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An Insolent Noise
Pubblicato: December 12, 2007
Teatro Verdi - Pisa - 30.11-02.12.2007 Insolente. Questa la parola scelta per caratterizzare la rassegna pisana, nata dalle ceneri dell’Instabile Jazz Festival, e connotare il percorso d’ascolto, indagine e riflessione proposto dal direttore artistico Francesco Martinelli. Insolente nel senso di maleducato, irriguardoso nei confronti del pre-esistente, sfacciato, eversivo, certo; ma anche, e soprattutto, nella connotazione latina di insolito, nuovo, inusitato, persino strano. E dunque, la musica che amiamo e ci ostiniamo ad ascoltare è ancora un fenomeno culturale insolente, vitale e spiazzante? O siamo fatalmente giunti al punto di non ritorno, alla stagnazione dei linguaggi e all’infinita reiterazione del già detto? Ovviamente, l’opinione di chi ha organizzato la tre-giorni di concerti al teatro Verdi, e anche di chi scrive, è che la musica improvvisata - io continuerei a chiamarla Jazz, se non altro per una questione di comodità - abbia molto da dire e, anzi, stia vivendo uno straordinario movimento di flussi e riflussi, contaminazioni e collusioni, superamento di steccati culturali e stilistici fino a un paio di decenni addietro considerati invalicabili. E allora, la domanda retorica posta provocatoriamente da Martinelli e soci, ha trovato una felice soluzione in una serie di appuntamenti stimolanti dal punto di vista musicale, complessi e sfaccettati nella loro identità culturale, freschi e vitali nel loro dispiegarsi consapevolmente lungo un tracciato storico consolidato, ma non atrofizzato e per nulla sterile. Grandi e celebrati maestri, giovani realtà emergenti, musicisti trasversali e terroristi sonori, si sono dati appuntamento all’ombra della torre, per celebrare, rinnovare e riannodare i fili di una narrazione ben lungi dall’esser giunta al proprio triste epilogo. Un’ultima cosa mi preme sottolineare prima di lasciare spazio al racconto del festival. Segnali positivi e confortanti sono arrivati anche dalla platea, composta da un pubblico numeroso e piuttosto composito per fasce d’età e retroterra culturale; ascoltatori attenti, pronti a veder crollare le proprie certezze e ben felici di lasciarsi spiazzare, stupire e impressionare. Portatori sani di orecchie aperte, immuni ai dogmatismi dei saccenti e alla disillusione dei parrucconi; fruitori entusiasti che hanno affollato il Verdi per tre serate consecutive, grazie anche ad un’intelligente politica dei prezzi bassi e alla preziosa collaborazione di alcuni enti universitari. E veniamo ai concerti. Prima serata appannaggio dei musicisti di casa. Sul palco due gruppi in rappresentanza di altrettanti collettivi musicali tra i più attivi e dinamici della scena nostrana: Paolo Sorge & the Jazz Waiters, alfieri dell’etichetta-collettivo siciliana Improvvisatore Involontario e giunti a felice maturazione con il recente Slow Food, e Gallo & the Roosters, ovviamente appartenenti al veneto El Gallo Rojo. Realtà “insolenti” per natura i collettivi, che nascono come gruppi di lavoro auto-gestiti e auto-prodotti, con l’idea di opporsi a certe dinamiche commerciali e dare spazio a musiche altrimenti destinate al confino culturale. Apertura per Sorge e compagni, interpreti di un set dal mood ironicamente classico, con il trombone irriverente di Tony Cattano grondante gustose e suadenti sonorità anni Cinquanta e il contrabbasso del siculo-olandese Marko Bonarius connotato in senso fortemente melodico ed elegante. Da rimarcare la prova dell’estroso batterista Francesco Cusa, irrefrenabile ritmicamente, capace di soluzioni spettacolari ed efficaci (una catenella in plastica gialla è stato il colpo ad effetto della serata), in grado di muoversi con estrema musicalità - Max Roach - e spiccato senso dell’umorismo. A guidare il quartetto la chitarra essenziale ed asciutta di Sorge, sospeso tra Jim Hall e un’irrefrenabile attrazione per gli spigoli, le curve a gomito e le sterzate improvvise. Davvero eccezionali gli ultimi due episodi del concerto, in cui il quartetto ha sciolto la briglia e dato libero sfogo a quella caustica ironia tipica del marchio Improvvisatore Involontario. Non hanno deluso le aspettative nemmeno “Gallo e i Galli”, protagonisti di un’esibizione furiosa e travolgente, con i piedi ben piantati