Marco Bertoli
Un breve tema di quelli che si definiscono "angolari", composto d'intervalli
ampi e di preferenza aumentati, scandito in un metro composto e franto,
quasi spastico. Altri incisi melodici, brevi e ritmicamente sbalzati in
espressionistico contrasto l'un con l'altro, giustapposti senza transizioni
o sfumature. Ugualmente repentino, un classico 4/4 swingante, ma che prende
dopo poche battute un'accelerazione centripeta per rompersi infine contro
qualche scoglio metrico - magari un tempo di marcia - che sorge di nuovo
a incresparne la superficie.
Ecco, semplificando vigorosamente, la struttura profonda dei dieci pezzi
di questo secondo disco a nome del ventinovenne compositore e trombettista
Giovanni Falzone. Falzone è compositore non meno che sia
strumentista virtuoso: prima tromba dell'Orchestra Sinfonica Giuseppe
Verdi di Milano, è anche compositore "accademico" eseguito in
diverse stagioni importanti: ma, quello che a noi più importa, e
che questo disco testimonia molto felicemente, compositore di jazz.
Questa figura è da molti considerata un'araba fenice, e tanto
più dalle nostre parti. Ma Falzone è un vero compositore
di jazz, perché i suoi pezzi prevedono e inglobano l'improvvisazione,
e le improvvisazioni dei membri di questo sorprendente "Contemporary Ensemble"
si fondono senza soluzione di continuità (non è un'espressione
formulare) con le parti composte: si senta, per fare i primi esempi che
vengono alla mente, con che naturalezza e necessità musicale
un obbligato di piano e contrabbasso emerga sotto l'assolo di viola di
Paolo Botti in "Big Fracture", o come una situazione di apparente
impasse ritmico si risolva in uno swing "sbieco" ma irresistibile
attraverso lo sfasamento delle voci melodiche di tromba e viola a metà
di "Prow".
È questa forte e personale coscienza strutturale che conferisce
varietà e interesse alle composizioni di Falzone, che diversamente
patirebbero di una certa uniformità d'ispirazione melodica. Il raffronto
che sorge naturale è con le composizioni di un altro
trombettista-compositore
che sarà certo fra i prediletti di Falzone, Booker Little:
a lui (pensate a Out Front) rimandano non solo gli ampi e spesso
aspri intervalli dei temi, e le complicazioni metriche, ma anche l'uso
non armonico ma coloristico del pianoforte - di fatto, ci è capitato
durante l'ascolto di pensare che il colore dell'insieme sarebbe stato forse
ancora più suggestivo rinunciando completamente al pianoforte: e
qui il parallelo che veniva spontaneo era con le composizioni del dolphiano
Out To Lunch.
D'altra parte la prestazione del pianista Libero Mureddu è
tale da non lasciarci alcun rimpianto in questo senso. Libero da funzioni
di sostegno armonico, il pianista fornisce un accompagnamento-controcanto
nemmeno per un attimo scontato e formulare, traendo il miglior partito
dalle risorse coloristiche dello strumento, secondo il progetto compositivo
del leader ("Fragment", "Cheese", "Requiem for Luca", il singolare studio
di 'staccato' che è l'intro di "Anomaly Suite").
Il batterista Cristian Calcagnile è chiamato a un compito
di difficoltà temibile: essere allo stesso tempo time keeper e colorista, due funzioni
assolte con aplomb e meglio ancora con fantasia e swing rimarchevoli, senza
conoscere pesantezza nemmeno nell'implacabile scansione rockeggiante di
"Space", sempre seguito e appoggiato con saldezza e sensibilità
da Tito Mangialajo Rantzer al contrabbasso (ottimo con l'arco nell'esordio
di "Fragment").
Paolo Botti alla viola, impiegato per lo più in funzioni
di discanto degli ottoni del leader, quando lanciato in assolo svaria da
un suono e un fraseggio distorto e vocalizzato ("Fragment") a uno
ritmico e perfino voluttuoso, come nel bellissimo e stravagante tango che
è "Pallez".
Rimane da dire del Giovanni Falzone strumentista. La tecnica, com'era
prevedibile, è senza pecca, il suono personale, un po' acido, all'occasione
inflesso fino alla distorsione con un uso intelligente delle sordine. Il
fraseggio è aggressivo, con un che di ostinato: runs non
frequentissimi percorsi impassibilmente per subito fermarsi su brevi incisi
ritmici della stessa natura dei nuclei tematici delle composizioni, con
note ribattute lievemente ossessive, da cui si libera con veloci e appena
allusi fraseggi bop. Uno stile sicuro e già personale, che rispecchia
quello del compositore (o viceversa: nel compositore jazz autentico i due
momenti sono in rapporto dialettico).
Dopo un ottimo esordio con l'album Music for Five Falzone
ci regala un disco molto bello e soddisfacente, ancora meglio,
un disco che sorprende. In un panorama jazzistico italiano i cui esponenti
più in vista sembrano adagiarsi su allori ormai un po' secchi o
al più farsi atletici portabandiera di un modern mainstream
appena aggiornato, ecco un musicista di formazione diversa ed eterogenea,
ma (così ci pare) dotato di un entusiasmo inarrestabile, ben evidente
nelle esibizioni dal vivo, che sceglie di percorrere una strada personale
e più difficile.
Valutazione: * * * *
Sito della Soul Note:
www.blacksaint.com
Elenco dei brani:
01. For Frank - 7:27
02. Anomaly Suite - 9:57
03. Fragment - 7:41
04. Big Fracture - 6:63
05. Cheese - 6:52
06. Prow - 8:02
07. Pallez - 5:05
08. Space - 4:40
O9. For Frank (take 2 - no intro) - 6:02
10. Requiem For Luca - 5:38
Tutte le composizioni sono di Giovanni Falzone.
Musicisti:
Giovanni Falzone (tromba, cornetta, flicorno)
Paolo Botti (viola)
Libero Mureddu (piano)
Tito Mangialajo Rantzer (contrabbasso)
Cristian Calcagnile (batteria)