Gruppo assai sofisticato di percussionisti giapponesi, Za Ondekoza ha ormai una vita piuttosto lunga, essendo nato
addirittura nel 1969. Da allora la formazione e' radicalmente mutata, ma ha mantenuto la propria ispirazione alla tradizionale
giapponese delle percussioni, il Wadaiko, che - giocando con ritmi unisonici, variazioni ritmiche repentine e spazi di
silenzio - cerca di riprodurre ondate sonore di sapore mistico e meditativo.
La formazione attuale, che - com'e' tipico delle arti orientali - ha moltissima cura anche dell'aspetto scenografico
(molto suggestive le immagini del libretto che accompagna il CD, ma sarebbe auspicabile poter vedere il gruppo dal
vivo), ha realizzato questo lavoro alla luce di un progetto che mira a coniugare l'antica tradizione con suoni e
suggestioni del mondo contemporaneo e che essi affermano di voler assumere come poetica delle loro
prossime produzioni. L'ascolto permette indubitabilemente di affermare che il tentativo e' riuscito.
Con una base di brani di ispirazione etnica ed eseguiti su una vasta scelta di tamburi tradizionali (in giapponese,
"Taiko", o "Daiko" quando affiancati da un altro termine che ne specifichi il tipo), il gruppo di otto musicisti
affronta la "sfida" di fondere antico e moderno affiancato dallo shakuhachi di Seizan Mazuda e dal cembalo di Kazuko
Hosokawa, ma anche da altri strumentisti ospiti, tra i quali spiccano il sassofonista Kazutoki Umezu e la
cantante Mieko Miyazaki.
Cosi', se l'apertura del CD, "Taiyo no Uma", e' pressoche' interamente incentrata sul ritmo dei tamburi, accompagnati da
una labile melodia al flauto, la successiva "Kyoten Dochi" vede di scena il potente sax contralto, di matrice
jazzistica free, di Kazutoki Umezu, che improvvisa con accenti mistico-evocativi sopra gli scuri e
avvolgenti battiti delle percussioni. Nella sua brevita', e' questo forse uno dei brani piu' belli, ed e' alta la suggestione del
passaggio al brano successivo, che si apre con delicate percussioni lignee e s'impenna subito dopo in piu' ritmici battiti
su piccoli tamburi, fino a giungere ad un vortice prossimo alla trance che ripropongono in primissimo piano il sapore
delle percussioni Wadaiko.
L'atmosfera cambia ancora in "Iru", dove Mieko Miyazaki canta a lungo una lirica giapponese, accompagnandosi allo
shamisen, uno strumento a corde, coadiuvata dallo shakuhachi. Assai pregevole il dialogo tra i due strumenti negli
intervalli del canto, per uno scenario etnico dal forte impatto, che prelude ancora una volta ad una seconda
parte incentrata sulle profonde percussioni, screziate dalle grida dello shakuhachi.
E' il sax soprano di Kazutoki Umezu ad aprire il successivo "Yataibayashi", lanciando i tamburi e poi disegnando sopra
il loro ritmo ossessivo linee melodiche dal sapore ibrido, ora occidentale, ora ricco di suggestioni d'oriente, ora
libero d'improvvisare, ma sempre molto evocativo. Giunto al momento di massima tensione, Umezu sostituisce al
soprano il contralto, che usa talvolta con modalita' che attingono all'espressivita' dello shakuhachi (vale la
pena ricordare quanto si sia avvalso di questi insegnamenti un sassofonista del calibro di Ned Rothemberg). La fusione
di forme espressive di diverse epoche e culture produce qui elevatissimi risultati.
Dopo una traccia introdotta da un canto di gruppo ("Kurenai Hachijo") ispirato ad antiche liriche e poi proseguito
al flauto - ovviamente, sempre sullo sfondo dei tamburi, che poi ne divengono protagonisti - ed un'altra introdotta
dalla melodia occidentale di "Amazing Grace" (con lo shakuhachi a lungo protagonista), ma che si trasforma
in una danza mistica di gusto ebbro, il disco si conclude con "Kawaki no Umi", breve brano lirico privo delle
percussioni e condotto da shakuhachi e cembalo, quasi un commiato a stemperare le
forti e "scure" tensioni che hanno caratterizzato la ricerca.
Un gran bel lavoro, intelligente e senza concessioni commerciali alle possibili aspettative
del pubblico. Se fosse promosso da qualche "guru" occidentale delle "nuove sonorità", sarebbe un successo. Cosi', c'e' solo
da augurarselo.