Saalfelden - Austria - 27-30.08.2009
Quello che si svolge da trent'anni a Saalfelden, tra le splendide montagne del salisburghese, è senz'altro uno dei festival più importanti d'Europa e - per il rigore del proprio programma e la selezionata scelta dei partecipanti - è anche una delle rassegne che "dicono qualcosa" riguardo alle direzioni del jazz contemporaneo. Le indicazioni che sono sembrate venire dal festival di quest'anno erano assai interessanti, anche se forse un po' inquietanti.
Sul piano generale, come vedremo, si è infatti assistito a una preponderanza di proposte che, pur nelle loro anche marcate differenze, erano contraddistinte da alcuni caratteri comuni:
1. il collettivismo, ovvero la prevalenza del gruppo sull'espressività dei singoli;
2. l'esasperazione dei volumi sonori, spesso così alti da rendere quasi impossibile la distinzione delle diverse voci;
3. una sorta di "fuga dalle frasi" e dalla narrazione - tanto lirica, quanto libera - a favore di un astratto espressionismo;
4. la conseguente prevalenza di "muraglie sonore," masse di effetti acustici che investivano lo spettatore come abbracciandolo e trascinandolo al loro interno, senza quasi lasciargli il tempo di una percezione definita.
Tutto questo è ovviamente andato in scena secondo le modalità più diversificate: spesso a partire da tendenze rock (scelta che da tempo caratterizza gli orientamenti artistici del festival), talora più vicine all'eredità del free, altre volte invece d'ispirazione downtown; in alcuni casi con ampio impiego di elettronica ed effetti, in altri invece su sonorità del tutto acustiche; talora attraverso lo studio e la realizzazione di strutture complesse e sofisticate, talaltra invece basandosi temi semplici, reiterati e minimalisti; e così via.
Questi orientamenti sono apparsi palesi tanto nel Main Stage, quanto negli Short Cuts, che tradizionalmente dovrebbero raccogliere proposte (in genere di organici più ristretti) maggiormente sperimentali o innovative, ma che in questo caso non hanno mostrato sostanziale differenza generale di scelte estetiche.
Differenze che sono viceversa apparse nei City Stage, i concerti proposti gratuitamente in piazza, tutti incentrati su proposte volte a "rileggere" liberamente, attraverso il jazz e non solo, musiche popolari delle più diverse provenienze geografiche. Una separazione di ambiti forse troppo netta e che è sembrata quasi suggerire una differenza di valore, destinando certe proposte solo agli appassionati (paganti) e certe altre (oltre tutto in orari atipici) al pubblico "di passaggio" (e per questo non pagante), forse ritenuto discutibilmente incapace di apprezzare le prime.
Ma veniamo al dettaglio del programma dei quattro giorni di festival.
Giovedì 27 agosto
Di fatto aperto nel pomeriggio dai concerti di piazza dei due gruppi tedeschi Al Jawala Asphalt Pirate Radio (che combina dance e musica balcanica) e Mardi Gras.bb (ottetto di fiati e percussioni in stile bandistico rivisitato), il festival aveva fin dalla prima serata in programma alcuni nomi di rilievo, presenti nella sezione Short Cuts.
Short Cuts
I primi due concerti di questa rassegna, nell'immediato dopocena, hanno subito evidenziato i tratti generali che osservavamo in precedenza. Il primo ad andare in scena è stato il quartetto francese Zakarya, capitanato dal fisarmonicista Yves Weyh e piuttosto noto per le sue registrazioni per la Tzadik di John Zorn. Un gruppo che, nelle intenzioni, dovrebbe mettere in luce la contemporaneità della tradizione klezmer, ma che in verità è parso stravolgerla fino a non farne trasparire più una stilla, sommergendo l'abituale raffinata tessitura della musica ebraica sotto pesanti e monocordi ritmi della batteria, sordi rimbombi del basso e muscolari virtuosismi della chitarra (entrambi rigorosamente elettrici). E, con la tradizione, è scomparsa dalla cena anche la fisarmonica di Weyh, apparentemente impegnato a liberarsi degli stilemi tipici dello strumento, ma alla fine libero anche dallo strumento.
Poco klezmer e molto rock, molto rumore, molta confusione. Una menzione solo per Alexandre Wimmer, ottimo esploratore della sua chitarra.
