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Un Piano
Matthew Shipp | Rogue Art - distr. JTD (2009)


di Enrico Bettinello Commenta        

A una recente, peraltro ottima, esibizione di Matthew Shipp in trio, mi è capitato di cogliere il commento vagamente ironico di uno spettatore che sosteneva "beh, si poteva fare a meno della sezione ritmica, bastava come ha suonato da solo". L'annotazione, certamente ingenerosa sia nei confronti degli altri musicisti che verso l'attitudine all'interplay del pianista, è però significativa della modalità totalizzante con cui Shipp affronta lo strumento, attitudine che lo stesso musicista ha più volte sottolineato nelle interviste.

L'interesse per un suo lavoro in solo - formula non così frequente poi nella sua discografia - è quindi particolarmente sentita e la francese RogueArt intitola semplicemente Un Piano il notevole esito di due sedute solitarie di registrazione del luglio 2007. Le prime note di "Enter In," sospese, irrisolte, venate da una irriducibile, ma lirica dissonanza, asciuttissime, distese con cura quasi maniacale sulla tastiera [e sulla cordiera] introducono a quella che il poeta Steve Dalachinsky, nelle sue creative note di accompagnamento al disco, definisce una musica al tempo stesso semplice e severa, che contiene una gamma completa di stili, tecniche e fonti sonore.

Gli elementi del lessico di Shipp sono quelli cui ci ha abituato negli anni: bassi ossessivi ma sfuggenti, un fraseggio spigoloso che si alterna a potenti blocchi accordali, un utilizzo della tastiera completo, ma mai effettistico. Manca qualsiasi compiacimento, qualsiasi scorciatoia emotiva [un punto di forza che però rischia di alienargli la simpatia degli ascoltatori meno tenaci], ogni frase viene lasciata appesa così, senza condimento, oppure spolpata fino a che l'osso svela le sfumature più nascoste.

Non ha paura delle pause, Shipp, così come non ha paura di saturare lo strumento di suono, percuotendo i tasti allo sfinimento e inchiodando il pedale a un'eco eterna e sovraccarica. Prende un rigore quasi mitteleuropeo e lo usa per setacciare fino in fondo la grammatica afroamericana, con un senso del blues vagamente cubista, ma che prende alla gola. Tra le cose migliori certamente "Linear Shocks" e "Two Things Together," poste non a caso in una posizione centrale, con la loro contrapposizione tra leggerezza e ostinazione.

Certamente un disco denso, non facile, ma significativo della profondità del linguaggio di Shipp.

A chi volesse provare a entrare maggiormente nel rapporto tra Shipp e Dalachinsky, la cui poesia alterna ottime cose a qualche ingenuità, consigliamo anche di ripescare una incisione di qualche anno fa per la Hopscotch, Phenomena of Interference e il libro Logos and Language: A Post-Jazz Metaphorical Dialogue.

Nel volume, sempre pubblicato dalla RogueArt, a partire da una sorta di "manifesto" stilato da Shipp - in cui troviamo Cristo e Pitagora, l'elettromagnetismo e Sun Ra! - il confronto tra il poeta e il pianista si muove poi attraverso due lunghi dialoghi, una serie di poesie e di scritti. Non dando troppo peso alle discettazioni para-teologiche, è piuttosto interessante.


Visita il sito di Matthew Shipp.

Valutazione: 3.5 stelle

Elenco dei brani:
01. Enter In; 02. Geometry; 03. Sparks; 04. Spike; 05. Linear Shocks; 06. Two Things together; 07. Whole Zone; 08. Simple Fact; 09. Riddle; 10. Cloud Chamber 6; 11. Harmony of Apollo; 12. Exit Out.

Musicisti:
Matthew Shipp (piano).

Stile: Avant

Pubblicato: 24-05-2009


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