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Big Fracture
Giovanni Falzone (Soul Note - Italia - 2003)

Marco Bertoli

Un breve tema di quelli che si definiscono "angolari", composto d'intervalli ampi e di preferenza aumentati, scandito in un metro composto e franto, quasi spastico. Altri incisi melodici, brevi e ritmicamente sbalzati in espressionistico contrasto l'un con l'altro, giustapposti senza transizioni o sfumature. Ugualmente repentino, un classico 4/4 swingante, ma che prende dopo poche battute un'accelerazione centripeta per rompersi infine contro qualche scoglio metrico - magari un tempo di marcia - che sorge di nuovo a incresparne la superficie.

Ecco, semplificando vigorosamente, la struttura profonda dei dieci pezzi di questo secondo disco a nome del ventinovenne compositore e trombettista Giovanni Falzone. Falzone è compositore non meno che sia strumentista virtuoso: prima tromba dell'Orchestra Sinfonica Giuseppe Verdi di Milano, è anche compositore "accademico" eseguito in diverse stagioni importanti: ma, quello che a noi più importa, e che questo disco testimonia molto felicemente, compositore di jazz.

Questa figura è da molti considerata un'araba fenice, e tanto più dalle nostre parti. Ma Falzone è un vero compositore di jazz, perché i suoi pezzi prevedono e inglobano l'improvvisazione, e le improvvisazioni dei membri di questo sorprendente "Contemporary Ensemble" si fondono senza soluzione di continuità (non è un'espressione formulare) con le parti composte: si senta, per fare i primi esempi che vengono alla mente, con che naturalezza e necessità musicale un obbligato di piano e contrabbasso emerga sotto l'assolo di viola di Paolo Botti in "Big Fracture", o come una situazione di apparente impasse ritmico si risolva in uno swing "sbieco" ma irresistibile attraverso lo sfasamento delle voci melodiche di tromba e viola a metà di "Prow".

È questa forte e personale coscienza strutturale che conferisce varietà e interesse alle composizioni di Falzone, che diversamente patirebbero di una certa uniformità d'ispirazione melodica. Il raffronto che sorge naturale è con le composizioni di un altro trombettista-compositore che sarà certo fra i prediletti di Falzone, Booker Little: a lui (pensate a Out Front) rimandano non solo gli ampi e spesso aspri intervalli dei temi, e le complicazioni metriche, ma anche l'uso non armonico ma coloristico del pianoforte - di fatto, ci è capitato durante l'ascolto di pensare che il colore dell'insieme sarebbe stato forse ancora più suggestivo rinunciando completamente al pianoforte: e qui il parallelo che veniva spontaneo era con le composizioni del dolphiano Out To Lunch.

D'altra parte la prestazione del pianista Libero Mureddu è tale da non lasciarci alcun rimpianto in questo senso. Libero da funzioni di sostegno armonico, il pianista fornisce un accompagnamento-controcanto nemmeno per un attimo scontato e formulare, traendo il miglior partito dalle risorse coloristiche dello strumento, secondo il progetto compositivo del leader ("Fragment", "Cheese", "Requiem for Luca", il singolare studio di 'staccato' che è l'intro di "Anomaly Suite").

Il batterista Cristian Calcagnile è chiamato a un compito di difficoltà temibile: essere allo stesso tempo time keeper e colorista, due funzioni assolte con aplomb e meglio ancora con fantasia e swing rimarchevoli, senza conoscere pesantezza nemmeno nell'implacabile scansione rockeggiante di "Space", sempre seguito e appoggiato con saldezza e sensibilità da Tito Mangialajo Rantzer al contrabbasso (ottimo con l'arco nell'esordio di "Fragment").

Paolo Botti alla viola, impiegato per lo più in funzioni di discanto degli ottoni del leader, quando lanciato in assolo svaria da un suono e un fraseggio distorto e vocalizzato  ("Fragment") a uno ritmico e perfino voluttuoso, come nel bellissimo e stravagante tango che è "Pallez".

Rimane da dire del Giovanni Falzone strumentista. La tecnica, com'era prevedibile, è senza pecca, il suono personale, un po' acido, all'occasione inflesso fino alla distorsione con un uso intelligente delle sordine. Il fraseggio è aggressivo, con un che di ostinato: runs non frequentissimi percorsi impassibilmente per subito fermarsi su brevi incisi ritmici della stessa natura dei nuclei tematici delle composizioni, con note ribattute lievemente ossessive, da cui si libera con veloci e appena allusi fraseggi bop. Uno stile sicuro e già personale, che rispecchia quello del compositore (o viceversa: nel compositore jazz autentico i due momenti sono in rapporto dialettico).

Dopo un ottimo esordio con l'album Music for Five Falzone ci regala un disco molto bello e soddisfacente, ancora meglio, un disco che sorprende. In un panorama jazzistico italiano i cui esponenti più in vista sembrano adagiarsi su allori ormai un po' secchi o al più farsi atletici portabandiera di un modern mainstream appena aggiornato, ecco un musicista di formazione diversa ed eterogenea, ma (così ci pare) dotato di un entusiasmo inarrestabile, ben evidente nelle esibizioni dal vivo, che sceglie di percorrere una strada personale e più difficile.

Valutazione: * * * *

Sito della Soul Note:
www.blacksaint.com

Elenco dei brani:
01. For Frank - 7:27
02. Anomaly Suite - 9:57
03. Fragment - 7:41
04. Big Fracture - 6:63
05. Cheese - 6:52
06. Prow - 8:02
07. Pallez - 5:05
08. Space - 4:40
O9. For Frank (take 2 - no intro) - 6:02
10. Requiem For Luca - 5:38

Tutte le composizioni sono di Giovanni Falzone.

Musicisti:
Giovanni Falzone (tromba, cornetta, flicorno)
Paolo Botti (viola)
Libero Mureddu (piano)
Tito Mangialajo Rantzer (contrabbasso)
Cristian Calcagnile (batteria)



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