A seguire Carbon, il trio storico di Elliot Sharp, è sembrato davvero un primo buon esempio dei "muri sonori" che hanno imperversato nel corso del festival. Carbon esprime una musica che se tenuta a un volume contenuto avrebbe tutt'altro appeal, non foss'altro per il fatto che il trio non suona una sola frase. La massa sonora emessa dal gruppo è viceversa talmente immane, che è inevitabile rimanerne colpiti e, per molti, esserne entusiasmati. Sharp, poi, la presenta con una confezione accattivante: composizione matematica, neoscientifica, contemporanea. Aldilà delle parole, rimangono i fatti sonori di una chitarra basso ad otto corde suonata sempre con il distorsore o percuotendone le corde, di un soprano ricurvo usato in modo discutibile, di una Zeena Parkins che strapazza la sua arpa elettrica per produrne rimbombi e utilizzarli nei loop elettronici. Così che l'unico che è sembrato suonare uno strumento è stato l'ispiratissimo Bobby Previte, il solo a regalare qualche emozione con i suoi stacchi e i suoi cambi di tempo.
Alla fine, veniva da chiedersi se si fosse trattato d'un concerto o d'una prova di resistenza psicofisica...
Venerdì 28 agosto
Short Cuts
Il secondo giorno s'è avviato con gli Short Cuts nel primissimo pomeriggio, di scena due prestigiosi duetti.
Nel primo, Phantom Orchard "Orra," ossia di nuovo Zeena Parkins, stavolta accompagnata dalla sua antica compagna Ikue Mori all'elettronica. Progetto sofisticato (prevedeva anche una serie di immagini proiettate sullo sfondo, francamente però di sorprendente banalità), che è parso decollare quando la Parkins era impegnata all'arpa acustica, ovvero quando il magma sonoro ancora una volta dominante lasciava spazio a momenti di minor pathos e maggiore leggibilità. Complessivamente, però, la performance ha deluso ed ha lasciato spazio soprattutto a impressioni discontinue e note di colore (in particolare, il curioso contrasto tra una Parkins ipercinetica e tesa come un fascio di nervi, ed una Mori viceversa immobile e impassibile di fronte allo schermo del suo laptop).
Nella seconda parte, più coinvolgente e lontano dall'estetica dominante il duetto tra la tromba di Steven Bernstein e il trombone di Gianluca Petrella. I due hanno scontato un po' la marcata differenza stilistico-caratteriale (le continue invenzioni di Petrella hanno scenicamente oscurato la presenza di Bernstein), tuttavia hanno dato vita a un concerto vitale, scoppiettante, pieno di sorprese e di divertita interazione. Di spicco alcuni passaggi nei quali i due hanno lasciato cantare apertamente gli strumenti, alcuni virtuosismi reciproci e il finalino su un breve brano di Petrella, con dialogo continuo a piena voce. Una session che univa antico e moderno, sperimentazione e suono tradizionale, improvvisazione e feeling spontaneo tra due ottimi musicisti.
City Stage
Nel pieno pomeriggio, in piazza, di scena il gruppo austro-turco Nim Sofyan Divane, di ispirazione multiculturale ma dai
suoni piuttosto convenzionali, e la Martin Lubenov Orkestar, settetto di musicisti Rom bulgari, capitanati dall'ottimo fisarmonicista ormai noto anche in Italia. Rispetto a qualche anno fa, il gruppo ha mantenuto il repertorio (brani della musica popolare Rom, nei quali emergono tutte le sfumature della musica balcanica), ma ha purtroppo sostituito lo straordinario cantante Neno Iliev e ha un po' "addomesticato" gli arrangiamenti, rendendo i brani eccessivamente spagnoleggianti (stilema presente nella musica balcanica, eredità delle antiche diaspore sia Rom che ebraiche). Ciononostante la bravura di Lubenov e del sassofonista Kasimir Malakov, nonché la qualità del materiale di partenza, hanno fatto sì che il gruppo si mantenesse su ottimi livelli. Il pubblico presente ha infatti molto apprezzato ed è un peccato che il maltempo abbia impedito, il giorno successivo, la messa in scena, presso una malga del circondario (quest'anno erano previsti anche degli Almkonzerte), dell'interessante riduzione a trio dell'ensemble.
