Paolo Curtabbi
La Freedom Suite che Sonny Rollins compose e pubblicò nel 1958 rappresenta
una delle prime testimonianze del coinvolgimento dei jazzisti di colore alla causa del
loro popolo. Ma per il suo autore, rappresentò anche qualcosa d'altro e di più.
Utilizzando il tema come base dell'improvvisazione, egli riuscì a conciliare libera
improvvisazione e composizione in una sintesi ben equilibrata, ponendosi come
protagonista di un lungo brano (19' 17") articolato in cinque parti senza soluzione di
continuità.
Il procedimento non era certo nuovo ai jazzisti, ma Rollins fu il primo ad adottare
sistematicamente questo tipo di improvvisazione (sfruttandone soprattutto gli spunti
offerti dalle variazioni ritmiche) e a portarla fino alle estreme conseguenze. La qual
cosa non dovette risultare estranea alla sua repentina decisione, nei mesi che seguirono
la "suite della libertà", di ritirarsi dalle scene per approfondire lo studio dello
strumento e preparare un trionfale ritorno con le sue memorabili performance di sassofono
non accompagnato pubblicate in The Bridge.
Il problema posto dal Saxophone Colossus non fu di poco conto. Era in gioco il concetto
(e la prassi) di improvvisazione jazzistica, per la prima volta intesa non solo come
scrittura che si imperniava sull'assolo ma sulla intera struttura del brano coinvolgendo
l'apporto di tutti gli strumentisti svincolati dal loro ruolo canonico e, in un certo
senso, subalterno. L'indicazione fu presto recepita da altri jazzisti che vi si
dedicarono con buoni risultati (uno su tutti, Ornette Coleman con la
sua "Chappaqua Siute").
Non è quindi un caso che altri musicisti di grande spessore artistico, siano oggi tornati
a soffiare (il termine è solo un eufemismo apparente) proprio sulla scintilla accesa da
Rollins. L'ha fatto Branford Marsalis (per leggere la recensione del suo Footsteps of Our Fathers
clicca qui) e, con intenti
diversi e sicuramente più analitici e specifici, il sassofonista David S.
Ware (il cui primo disco acquistato fu proprio The Bridge) che da parte di Rollins
ha sempre ricevuto ammirazione e consigli. Tanto da impostare tutto il suo nuovo disco
sulla musica contenuta nella prima facciata di quello storico album.
Non si tratta, ovviamente, di una copia fedele all'originale. La suite si dilata fino a
39' e 27", è suddivisa in quattro parti e l'organico è ampliato a quartetto. Al posto di
Oscar Pettiford e Max Roach, troviamo uno dei quartetti più interessanti
dell'odierna scena jazzistica nordamericana: oltre a Ware, il contrabbassista William
Parker, il batterista Guillermo E. Brown ed il pianista Matthew Shipp.
La differenza è evidente e si esplica a più livelli.
Innanzitutto, la suite ha un più ampio respiro e dà modo a Ware di esplorare ogni
minuscolo anfratto riuscendo a non ingolfarsi nelle pericolose sacche formate
dall'attestarsi della ritmica su ostinati e pedali, utili a sostenere il filo tematico.
Il suo eloquio, torrenziale e predominante ma scevro da ripetitività, guida lo sviluppo
musicale senza beatificarsi di spazi solistici non accompagnati anzi, i suoi interventi
sembrano fomentare i compagni che lo incalzano e premono per avere la parola, liberandosi
poi finalmente in brevi ma sapide turnazioni che non abbassano minimamente la tensione.
Alla fine, tutti gli elementi del gruppo risultano comprimari, e l'inserimento di Shipp
si rivela una scelta quanto mai azzeccata. Egli entra in gioco a sorpresa a metà della
prima parte come solista, poi scompare e ritorna ad aprire tutte le restanti parti,
spesso senza Ware, che lascia al pianista il compito di preparare l'atmosfera con pochi e
pungenti accordi che vengono poi mantenuti a mezzo di efficaci cluster arricchiti da
tangenziali richiami tematici quando lo spazio a sua disposizione si amplia nel corso
dell'esecuzione. I suoi interventi corrispondono sempre ai momenti cruciali
dell'esecuzione, quelli dove Ware raggiunge l'acme lirico, offrendosi di risolvere la
tensione ritmica e melodica raggiunta e contemporaneamente, ponendosi come elemento di
connessione tra la front line e il resto del gruppo, libera i compagni allo scambio
reciproco all'interno della sezione ritmica.
Il batterista Guillermo Brown non ha certo la leggerezza di Susie Ibarra,
ciononostante riesce ad essere molto fluido e a non forzare la direzione dell'ensemble.
La forza propulsiva di William Parker è come sempre decisiva; è lui a mettere le ali al
sax del leader che si invola in spirali impazzite ma sempre controllate nella dimensione
del suono.
A questo proposito, sebbene lo stile di Ware ricalchi l'alternanza, tra ruvidi soffi e
acute volute, tipicamente Rollinsiana, a livello concettuale la sua interpretazione della
storica suite, seppur effettuata in modo ossequioso, non solo sottolinea la validità
procedurale dell'improvvisazione tematica stessa ma là dove il suo mentore la usò in
funzione "restrittiva", dalla quale muovere i primi passi verso l'esecuzione prettamente
solitaria, Ware invece, grazie all'ampliamento della formula strumentale, dal trio al
quartetto, ne amplifica le potenzialità ritrovandovi nuovi spunti di ricerca e di
sviluppo.
Valutazione: * * * *
Sito della AUM Fidelity:
www.aumfidelity.com
Elenco dei brani:
01. The Freedom Suite Part 1 - 7:05
02. The Freedom Suite Part 2 - 11:38
03. The Freedom Suite Part 3 - 8:12
04. The Freedom Suite Part 4 - 12:30
Musicisti:
David S. Ware (sax tenore)
Matthew Shipp (pianoforte)
William Parker (contrabbasso)
Guillermo E. Brown (batteria)