"Il mio intento non e' quello di sfruttare la musica di altre culture: ho vissuto esperienze fantastiche nelle strade, nelle
piazze dell'Asia e dell'Africa, ma tornando a casa ho sempre provato a dimenticarle, cercando di capire invece su quali
criteri quelle culture fossero state costruite. Per capirle occorre spostare il centro dell'attenzione: nelle musiche
non occidentali si da' risalto alla presenza, alla concentrazione e allo stato d'animo degli esecutori, non si cerca di
focalizzare la tonalita', le scale, i pattern ritmici e quant'altro noi pensiamo".
Le parole sono di Jon Balke, pianista, tastierista ma anche percussionista e compositore fra i piu' illuminati degli ultimi
venti anni della musica "che conta" del nobile e piu' profondo Nord europeo. Con la sua Magnetic Orchestra, il musicista
norvegese, filtra – da anni – elementi di musica moderna, creando cocktail sonori sicuramente interessanti, ricchi di ingredienti
pop e new age, spesso pero' un tantino pretenziosi e quasi sempre fini a se stessi. Non e' il caso di questo Batagraf,
nome del progetto e dell'omonimo CD che porta anche il sottotitolo "Statements", "Forum privato per nuove idee
progressive" (come lui stesso lo presenta) e basato su una certa qual nobilitazione maxima dell'enfasi
ritmica che – questa volta – colpisce nel segno.
Il progetto ha debuttato a Oslo nel 2002. Nata come insieme di percussionisti e batteristi (ben quattro, di base) a cui si
unisce l'artista norvegese alle tastiere e Frode Nymo al sax, questa formazione si avvale della partecipazione di
diversi ospiti, fra i quali, gli importanti nomi di Sidsel Endresen e Arve Henriksen. Dopo concerti in tutta
la Scandinavia nell'arco del 2003, l'attivita' di questo gruppo si e' concentrata principalmente sulla produzione di
un lavoro discografico che ha visto la luce nell'ultima parte del 2005.
Il fatto che la gestazione del lavoro sia stata cosi' lunga
riesce a dare – una volta tanto – frutti consistenti, che - siamo pronti a scommettere – piacerebbero molto a
Joe Zawinul, principe incontrastato di avventure similari. Rispetto all'idea che ognuno si puo' immediatamente fare - al
buio - di cio' che oggi sarebbe assimilabile alle produzioni del celebrato tastierista austriaco, il progetto di Balke e'
forse pero' piu' "intimista" e celebra innanzitutto una sorta di rinata "importante" creativita' collegata ad impegni ed
ipotesi sociali terzomondiste. In altre parole, anche un lavoro fondamentalmente politico capace di fare
incontrare tesi proprie del free jazz con il mondo della vocalita' delle avanguardie nordiche e stemperando il tutto
nell'idea di Cuba e di Africa Occidentale: una sorta di "fuoco delle passioni" che motiva solidarieta' sociale e
dettami di liberta' che chiedono il superamento delle differenze razziali.
Ovviamente, queste notazioni, non nascono dal solo ascolto del disco, ma da una lunga chiacchierata fatta recentemente con
Balke, che crede profondamente nelle capacita' "sociali" della musica. Ma, grazie anche a tali commenti, e' piu' facile comprendere
e lasciarsi coinvolgere dal melange di suoni di questo lavoro. Sicuramente al primo posto fra i gradimenti degli amanti del
suono meticciato, Batagraf unisce, nel nome, la radice latina di "battere" e la desinenza propria della "grafia",
dello "scrivere". Pensandola foneticamente e in qualche modo piu' intellettualmente
equivarrebbe ad unire in forma poetica la piu' classica accezione di "onde sonore" e molti, in verita', sono i brani
di questo lavoro basati sul semplice suono della voce recitante e sulla piu' pura esemplificazione dell'arte
della percussione, come la tradizione del "Gamelan" balinese insegna da sempre (cfr. Steve Reich).
"Bata" e' anche, inoltre, lo specifico nome di un particolare stile, capace di unire parole e suoni, conosciuto in tutto
il mondo musicale afro-cubano.
E porta infine lo stesso nome anche il peculiare strumentario dei percussionisti chiamati ad eseguire musica che accompagna
tradizionali pratiche devozionali. Il progetto di Balke rispecchia la nobilta' di tali forme musicali cercando di creare
una sorta di "sfera sonora" che affonda la ricerca nelle fondamenta del suono percussivo. Un bel po' bello, insomma.