Main Stage
Il programma centrale del festival è stato aperto alle 19,00 da un musicista di casa, quel Christian Muthspiel che, con il suo trombone, negli ultimi anni s'è conquistato una certa autorevolezza internazionale. Il suo Yodel Group prevede la rilettura dei canti tradizionali della montagna austriaca, con la presenza dissestante di tre ospiti internazionali come gli americani Jerome Harris e Bobby Previte e il francese Franck Tortiller.
Progetto interessante e ben eseguito (ottimi Muthspiel al trombone e al piano, Gerald Preinfalk alle ance, specie al clarone e al soprano), anche se non privo di difetti, quali un inserimento non sempre coerente dei pur attenti Previte e Tortiller (esemplare, invece, la presenza di Harris) e qualche ridondanza. Nel complesso, comunque, un bel concerto: godibile, originale, vario negli scenari, coerente e pieno di significati. Lontano, stavolta, da ogni "muro sonoro" e ricco di frasi e narrazioni.
Sofferenza sul palco e - di nuovo, purtroppo - quantità della massa sonora sono gli strumenti con i quali il quartetto statunitense Little Women ha cercato di sopperire alla fragilità della propria proposta. Tempi e intensità indiavolate della ritmica (batteria e chitarra elettrica), prodotti con ostentato sforzo, a sostenere due sax (tenore e contralto) spesso impegnati per minuti (non è retorica...) a suonare - ovviamente fortissimo - una sola nota! Quale il senso estetico di una tale proposta? L'ipnosi dell'ascoltatore? O il suo incantamento? Più probabilmente, l'ottundimento... Comunque sia, il prodotto è parso poverissimo quanto a struttura - alla fin fine ridotta a qualche stacco e a qualche frase- quiete per offrire refrigerio-suggestione nel caos dominante - e irrilevante quanto a capacità tecniche ed espressive messe in mostra dai quattro. Dato che, probabilmente, a un terzo di volume nessuno si sarebbe accorto di loro, in questo caso il "muro sonoro" è parso senza ombra di dubbio celare un deficit creativo.
Il gruppo a seguire - Big Air - si annunciava come uno dei momenti importanti del festival, e fortunatamente non ha deluso. Musica ancora una volta dura e "quantitativa," ma tuttavia non senza qualità. Con una ritmica eccellente e atipica - accanto a Jim Black c'era la tuba di Oren Marshall - e il piano sempre intelligentemente "astratto" di Liam Noble, i fiati in primo piano del leader Chris Batchelor e di Andrew D'Angelo hanno offerto una musica che alternava tensione sonora intensissima ad aperture quasi sinfoniche. Pur con qualche eccesso di espressività asintattica (in particolare di D'Angelo, al contralto spesso allergico alle frasi, invece centrali quando imbracciava il clarone) e qualche inserto inutilmente suggestivo, nella sostanza il concerto è stato comunicativo e coerente, mettendo in scena bei suoni, stacchi magistrali di Black (capace comunque di cambiare più e più volte stilema), emozioni. Niente di nuovissimo, forse, ma neppure nulla di banale. E strumenti che suonavano, perfino quando la tuba, elettrificata, ha fatto un assolo da basso elettrico.
In incerto equilibrio di stili Sol 12, ultimo gruppo della prima giornata, dodici elementi (dei quali, merita sottolinearlo, ben la metà donne) provenienti da cinque nazioni europee, sotto l'egida di Luc Ex. Momenti di rock si sono alternati ad altri di composizione novecentesca, di rumoristica, di spirito popolare, di big band. Tale apprezzabile varietà non è sembrata sposarsi ad altrettanta coerenza, così come l'ottima interazione del gruppo non si accompagnava ad adeguati spazi d'espressività per i solisti (apparsi comunque non eccezionali). la ricercata libertà dagli schemi ha finito per apparire invece una fin troppo studiata prigionia in un progetto macchinoso, che lasciava allo spettatore solo troppo pochi momenti di coinvolgimento. Non esattamente quel che serviva ad un concerto andato in scena tra mezzanotte e l'una!
