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Live
Spring Heel Jack (Thirsty Ear - Usa - 2003 - distr. I.R.D.)

Stefano Merighi

Il fenomeno Spring Heel Jack prende consistenza.

La coppia britannica Ashley Wales-John Coxon, piccoli maghi di computer music e campionamenti, ex esponenti del drum&bass alla moda ora sedotti dalla forza dell'improvvisazione radicale, sviluppa un nuovo punto di vista nelle relazioni tra elettronica e linguaggi derivati dal jazz. Relazioni queste piuttosto frammentarie e ambigue, esperite più sul versante accademico o comunque dal cipiglio serioso di un trentennio fa (vedi alcune pagine di George Lewis, o anche di Braxton-Teitelbaum), con l'eccezione del laboratorio M.E.V., vera pietra angolare di un possibile percorso.

Ma il contesto di questi nuovi intrecci è differente, prende le mosse dalla club culture inglese ed è dunque indizio di una evoluzione a sorpresa di un territorio sonoro sostanzialmente autodidatta e giocoso, che si interroga e sovverte i propri caratteri identitari.

Wales e Coxon trovano una sponda amica in Matthew Shipp, motorino inarrestabile della scena odierna, che con acume e ottimo senso del casting, raduna grandi firme dell'impro-jazz euro-americano per provare a interagire con le intelaiature elettroniche - mai invadenti, per la verità - che la coppia dispone come cornice o come propellente di base.
Due già i dischi in studio, Masses ed Amassed, accolti con diversi accenti dai media specializzati, a mio avviso tra le opere più fresche ascoltate dopo il 2000.
Questo Live però li batte seccamente, evidenziando il potenziale in progress dell'esperimento, che sul palcoscenico si abbandona ad una spontaneità e ad un entusiasmo espressivo assenti nei lavori di studio.

Il disco è diviso in due set rispettivamente di 36 e 39 minuti, selezionati da due esibizioni del gennaio scorso effettuate a Brighton e Bath. Non fatevi però impressionare dalla durata di questi due unici solchi del CD: la musica è caleidoscopica, muta costantemente, è divisa in sequenze equilibrate, mantiene alto il livello emotivo.

La formazione è assortita benissimo. Insieme ad Ashley e Coxon ci sono Matthew Shipp alle tastiere, Evan Parker ai sassofoni, William Parker al contrabbasso, Han Bennink alle percussioni e J. Spaceman alla chitarra elettrica.
È un gruppo di lavoro che riesce a rinnovare l'improvvisazione senza rete, scegliendo la tecnica del flusso mnemonico aperto. Nessuna rigidità, nessun culto del suono criptico, anzi la possibilità per ciascun improvvisatore di riportare alla luce tutto il suo vissuto, il suo "gusto" altre volte represso, che relazionato all'insieme provoca accostamenti spesso di giubilante policromia.

C'è il sound chitarristico di J. Spaceman (elemento del gruppo Spiritualized) che, insieme ai reticoli spumosi del Fender Rhodes di Shipp, rimanda al Miles Davis sia elettrico-astratto sia modale- politonale; c'è Evan Parker quasi sempre al tenore, che recupera allora la sua formazione coltraniana e la mischia con l'eloquio spiraliforme che gli è congeniale. Molto "jazz" dunque, speziato e screziato dai suoni/rumori Spring Heel Jack, e servito da una coppia ritmica di formidabile creatività. Bennink e W. Parker sono vulcanici nel corso delle intere performances, ma ascoltate il duetto che copre i primi otto minuti e mezzo della seconda traccia, e meditate.

In "Part I", ad un tratto emerge "Lit", un pezzo di straniante lirismo, dove un melodismo soffice è "torturato" da apparenti strappi di materiale domestico. In studio c'era un memorabile solo di tromba di Kenny Wheeler, qui sostituito dal tenore di Parker. Il quale imbraccia anche il soprano (non indicato nelle note di copertina) in un'altra maxi-sequenza straordinaria in cui la musica si rapprende in un giro accordale discendente, avvitandosi in moduli ripetitivi fino ad un parossistico rumore. Lo scioglimento arriva nei minuti finali, dapprima con un tempo ternario suggerito da Bennink, infine con un lamento evocativo da parte del basso archettato di William Parker.

Valutazione: * * * * ½

Sito della Thirsty Ear:
www.thirstyear.com

Elenco dei brani:
01. Part I (Bennink - Coxon - E.Parker - W.Parker - Shipp - Spaceman - Wales) - 35:52
02. Part II (Bennink- Coxon- E.Parker - W.Parker - Shipp - Spaceman - Wales) - 39:15

Musicisti:
Han Bennink (batteria)
Evan Parker (sax tenore e soprano)
William Parker (contrabbasso)
Matthew Shipp (piano)
J. Spaceman (chitarra)
John Coxon, Ashley Wales (elettronica, altri strumenti)



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