Valerio Prigiotti
Ecco un disco che farà discutere. Per fortuna, perché, nello stanco panorama del
politically correct jazzistico, non capita spesso un'opera capace di mettere in
ballo questioni che vanno dalla spiritualità, all'effetto del disco sul modo odierno di
ascoltare la musica.
Il rischio è solo quello di dimenticare che si parla di suoni e di come questi sono
apprezzati dall'ascoltatore, ma non si possono eludere tematiche poste dallo stesso
Branford Marsalis, quando decide che è ora di inserire nel repertorio brani come
Freedom Suite di Sonny Rollins o A Love Supreme di John
Coltrane.
La questione del repertorio è molto delicata e si lega alla mitologia del jazz come
musica spontanea, incatenata mani e piedi a un hic et nunc perso per sempre se non
catturato su disco. Mitologia che svaluta da sempre l'aspetto compositivo, visto, al più,
in funzione dell'exploit drammatico del solista. Che la prassi del jazz sia solo in
piccola parte così non è cognizione diffusa, in un ambiente che ancora crede alla
leggenda secondo la quale i musicisti di New Orleans erano tutti analfabeti musicali,
alla faccia dell'impiego di strutture multitematiche più complesse della forma
chorus prediletta dal bebop.
Non è solo una storiografia carente a limitare il repertorio a canzoni nate per il
musical e a brani scritti da jazzisti nello stesso formato. Il disco ha le sue
responsabilità. Lo strumento che ha permesso di fissare per sempre un evento sonoro -
tramandando ai posteri la voce di Caruso e il pianoforte di Jelly Roll
Morton - ha un seguito letale di feticismo, ben rappresentato nel libro «L'angelo
con il fonografo» di Evan Eisenberg. Un feticismo che fissa un'esecuzione
nella memoria e la rende definitiva, insuperabile, irripetibile. L'effetto sul jazz è
devastante: una volta registrata, la Freedom Suite è intoccabile, solo il suo
Autore può riproporla, per gli altri è tabù. Non ci si può confrontare con esiti così
alti, recita il mito, senza esserne schiacciati e per fortuna che l'interprete classico
non si trova davanti un disco registrato da Chopin in persona, altrimenti chi
eseguirebbe più i Notturni!
È il concetto d'interpretazione a guidare Marsalis fuori dalle secche del pensare
comune e non si supponga, per automatismo, un'esecuzione accademica. Idioma e prassi
sono, senza equivoci, dentro lo spirito del jazz, che ha sempre approvato l'opera di chi
si mette sulle orme dei maestri (seguendo il titolo del CD) per trarne ispirazione e
insegnamento. Così fu per Rex Stewart, quando citò, nell'orchestra di Fletcher
Henderson, l'assolo di Bix Beiderbecke in Singin' the Blues. Così è per
alcuni ex giovani leoni degli anni Ottanta, ora maturi al punto da seguire le orme di
musicisti che disegnarono a loro immagine gli anni Sessanta.
Ci sarebbe molto da dire sulle scelte che guidano Branford, ma si rischierebbe davvero di
trascurare la musica. Un vero peccato perché «Footsteps of Our Fathers» è un CD di
rara eleganza sin dalla disposizione dei brani, che rivela una concezione unitaria del
disco, analoga a quella dell'interprete classico in grado di presentare un programma
antologico ricco di collegamenti, disvelamenti, piani di lettura: al centro dell'opera le
due suite epocali, la prima delle quali si fonda su un trio senza pianoforte spesso
anticipatore del quartetto di Coleman con Don Cherry. A Love Supreme non è,
a sua volta, pensabile senza lo sforzo di Freedom Suite, cui aggiunge l'apertura
armonica di McCoy Tyner e Coltrane, assieme alle innovazioni ritmiche di Elvin
Jones. In apertura Giggin' rivela la sua stretta parentela con il classico
Concorde del Modern Jazz Quartet: musica lieve, ironica e danzante. La
chiusura nel segno di John Lewis ricorda la sua preveggenza nell'indicare Ornette
come il principale innovatore emerso alla fine degli anni Cinquanta, e completa il
cerchio.
A Love Supreme riletta da Marsalis non può toccare la trascendenza vertiginosa di
Coltrane, ma vive di una spiritualità composta, solenne, da congregazione battista. Qui,
come negli altri brani, il sassofonista segue da vicino il percorso segnato dal maestro
al quale rende omaggio: non è imitazione scimmiesca, ma assimilazione profonda, sin nei
più fini dettagli stilistici, dalla quale consegue la libertà di scegliere quando aderire
alla storia e quando uscirne, operazione realizzata senza danneggiare la coerenza
architettonica del brano eseguito.
Della Freedom Suite si coglie, oggi come ieri, la costruzione inappuntabile, un
percorso per trio che ha pochi rivali. Il discorso sull'assimilazione non servile, valido
lungo tutto il CD, qui si presenta al meglio, con i tre interpreti contemporanei in grado
di ricreare non tanto e solo le note, quanto lo spirito del gruppo e le modalità
d'interplay elaborate da Rollins, Oscar Pettiford e Max Roach.
In un disco così concepito il ruolo del batterista è decisivo: non è facile seguire
l'esempio di Connie Kay, Max Roach, Elvin Jones e Billy Higgins, ma
Jeff "Tain" Watts si conferma degno erede di figure così imponenti, con una
prestazione complessiva straordinaria, da vero maestro del suo strumento, versatile,
attento, energico e musicale.
«Footspetps of Our Fathers» è un CD problematico, soprattutto per la rilettura di
A Love Supreme. Molti diranno che l'approccio filologico di Branford
Marsalis conduce il jazz in un vicolo cieco. Altri, incluso chi scrive queste righe,
ritengono le sue scelte importanti e costruttive.
Valutazione: * * * * ½
Sito di Branford Marsalis:
www.branfordmarsalis.com/branford/intro.cfm
Sito della Marsalis Music:
www.marsalismusic.com
Elenco dei brani:
01. Giggin' (Ornette Coleman) - 7:20
Freedom Suite:
02. Movement I (Sonny Rollins) - 6:03
03. Interlude (SR) - 0:59
04. Movement II (SR) - 8:19
05. Movement III (SR) - 7:33
A Love Supreme:
06. Acknowledgment (John Coltrane) - 7:11
07. Resolution (JC) - 12:37
08. Pursuance (JC) - 8:10
09. Psalm (JC) - 4:20
10. Concorde (John Lewis) - 4:59
Musicisti:
Branford Marsalis (sassofono tenore; sassofono soprano)
Joey Calderazzo (pianoforte)
Eric Revis (contrabbasso)
Jeff "Tain" Watts (batteria)