Sabato 29
City Stage
Nell'unica giornata piovosa del festival, avvio di primo mattino in piazza (fortunatamente munita di un'ampia copertura) con il multinazionale Dobrek Bistro, quartetto dai bei suoni ma dalla proposta popular un po' indefinita. Di seguito, il quartetto Banditaliana di Riccardo Tesi, che ha proposto parte del proprio tipico repertorio, "riscaldando" progressivamente il vasto pubblico presente, tanto da prolungare il concerto con quattro bis fin quasi all'inizio degli Short Cuts. Certo, i ritmi di danza di derivazione popolare proposta dal gruppo hanno indubbio appeal per un pubblico europeo qual è quello di Saalfelden, ed è del resto noto come queste proposte nostrane incontrino grande successo oltre frontiera. Però è anche vero che la raffinata tessitura musicale e la bravura dei musicisti - non solo le delicate note dell'organetto di Tesi, ma anche le esplosive improvvisazioni ricche di staccati di Claudio Carboni, le canzoni genuinamente popolari interpretate da Maurizio Geri, gli scenografici assolo percussionistici di Marco Fadda - hanno contribuito a comporre un bel concerto assai apprezzato. Per chi conosce i testi dei brani, come "Poveri contadini," resta l'impressione simpaticamente surreale di veder ritmare e ballare un pubblico ignaro del fatto che si canta con ironia la disperazione per la miseria, ben più che la gioia...
Short Cuts
In piena ora di pranzo, è andato in scena agli Short Cuts uno dei più bei concerti del festival: Erik Friedlander in violoncello solo. Qui (come nel trio dello stesso Friedlander, il pomeriggio) si è potuto prendere una rinfrancante boccata d'ossigeno: suoni contenuti, ricchezza di fraseggio, narrazioni talora anche liriche, dettaglio dei suoni. Tutto questo, senza che la performance si appiattisse in alcun modo o venissero meno la ricerca e la sperimentazione. Friedlander, uso a collaborare anche con progetti di tutt'altro genere, ha mostrato come la contemporaneità non sia solo suoni assordanti e magma ascensionale, ma anche attraversamento della complessità, attenzione al dettaglio, sensazioni minute e intime. In programma, coerentemente, soprattutto suggestioni country, cioè musica popolare degli States, rilette ora con modalità colte, ora con coraggiose scelte virtuosisitiche. Chapeau!
Non altrettanto si può dire del successivo duo tra DJ Rupture e Andy Moor (storico chitarrista degli Ex). La responsabilità va addebitata però soprattutto a Moor, giacché DJ Rupture, una volta tanto, era davvero riuscito a creare sonorità e atmosfere non banali e apprezzabili anche da chi non sia un appassionato di questo genere di rappresentazioni. Inoltre, ben diversamente da quanto visto il giorno precedente con Ikue Mori, anche le immagini proiettate sullo sfondo, a commento/complemento dei suoni, non mancavano di una loro logica e bellezza. Peccato solo che Moor, in tutto ciò, svolgesse un ruolo inesistente, limitandosi a ciondolare sulle gambe al centro della scena, ripetendo poche note quasi ininfluenti sul tessuto sonoro messo in campo da Rupture. Complessivamente, un concerto interessante, ma certo monco e perciò insoddisfacente.
Main Stage
Attesissima, ha aperto la giornata del Main Stage l'ennesima rilettura di Ascension di John Coltrane da parte del Rova Saxophone Quartet. Una rilettura che è ormai un work-in-progress che va avanti da anni e ha trovato una definizione nel '95 - 30° anniversario della presentazione dell'originale da parte di Coltrane - con una versione in ensemble allargato. Qui il gruppo cambiava ancora, raggiungendo i tredici elementi, tra i quali spiccavano nomi come Zeena Parkins, Ikue Mori, Elliot Sharp, Andrew Cyrille, Trevor Dunn.
Il progetto - com'è uso del Rova - era sofisticatissimo, con ampie strutture scritte e dirette con rigore (a turno da Raskin e Ochs), ma era almeno altrettanto dispersivo: esiguo il riferimento all'originale coltraneano, la partitura era coreograficamente inserita in una cornice di suoni magmatici (prodotta da Sharp, la Perkins e la Mori in primo luogo), tale da far sì che il gruppo realizzasse un lungo quadro senza soluzione di continuità, dalle sonorità quasi costantemente altissime (di nuovo, in piena coerenza con le tendenze generali osservate nel corso del festival) e che proprio per questo vanificavano ogni tentativo di apprezzare le differenze tra le voci e i dettagli dei solisti. Peccato, perché quelle poche volte che ciò è stato possibile - ad esempio nei soli Adams, Ackley e Dunn - la qualità ha mostrato di esserci. Solo che, per lo più, era ancora una volta assurdamente sovrastata dalla quantità.
