Enrico Bettinello
Uno dei principi del godimento estetico con cui ci rapportiamo alle espressioni
artistiche dei nostri giorni e' certamente quel "di piu'" di piacere che traiamo
dall'infrangersi delle cornici interpretative stesse, quello che e' stato definito
il "collasso dell'Arte come Altro simbolico".
Che Otomo Yoshihide sia un artista con cui si deve giocoforza abituarsi
all'infrazione delle cornici interpretative e' un dato ormai abbastanza acquisito e la
capacita' di dare una molteplicita' di direzioni al suo linguaggio polimorfo si rafforza
progetto dopo progetto, anche quando lo aspetteresti al varco dell'accumulo narcisistico
zorniano o del possibile passo falso.
La New Jazz Orchestra, che nasce dal nucleo di quello che era il New Jazz
Quintet e che ora e' - come abbiamo potuto ascoltare anche nelle recenti prove dal
vivo - un piccolo ensemble, diventa sotto la sua guida un organismo che sfugge spesso
alle coordinate dei larghi organici, per contribuire invece a una dilaniata
sovrapposizione di livelli in cui il grado di lirismo e malinconia contagia anche le
accensioni piu' fervide.
Un banale schematismo vorrebbe il vasto organico diviso idealmente in strumentazione
acustica e elettronica, ma la compenetrazione tra questi due aspetti e' talmente
essenziale nella concezione del disco che davvero si puo' parlare di un improvviso punto
di incontro tra le diverse anime della musica dell'artista giapponese, quasi un trovarsi
di fronte l'una all'altra in modo inaspettato, incapaci di parlare, in grado solo di
abbracciarsi nel riconoscersi.
Quindici musicisti, l'apporto di due cantanti, molto Giappone, ma anche un po' di Europa
di quella che davvero vola alto [la tromba di Axel Doerner, il sax baritono di
Mats Gustafsson, il pianoforte di Cor Fuhler, ma anche lo splendido
Alfred Harth, sassofonista che ora risiede in Corea], un'idea molto precisa di
come e dove ognuno possa intervenire, al diavolo la tentazione di una collettivita'
continua a tutti i costi!
L'apertura e' gia' da brividi: Otomo prende una meravigliosa canzone dell'amico Jim
O'Rourke, "Eureka" [e' nel disco omonimo, uno dei gioielli che non dovrebbe mancare
alle orecchie di nessuno] e la fa cantare con sospiro da chanteuse alla deliziosa
Kahimi Karie: i fiati entrano progressivamente, a sottolineare la dolcissima
successione armonica, in un crescendo che porta a una sorta di caos primigenio in cui
pero' si continua a scorgere la linearita' dell'incanto melodico.
Con "Eureka" Otomo introduce anche l'idea generale del disco, che si sviluppa lungo
coordinate ritmiche molto sornione, a volte innestandosi in anelli armonici la cui
funzione di dolcissimo oblio non viene disturbata dalla continua inquietudine strumentale.
E' questo il caso di "Theme from Canary", che si apre con il gracchiare del vinile sotto
le puntine assassine di Otomo e la tromba di Yoshigaki Yasuhiro [che ogni tanto
abbandona la consueta batteria]. Quando il semplice tema, tra il morriconiano e il
marziale emerge progressivamente dalla polvere del giradischi, per materializzarsi nella
sua dolce distensione, a qualcuno - chissa' se l'enciclopedico Otomo conosce quel disco -
sara' venuto in mente uno dei momenti piu' toccanti del misconosciuto disco dei due King
Crimson McDonald & Giles!
Come anche in passato, non mancano nella musica della New Jazz Orchestra espliciti
riferimenti ai maestri del jazz: qui troviamo una frammentata versione [poteva essere
altrimenti?] di "Broken Shadows" di Ornette Coleman e una intelligente ripresa di
uno dei piu' memorabili temi di Charles Mingus, "Orange Was the Color of Her Dress,
Then Blue Silk". Lungi dal costituire banali omaggi, i precisi addentellati con alcune
pagine di questi maestri - nel repertorio della band ci sono anche brani di Charlie
Haden o Eric Dolphy - si offrono come materiale vivo con cui confrontarsi,
terreno su cui elaborare le idee per farle sfociare in uno slittamento della memoria, da
cui emergono sia gli amori giovanili del bandleader che degli straordinari,
irrisolti conflitti [post]edipici.
L'apporto della voce della Karie o di Hamada Mariko introduce nel gia' complesso
labirinto narrativo un'ulteriore parete riflettente, che fa dialogare la narrativita' con
l'antinarrativo, schiudendo inattese sospensioni ambientali come in "Lost in the Rain" o
stridenti contrapposizioni di piani sonori come in "Mayonaka", per chiudere con "A-Shi-
Ta" e il suo canto ancestrale, struggente, portato via da un vento digitale...
Gli amanti delle definizioni ad effetto, i copywriter assetati di un titolo,
potrebbero definire questo lavoro un disco di "ballads del terzo millennio". Piu'
semplicemente bastera' forse dire che questo esordio della Otomo Yoshihide New Jazz
Orchestra e' uno dei dischi piu' belli degli ultimi tempi!
Valutazione: * * * * 1/2
Per saperne di piu' su Otomo Yoshihide:
www.japanimprov.com/yotomo
Sito della Doubt Music:
www.doubtmusic.com
Elenco dei brani:
01. Eureka (O'Rourke) - 11:13
02. Theme From Canary (Otomo) - 5:51
03. Broken Shadows (Coleman) - 4:17
04. Lost In the Rain (Otomo/Karie) - 8:58
05. Orange Was The Color (Mingus)/Tails Out (Otomo) - 9:16
06. Mayonaka (Otomo/Karie) - 7:45
07. A-Shi-Ta (Otomo/Hamada) - 7:49
Musicisti:
Otomo Yoshihide (chitarra, giradischi, direzione)
Axel Doerner (tromba, tromba a coulisse)
Aoki Taisei (trombone, flauto di bambu')
Tsugami Kenta, Okura Masahiko, Alfred Harth, Mats Gustafsson (sassofoni)
Ishikawa Ko (sho)
Sachiko M (sinewaves, microfoni a contatto)
Unami Taku, Otsu Makoto (elettronica)
Takara Kumiko (vibrafono)
Cor Fuhler (pianoforte)
Mizutani Hiroaki (contrabbasso)
Yoshigaki Yasuhiro (batteria, percussioni, tromba)
Nananan Kiriko (bombo)
Kahimi Karie, Hamada Mariko (voce)