nel free americano, gli occhi fissi sulla scena downtown newyorchese (Zorn, Ned Rothenberg, Dave Douglas) e il cuore rapito da suggestioni folkloriche sudamericane (o centropadane?). A guidare l’assalto ci ha pensato il contrabbasso potente e umorale di Danilo Gallo, infaticabile tessitore di ritmiche danzanti e groove irresistibili. Alle sue spalle il drumming splendidamente efficace di Zeno De Rossi, batterista versatile e quanto mai camaleontico (Joey Baron il modello di riferimento; Shelly Manne il padre spirituale), dotato di un senso della misura assai raro, di un controllo pressoché totale del proprio kit e di una strepitosa capacità di mettersi al servizio della musica. La front line ha visto la solita magistrale prestazione di Achille Succi, ormai un indiscusso maestro del clarone e del contralto, e la sorpresa Gerhard Gschloessl, trombonista di scuola teutonica (Albert Mangelsdorff nel cuore), dalle sonorità corpose e precise, funambolico senza mai perdere la lucidità. Per la serata di sabato sarebbe dovuto andare in scena il trio di Fred Anderson, con Harrison Bankhead al contrabbasso e Hamid Drake alla batteria. Purtroppo, il sassofonista di Chicago ha rinunciato per problemi di salute ed è stato sostituito dalla flautista Nicole Mitchell, a completare, con la medesima sezione ritmica, il cosiddetto Indigo Trio. Il concerto della formazione americana, alla prima esibizione assoluta in Italia, ha regalato un’ora abbondante di black free di straordinaria fattura, musica sanguigna ed evocativa, dalla potente carica ritmica, spesso attraversata da visioni orientaleggianti e da suggestivi richiami alla madre Africa. Immenso, come sempre, il drumming danzante e ipnotico di Hamid Drake, ultimo rampollo di una schiera di batteristi di scuola afroamericana che da Chick Webb risale fino ad Ed Blackwell, passando per Max Roach, Dannie Richmond e Milford Graves. Dal canto suo Bankhead si è fatto apprezzare, oltre che per la puntualità dell’accompagnamento e la rotondità del suono, per un paio di escursioni in solitario alquanto avventurose e un delicato passaggio al violoncello davvero emozionante. Protagonisti assoluti del set i flauti della solare Nicole, capaci di cavalcare senza alcun timore reverenziale l’accompagnamento dei funambolici colleghi e librarsi a vertiginose altezze espressive. Al di là dell’evidente tributo pagato alle geniali intuizioni di Roland Kirk, la Mitchell incorpora nel fraseggio elementi mutuati da Anthony Braxton (recentemente ha pure partecipato alle registrazioni confluite nel cofanetto 9 Compositions (Iridium) 2006) e Henry Threadgill, soprattutto quello del primo periodo Air. Che dire? Una splendida dimostrazione di vitalità e freschezza, alla faccia di chi dice e scrive che il free americano si sta inesorabilmente avvitando su sé stesso. Apertura dell’ultima serata per una formazione ancora italiana, il Pasquale Innarella trio. Sul palco la line-up protagonista del bellissimo Music of Angels, con il leader impegnato magistralmente al sax tenore e soprano, Michele Rabbia alla batteria e Roberto Bellatalla al contrabbasso. In scaletta standard del free come “Angels” di Albert Ayler, “You're What This Day Is All About” di Archie Shepp e “Odwalla” di Roscoe Mitchell, riletta con fervore trascinante dal tenore di Innarella. Il tutto restituito con sincera partecipazione e devozione amorosa, ma senza mai cadere vittime della sterile e facile olografia. Splendido e impeccabile il lavoro di Bellatalla al contrabbasso, mentre Michele Rabbia ha dimostrato per l’ennesima volta di essere uno dei musicisti più originali e imprevedibili di casa nostra. Un palloncino, un pesciolino di gomma, strani aggeggi in metallo, un sacchetto di plastica, una serie di metronomi piazzati sui tamburi, tutto fa brodo nel kit di Rabbia; la batteria si compone, scompone e ricompone sotto gli occhi attoniti dello spettatore, in un gioco altamente spettacolare e sempre al servizio dell’espressività. Quale modo migliore per rispondere alla domanda posta all’inizio di questo racconto? Finché ci saranno esploratori coraggiosi la sopravvivenza della musica improvvisata è garantita. Un grazie sincero a chi ha deciso ed è riuscito a portarli, finalmente, in Italia. Foto di Cristina Avanzinelli (Trapist) e Massimo Bianchini (Spring Heel Jack, John Tchicai).
