Angelo Leonardi
E' noto che, per Wynton Marsalis, il jazz e' soprattutto swing, blues, timbri
e forme "tradizionali". Secondo molti, il trombettista fa rientrare nel concetto di tradizione tutto
cio' che va dalle origini all'hard-bop, escludendo il free jazz e le avanguardie
successive ma anche l'idea di una musica in continuo rinnovamento.
Semplificando, per Wynton il jazz ha raggiunto un corpus di stilemi classici che
vanno preservati e valorizzati, reinterpretandoli in modo impeccabile, in una logica
concertistica. Come sappiamo e'¨ una posizione "ideologica" fortemente criticata nella comunita'
jazzistica, che l'accusa di neo-classicismo, se non di peggio.
Ascoltando questo disco, inciso dal vivo in un piccolo locale del Lower East Side di New
York, i motivi dello scontro appaiono molto sfumati. Al posto delle impeccabili e descrittive opere
d'ampio respiro che tanto piacciono a Marsalis (e al suo mentore Stanley Crouch) abbiamo
infatti sei travolgenti brani che ci riportano agli anni della sua militanza coi
Jazz Messengers di Art Blakey.
Stavolta la strepitosa tecnica strumentale non fa cadere Wynton nella rigidita' formale ma
si lega a quella doti di estro e passione che - bisogna ammetterlo - il trombettista ha
dimostrato spesso d'avere. Di fronte a un pubblico di cinquanta persone, la musica decolla con le
tinte forti, il clima intenso e la passionalita' di una blowin' session degli anni
cinquanta, con protagonisti come Lee Morgan o Booker Little.
Sare' una coincidenza, ma il recente passaggio alla Blue Note (come ha dimostrato
Unforgivable Blackness) da' finalmente spazio agli aspetti esuberanti dell'arte di
Wynton, con buona pace per le costruzioni formali e l'eccessiva rispettabilita'.
L'album va dritto al cuore degli appassionati aprendo con l'infuocata versione di "Green
Chimneys" di Thelonious Monk. Marsalis scopre immediatamente le carte con un ruvido e
strabiliante assolo, ricco di tensione ed esuberante comunicativa. Il pubblico interviene continuamente incoraggiando e
sostenendo sia il suo intervento che i successivi (molto belli) di Wes Anderson al
contralto ed Eric Lewis al piano.
La musica prosegue con l'intensa versione di "Just Friends", dove c'e' spazio anche per
interventi di basso e batteria, e l'intima ballad "You Don't Know What Love Is", con la
stessa sequenza d'assoli del primo brano.
Di grande impatto e' l'esplosiva versione di "Donna Lee" dove la superlativa tecnica ma
anche la generosita' di Wynton rifulgono al massimo.
La partecipazione del pubblico si fa consistente nel variopinto "What Is This Thing
Called Love" e si conclude con il caldo abbraccio alla tradizione di New Orleans offerto
dall'esecuzione di "2nd Line" di Paul Barbarin.
Prodotto da Delfeayo, Amongst the People e' un album festoso, sincero,
traboccante di feeling e vigore, che celebra i valori piu' autentici della tradizione afro-americana e riconciliera' (almeno
in parte) la figura di Wynton presso molti suoi critici.
Valutazione: * * * * 1/2
Sito di Wynton Marsalis:
www.wyntonmarsalis.com
Elenco dei brani:
01. Green Chimneys (Monk) - 15:49
02. Just Friends (Klenner - Lewis) - 17:48
03. You Don't Know What Love Is (De Paul - Raye) - 12:13
04. Donna Lee (Parker) - 6:47
05. What Is This Thing Called Love (Porter) - 10:27
06. 2nd Line (Barbarin) - 3:55
Musicisti:
Wynton Marsalis (tromba)
Wessell Anderson (sax contralto)
Eric Lewis (pianoforte)
Carlos Henriquez (contrabbasso)
Kengo Nakamura (contrabbasso)
Joe Farnsworth (batteria)
Robert Ruecker (batteria)
Orlando Rodriguez (percussioni)