Dancin' Structures e' il secondo lavoro realizzato da Franco D'Andrea per la Backbeat (etichetta
patrocinata dalla Sidma, Societa' Italiana di Musicologia Afroamericana) dopo Plays
Monk, documento dell'eccezionale concerto per piano solo tenuto dal pianista meranese a Prato nell'edizione
2002 di "Metastasio Jazz".
Registrato il 3 e 4 dicembre 2003 all'Acoustic Sound Studio di Aldo Mella, Dancin' Structures testimonia l'ulteriore
crescita di un quartetto che opera da anni. Insieme a D'Andrea figurano infatti il gia' citato Mella al contrabbasso, Zeno
De Rossi alla batteria ed Andrea Ayassot al soprano e all'alto. Tutti musicisti che - per personalita', originalita'
di linguaggio e predisposizione al rischio - confermano di essere pienamente in grado di seguire il pensiero del leader.
D'Andrea e' sempre piu' orientato verso l'approfondimento degli aspetti ritmici e delle dinamiche collettive. E lo e' a
tal punto che a tratti si ha la netta percezione del progressivo dipanarsi di quattro assolo perfettamente concatenati tra
loro, o di quattro percorsi paralleli che gradualmente confluiscono in un'unica strada maestra. Comprovano questo assunto
ampie porzioni della seduta d'incisione. Piu' specificamente, lo rafforza l'ascolto di "Dancin' Thirds", collettivo in
costante movimento, quasi letteralmente "danzante"; e di "Whole Tone Area", generata dallo sviluppo di una cellula tematica
attraverso una grande apertura tonale.
Tornando agli aspetti ritmici, D'Andrea attribuisce come sempre grande rilievo all'interdipendenza ed alla dialettica
nell'azione delle due mani sulla tastiera. Lo sviluppo di certe linee sui registri gravi (vedi ad esempio l'iniziale "m2+M3")
rivela una discendenza tristaniana, peraltro totalmente assorbita ed integrata nella propria sintassi. Per contro, un tema dal
titolo rivelatore come "Linee oblique" (lo si potrebbe definire tipico della poetica di D'Andrea) si fonda su geometrie
sghembe, asimmetriche, di matrice monkiana.
Inoltre, episodi come "Grapes", "A4+m2" ed "Empty Areas" (anche perche' basati su una piu' marcata impronta melodica) sembrano voler
rifondare radicalmente struttura e canoni della ballad. Addirittura, il terzo dei temi sopra menzionati vive di
un respiro rarefatto, tanto da indurre a pensare che un suo possibile archetipo sia l'arcana "Monti pallidi" incisa
nel 1973 con il Perigeo su Genealogia.
Per sostenere un tale sforzo di lungimiranza risulta decisiva la simbiosi con una sezione ritmica mai
pedissequa o "regolare"; piuttosto, sempre pronta ad arricchire e completare il discorso con un continuo e
fertile scambio di impulsi su metriche cangianti. Per parte sua, Ayassot imbraccia prevalentemente
il soprano (ricurvo), con il quale sembra per certi versi aderire alla poetica di Shorter, almeno quanto a pregnante
laconicita' e senso melodico spartano. All'alto, invece, e' capace di cogliere ed elaborare i tratti piu' astratti dello
stile di Konitz. Su entrambi gli strumenti, in definitiva, esprime un linguaggio straniato, personalissimo, quasi a
voler ricercare l'antitesi del bel suono o del fraseggio forbito. Un atteggiamento piu' che consono all'estetica
di D'Andrea, artista in costante evoluzione, continuamente proteso alla ricerca di nuovi confini espressivi.