Dopo quanto detto sul suo concerto negli Short Cuts, servono poche parole per lodare il concerto in trio di Erik Friedlander. Si trattava del progetto Broken Arm, che prende nome e si ispira alla musica per violoncello del grande contrabbassista Oscar Pettiford, il quale, come noto, si dedicò per circa un anno allo strumento più piccolo a causa di una frattura a un braccio che gli impedì temporaneamente di suonare il contrabbasso. Nei cinque anni di attività su questo progetto il trio è apparso cresciuto, più affiatato e paritetico. Merito forse anche della presenza di Trevor Dunn al posto di Kermit Driscoll, ma anche merito della maggiore varietà di approccio allo strumento adottata da Friedlander, che inizialmente aveva incentrato il progetto sul pizzicato, mentre adesso usa con più frequenza l'archetto. Splendido comunque il risultato, con gli eccellenti Dunn (sorprendentemente completo e diverso da come visto in scena con i Rova) e Michael Sarin, batterista tra i più sottili e sofisticati della scena internazionale.
Bravi, anzi bravissimi Oliver Lake e i membri del suo trio, in un repertorio post-free loro caratteristico. Ma, ciononostante, anch'essi in larga misura omologati (o, più probabilmente, padri di tale omologazione), in quanto pressoché incapaci di raccontare qualcosa che dia senso ai tecnicismi e a un'espressività che appare oggi, dopo decenni di esplorazione del genere, del tutto fine a se stessa. Significativo, da questo punto di vista, che il chitarrista Michael Gregory abbia tentato di inserire frasi nel tessuto sonoro, fino a ritagliarsi alla fine uno spazio solistico totalmente lirico. Ma anche del tutto estraneo al resto del concerto e che non è piaciuto a chi, invece, ha apprezzato il lungo assolo di Pheeroan AkLaff alla batteria, tanto tecnico ed espressivo, quanto totalmente vuoto di cose da esprimere. Se nel jazz c'è una musica astratta, è questa.
Assai diverso invece il caso della "Diaspora Suite" di Steven Bernstein. Qui, sotto la guida del trombettista statunitense e con la spinta suggestiva della tradizione musicale ebraica sefardita, collettivo e solisti, stilemi diversi (rock, funky e free), espressività virtuosistiche e assolo tradizionali sono andati d'accordo, grazie all'indispensabile mediazione di un discorso narrativo complessivo. Non che non vi fossero anche qui le tracce della prevalenza di una "massa sonora": al termine della prima, lunga parte, ad esempio, il suono è collassato caoticamente nel collettivo, alzandosi oltre misura di volume. Ma quando ciò accade all'interno di un discorso generale più articolato, anch'esso trova il suo significato. Non collassavano forse i suoni nelle sinfonie di un Mahler, senza che ciò facesse perdere il senso della narrazione complessiva?

La perdita di senso era invece tangibile come non mai nel sestetto norvegese Eirvin Aarset Codex Orchestra, forse il concerto più enigmatico e discutibile dell'intera rassegna. Una chitarra e una tromba munite di effetti elettronici incorniciavano due batterie e due bassi elettrici che sparavano una quantità tale di bassi da produrre fastidi alla cassa toracica dell'ascoltatore; il volume, pare incredibile, era più alto delle precedenti muraglie sonore; i ritmi erano fessi, su stilemi rock anni '80, dai quali non si distaccava mai neppure la chitarra - nella sostanza l'unico solista del gruppo. Quando la massa sonora s'interrompeva, veniva sostituita da mere atmosfere evocative, entro le quali il basso-lacera-sterno la faceva comunque da padrone. Un concerto dal quale chi scrive ha dovuto allontanarsi prima della fine, per l'impossibilità fisica di sostenere i bassi...
La giornata forse più varia del festival s'è conclusa a tarda notte con un concerto adeguato all'orario, ricco e godibilissimo: quello del sassofonista etiope Getatchew Mekuria, all'interno del quartetto degli Ex, allargato con la presenza di alcuni ospiti.