Nato e cresciuto negli anni sbagliati. Attualmente impegnato nell'inventarsi un mestiere Per saperne di piu' su Luca...
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Ha lasciato piuttosto perplessi, invece, l’esibizione dei Trapist, gruppo austro-inglese formato da Martin Siewert alle chitarre ed elettronica, Joe Williamson al contrabbasso e Martin Brandlmayr alla batteria. Impastoiati in lunghe improvvisazioni dilatate e ridondanti, i tre non sono riusciti ad evitare i clichè di certa ambient auto-referenziale e le pecche di un’improvvisazione elettroacustica brancolante nel buio; alla ricerca della trance ipnotica, il trio ha finito per cadere nella ripetitività di schemi e dinamiche, forse pagando il carattere estemporaneo della performance. Certo, non sono mancati spunti degni di nota, soprattutto il drumming alla Prévost di Brandlmayr e gli arpeggi alla Loren Connors di Siewert, ma complessivamente la proposta non ha convinto, anche per un uso fastidiosamente decorativo e piuttosto ingenuo dell’elettronica.
Ultimo, attesissimo, set affidato al duo elettroacustico Spring Heel Jack, John Coxon e Ashley Wales, con ospite una leggenda vivente come John Tchicai. Ad accompagnarli una sezione ritmica composta dal batterista Tony Marsh, dal contrabbassista John Edwards e dal vibrafonista Orphy Robinson. La musica proposta è stata quanto di più stuzzicante sentito in quel di Pisa; un’esibizione densa e convincente, che ha offerto spunti di riflessione davvero molto interessanti e illustrato le possibilità di una convivenza fruttuosa fra stilemi strettamente jazzistici e linguaggi provenienti da altri ambiti musicali. In questo senso Coxon e Wales, impegnati rispettivamente alla chitarra e all’elettronica, hanno funzionato come elemento disturbante all’interno delle dinamiche di un classico quartetto d’improvvisazione, stimolando i compagni di strada a travalicare certi limiti, a spingersi oltre e altrove, a deviare i flussi sonori verso territori inesplorati e impervi, suggestivi e inquietanti, garantendo sempre e comunque una discreta dose di imprevedibilità. Alle spalle delle ance di Tchicai, Spring Heel Jack e soci hanno allestito un magmatico agglomerato, un corposo torrente carsico, capace di farsi minaccioso, gonfiarsi e dilatarsi improvvisamente in rarefatte atmosfere intrise d’incanto. Da sottolineare la prova dell’immenso John Edwards, strumentista superbo, fuori da ogni schema e capace di qualsiasi cosa. A lui la palma del miglior solo della tre giorni, una manciata di minuti da mozzare il fiato, sospesi tra inusuali distorsioni e un uso squisitamente ritmico-percussivo dello strumento.
Alla testa di una simile formazione di scapestrati terroristi si è mosso senza imbarazzo il settantenne John Tchicai, in grado ancora di emozionare con l’acidula melodiosità del contralto, la corposa irruenza del tenore e la gutturale profondità del clarinetto basso. Con lui sul palco una buona fetta di storia del jazz dell’ultimo quarantennio, a partire dai New York Contemporary Five di Archie Shepp, passando per la partecipazione ad Ascension di Coltrane e il New York Art Quartet, senza dimenticare il ruolo avuto nella genesi di progetti culturali a tutto tondo come il Jazz Composer’s Guild di Bill Dixon o l’ICP di Mengelberg e compagni. Il musicista congolese-danese non è il solo maestro chiamato a confrontarsi col duo di pazzerelli londinesi. Prima e dopo di lui Evan Parker, Wadada Leo Smith, Eddie Prévost, Han bennink, Matthew Shipp, Alex Ward; tutti protagonisti di splendide alchimie assemblate da Coxon e Wales con consapevolezza, lucidità e irrefrenabile voglia di scrutare, e possibilmente varcare, l’orizzonte delle possibilità. 

