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Sainkho Namchylak: da Tuva all'etno-pop passando per l'improvvisazione
Pubblicato: September 20, 2007
Ci sono figure nella storia del jazz che sono in grado, con la loro musica, di travalicare spazi geografici e confini di genere, distinguendosi con particolare nitore. La vocalist, improvvisatrice, Sainkho Namchylak, nata in un piccolo villaggio della Repubblica di Tuva nella Siberia meridionale, vicino alla frontiera mongola, è una di queste. Luminosa, profonda, al di fuori del tempo. Nipote di nomadi e figlia di insegnanti, inizia i propri studi di musica al collegio locale che poi termina a Mosca. Fin dai primi anni della propria carriera, affianca allo studio delle tecniche musicali della tradizione lamaistica (buddismo tibetano) e sciamanica, collaborazioni nell’ambito della musica creativa e d’improvvisazione. Comincia la sua carriera come cantante folk insieme a Sayani, il Tuvan State Folk Ensemble, ma già dal 1988, in Unione Sovietica, ha i suoi primi contatti con il mondo dell’avanguardia. Nel 1990 fa la sua prima comprasa al Muenster Festival e a Ulrichsberg. Diventa membro dell’ensemble Tri-O, con Sergey Letov (sassofono), Arkadij Kiritschenko (tuba) e Alexander Alexandrov (fagotto), affianca il pianista Sergey Kuryokhin nel progetto Pop-Mechanics, e si esibisce spesso insieme alla Moscow Composers Orchestra. Gli anni Novanta confermano le grandi qualità vocali di Sainkho Namchylak. Il successo arriva grazie all’uscita di Out of Tuva, un lavoro che, documentando registrazioni tra il 1989 e il 1993, effettuate in varie parti d’Europa, dà conto della sua intensa attività (anche sperimentale) e che presenta al pubblico occidentale i fermenti di quanto sta accadendo in Unione Sovietica. Il 1993 è anche l’anno di Letters, stampato da Leo Records, un lavoro di grande suggestione, forse uno dei più belli in assoluto della Namchylak, dove si spazia nei terriori lontani e atavici della memoria attraverso una serie di lettere che la cantante ha scritto per il padre e interpreta con particolare coinvolgimento. La riflessione sul materiale tradizionale è, qui, vissuta in una forma profonda, quasi problematica e contradditoria. In questi anni, non c’è traccia di quell’etno-pop o di elettronica che, al contrario, oggi sembra caratterizzare maggiormente lo stile della Namchylach, forse privandolo di quelle iniziali screpolature, di quell’irregolarità e densità che davvero parevano prorompenti. Il 1997 è un anno terribile nella vita di Sainkho Namchylak. Viene aggredita da un gruppo neonazista russo che la lasciò in coma per due settimane. Da allora, vive a Vienna e ha fatto soprattutto incisioni da solista. Dalla fine degli anni Novanta, Sainkho Namchylak ha pubblicato svariati diversi lavori in cui, prima in forma più sottile e discreta, poi sempre più lampante e preponderante, si apre all’etno-pop e all’elettronica. Who Stole the Sky? è il culmine di questo percorso che mostra una spiccata propensione a influenze multiculturali e ad uso, spesso poco interessante, dell’elettronica. Naked Spirit è una fortunata collaborazione con il musicista armeno, suonatore di duduk, Djivan Gasparyan. Stepmother City affianca canzoni inglesi ad altre di chiara matrice siberiana, interpretate in stile “tungus” tradizionale. Per celebrare i suoi cinquant’anni di attività Leo Feigin della Leo Records ha recentemente pubblicato due lavori, Nomad e Tuva-Irish - Live Music Project. Siamo lontani dagli estremi travalicati con Ned Rothenberg in “Amulet”, nonostante una eco di quello sperimentalismo continui a dare vita e forza alle corde della Namchylak. Discografia 1990 - TRI-O plus Sainkho Namchylak “Transformation of Matter”, ora ristampato in “Document”, vol. 5 - Leo Records
appassionata Cluster-omane... Per saperne di piu' su Francesca...
Miracolo a Milano Mark Feldman - Michael Formanek Lucas Niggli Big Zoom - Intrecci Bill Frisell - 858 Quartet Sol12 Gabor Szabo Discografia di Gianni Lenoci
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Ci sono figure nella storia del jazz che sono in grado, con la loro musica, di travalicare spazi geografici e confini di genere, distinguendosi con particolare nitore. La vocalist, improvvisatrice, Sainkho Namchylak, nata in un piccolo villaggio della Repubblica di Tuva nella Siberia meridionale, vicino alla frontiera mongola, è una di queste. Luminosa, profonda, al di fuori del tempo.
Come cantante d’improvvisazione, Sainkho Namchylak collabora con moltissimi jazzisti dell’ambito creativo. Qui ricordiamo in particolare Peter Kowald, William Parker, Ned Rothenberg, Joelle Leandre, Hamid Drake, il maestro di duduk Djivan Gasparyan. La sua tecnica si muove liberamente dal khoomei (sopratono usato nella tradizione musicale tuvina) ad estensioni vocali e mood più specifici dell’improvvisazione. Mars Song, in duo con Evan Parker, ma soprattutto Amulet, con Ned Rothenberg, attestano i punti più alti (o estremi) della ricerca della Namchylak nell’ambito improvvisativo. Amulet, in particolare, è un’amalgama, eccellente e unica, di materiale e tecniche tradizionali con sprazzi e virate impro.
Nomad è una raccolta di estratti da diversi CD (alcuni dei quali difficilmente reperibili) che danno conto del percorso artistico della Namchylak. L’alternanza di improvvisazione a momenti soft, etno-pop, non soddisfa pienamente.
Tuva-Irish - Live Music Project risulta decisamente più degno di attenzione per chi già conosce lavori Namchylak. L’intento è quello di trovare un punto d’incontro tra la musica tradizionale di Tuva, oggi, e la musica improvvisativa e tradizionale irlandese. Roy Carroll e la Namchylak scavano nelle rispettive terre, musiche, religioni, tradizioni, per far emergere lo spirituale che soggiace in entrambe. Punti in comune, motivi di forza, atmosfere, pratiche musicali, danze, parole, improvvisazione, elettronica: tutto concorre a dare armonia ai quattro cicli che compongono il CD, “From the Hearth of Central Asia”, “All Will Come to an End”, “Fonomania”, “Madness of the Night”. 