Mekuria, a dispetto della sua età (è più che ottantenne) è un sassofonista vitale, dal timbro unico caratterizzato da uno strepitoso vibrato (ma cosa faceva 'sì che, una volta, i sassofonisti acquisissero un suono così personale? ), molto a suo agio anche scenograficamente sul palco; gli Ex, casinisti navigati, sono abilissimi nel mescolare stili e creare situazioni inattese (spiccava al centro del palco un Andy Moor forse discutibile, ma anche infinitamente più vitale di quanto non fosse stato al mattino con DJ Rupture); la presenza di quattro fiati ospiti e di Melaku Belay a rappresentare danzando i ritmi indiavolati completavano la scena. Bel concerto, ricco di stimoli anche se non arditissimo come concept, che ha fatto andare a dormire (tardissimo!) felici gli spettatori.
Domenica 30
Dopo tre concerti in contemporanea alle Alm sparse sui rilievi attorno alla cittadina austriaca, l'ultima giornata si è concentrata sul Main Stage, con cinque appuntamenti a partire dalle 14,30 - lasciando giusto il tempo per un buon pranzo.
Main Stage
Ha aperto il programma un altro dei concerti più attesi, quello dell'italiana Cosmic Band di Gianluca Petrella. Fresca di sala d'incisione, la formazione - composta di giovani leve del nostro paese - ha mostrato la mano del suo pirotecnico e inquieto leader, che saltava per il palco dando indicazioni direttive e creando sipari con numerose invenzioni, ma anche un progetto definito e complesso, una coerenza narrativa e grandi qualità tra i solisti. Nel tentetto, oltre a Petrella autore di un paio di soli formidabili, spiccavano soprattutto i due sax: il baritono di Beppe Scardino (eccellente la sua apertura di set) e il tenore di Francesco Bigoni, autore di uno dei più belli assolo di sassofono dell'intera rassegna: intenso, ben fraseggiato, coerente e capace di non ripetere mai una sola frase, senza però interrompere neppure per un momento la progressione narrativa.
È poi seguito il sestetto Room di Wolfgang Puschnig, che ha evidenziato una volta di più l'eclettismo del contraltista austriaco. Al suo interno trovano infatti posto quattro musicisti suoi connazionali di estrazione rock, con due chitarre e un basso elettrici, accanto a una batterista incredibilmente modesta per tocco e varietà dei ritmi. In più, Eric Mingus, personaggio carismatico ma spesso strabordante. Il risultato, a dispetto dei limiti e dei rischi, è parso ottimo, soprattutto grazie all'attenta mediazione e alla regia di Pusching: un concerto saturo di blues, nel quale Mingus ha interpretato testi ora vocalizzando, ora recitando, i quattro rockettari hanno svolto le loro parti con discrezione senza mai dimenticare il blues, e Puschnig ha dominato con leggerezza il set, non lasciando mai la scena, accompagnando in controcanto Mingus e lanciandosi in una serie dei suoi strepitosi assolo, tesi nel timbro, espressivi e variegati, nei quali ha rielaborato magistralmente la lezione ornettiana. Così, anche se i limiti della batterista e, in parte, del resto della ritmica non sono certo scomparsi, sono almeno riusciti a trasformarsi in una cornice discreta, che racchiudeva un bel quadro - paradossalmente, forse uno dei migliori della quattro giorni austriaca.
Tutt'altro che disprezzabile, un po' a sorpresa, anche il set della Big Easy del batterista Jim Pugliese, un sestetto diviso tra percussioni ed elettronica. "Easy" anche la proposta, piuttosto eclettica e senza precisi riferimenti culturali, ma basata principalmente sul dialogo tra i musicisti, ben realizzata e suggestiva. A parte le evoluzioni di Michael Evans al theremin, curioso strumento elettronico di antica concezione, elemento centrale del concerto è stato il fittissimo dialogo tra il leader e l'altra batteria, quella di Christine Bard, non incidentalmente moglie di Pugliese. I due hanno mostrato un interplay fluido e spontaneo, dando vita a tessiture atipiche, giacché raramente si assiste a dialoghi tra batterie, poste oltre tutto al centro del set. Notevole l'apporto, come voce solista, di Roy Campbell alla tromba. Anche qui, pur in una proposta senza guizzi di genialità, il lavoro dialogico, la distinzione delle voci, la sobrietà dei suoni (pur in presenza di ben tre percussioni, basso e chitarra elettrica) costituivano un fattore che donava alla musica un nesso di senso.
