul terreno, creandosi un habitat esclusivo e sufficientemente confortevole fra le fronde degli alberi, così Novecento, nato per caso su una nave in rotta verso il Nuovo Continente, non osa mai scendere sulla terra ferma nel corso di tutta la sua vita. La sua caparbia coerenza arriva al punto di decidere di morire assieme al piroscafo, che ormai messo in disarmo viene fatto saltare.
Assai significativi sono a tale proposito i nomi degli altri membri del gruppo: alla tromba Tim Tooney, che fra l'altro è la voce narrante che ci racconta la storia di Novecento; al banjo Oscar Delaguerra, ovviamente un oriundo italiano; al trombone Jim "Breath" Gallup (un irlandese?); alla chitarra Samuel Hockins, l'immancabile ebreo; al clarinetto Sam "Sleepy" Washington. Stona un po' il nome di quest'ultimo, che è l'unico a rivelare un'origine neroamericana in un'orchestra di bianchi: cosa che negli anni Venti non era impossibile, ma certo non frequente.
In terzo luogo la musica di Novecento si adatta alle situazioni, è mutevole e ricettiva: quella "dovuta," di intrattenimento, eseguita con l'orchestrina e destinata alle occasioni danzanti ufficiali della prima classe, è assai diversa da quella che suona unicamente per se stesso in tutta solitudine, magari nel pieno di un violento uragano, quasi per sprigionare la propria creatività in sintonia con la forza scatenata della natura. Al di sopra del mestiere, del dover suonare per guadagnarsi da vivere, esperienza che hanno conosciuto bene molti jazzmen, sta sempre e comunque l'urgenza espressiva. 