Attesissimo anche il penultimo concerto, quello del trio di Vijay Iyer, da qualche tempo sulla cresta dell'onda e pluripremiato. E certo non si può negare la bravura non solo del pianista di origini indiane, ma anche dei suoi due giovani compagni (Stephan Cramp al contrabbasso e Justin Brown alla batteria), così come non si può negare che la musica espressa dai tre sia stata di alta qualità e a momenti assai apprezzabile. Tuttavia, il trio è sembrato ancora immaturo, privo di una fisionomia pienamente originale: troppo "classici" i ruoli assegnati a ciascuno dei musicisti, troppo guidato dal pianista il trio, carente di sorprese, cambi di scena, suggestioni capaci di farlo distinguere da qualsiasi altra buona formazione analoga. Bella musica, sì, ma un po' troppo di maniera - una cosa che, francamente, da Iyer non ci si aspettava.
La conclusione della serata e della rassegna tutta è stata affidata a un grande della storia del jazz, probabilmente il più grande ancora vivente: Ornette Coleman, nella sua ultima formazione con due bassi - quello elettrico di Al McDowell e il contrabbasso di Tony Falanga - oltre alla batteria del figlio Denardo. Così come aveva fatto vedere recentemente (ad esempio nello scorso giugno a Udin&Jazz), a dispetto di un palese decadimento psicofisico che gli crea qualche difficoltà, al momento di imbracciare gli strumenti (qui ha usato anche tromba e violino) Ornette ha mostrato di essere non solo perfettamente in forma, ma forse ancor più lucido e preciso di quanto non sia stato in passato. In un repertorio comprendente, ovviamente, alcune delle sue ben note composizioni, eseguite con una perfezione formale insospettabile e un pathos unico, Ornette - immobile sul suo sgabello, con uno dei suoi suggestivi abiti multicolori e il cappello, incorniciato dai suoi tre partner - ha elargito emozioni, che hanno avuto il loro punto più alto nell'incredibile trascrizione di una delle sonate per violoncello di Johann Sebastian Bach, eseguita dai bassi (e dalla batteria di Denardo, capace in quel frangente di cantare) e striata di note sporche dal suo violino. Formalmente una cosa apparentemente insensata, materialmente invece toccante e geniale.
Straordinariamente coerente la composizione delle voci, bravissimi i due bassisti - di Falanga viene da chiedersi perché lo si veda ed ascolti così raramente in altri contesti - che hanno con frequenza reinterpretato, in dialogica compartecipazione e scambiandosi continuamente le parti, i temi dei brani, lasciando in tal modo Ornette libero di agire a piacimento, ora raddoppiando il tema, ora "guastandolo" in controcanto, ora improvvisando del tutto liberamente. E, alla fine, più che accettabile anche Denardo, che in più di un'occasione ha mostrato di potersi inserire nel contesto del padre come difficilmente riuscirebbe ad altri, sebbene in altre sia apparso, come spesso accade, troppo invadente, poco sensibile, inopportuno.
Lo splendido bis sulle note di una "Lonely Woman" suonata con una cura dinamica inaudita e perciò toccante fino alle lacrime, è stata la degna conclusione della performance di un pezzo di storia della musica, qual è Ornette, e perciò, a maggior ragione, del festival del trentennale. Che lo stesso Ornette, pur provato e instabile sulle gambe, si sia trattenuto alcuni minuti per stringere, sporgendosi dal palco, tutte le mani che il pubblico gli offriva - mostrando così tangibilmente l'importanza che per questa musica ha la condivisione, la relazione tra gli uomini e le donne che la attraversano - ha assunto un ulteriore e commovente valore simbolico.
Festival, dunque, ancora una volta di altissimo livello, nonostante - o, forse, proprio grazie a - i suoi aspetti controversi. Del resto, il jazz è libertà, e quest'ultima - se è autentica - non può non rivelare differenze: di approcci, di scelte estetiche, di gusto, di reazioni emotive. Resta un dato su cui riflettere: quello relativo a una certa omologazione nella direzione dei suoni esasperati nella quantità, nella fusione collettiva e nell'astrazione dal contenuto narrativo. Un dato sul quale sarebbe bello aprire un confronto tra appassionati, critici e musicisti.
Foto di Claudio Casanova.
Ulteriori immagini del festival sono disponibili nelle gallerie dedicate ai concerti di Ornette Coleman e Christian Muthspiel.
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