Enrico Bettinello
Se il quartetto di O'Neal's Porch - e
successivamente il quintetto allargato alla
voce di Leena Conquest di Raining on the Moon - ha rappresentato il
momento in cui la poetica di William Parker ha trovato le coordinate per imporsi
come una delle voci imprescindibili del jazz di oggi, il nuovo lavoro Sound Unity
riesce nell'intento, non facile, di rafforzare quanto e' stato costruito finora.
E lo fa nel modo piu' semplice, cioe' scavando attorno a un'essenzialita' in cui fare
confluire le tante "storie" che compongono l'universo narrativo del contrabbassista e
compositore. Registrate in due successive serate a Vancouver e Montreal,
le sei lunghe tracce di questo nuovo disco sono alberi piantati nel cuore della musica
nera, alberi alle cui radici l'intreccio delle voci strumentali - come in una favola -
permette di svilupparsi istantaneamente e attaccarsi al cuore della terra, laddove la
linfa scorre purissima.
Si tende a volte a fare della mitologia attorno a questo musicista [beh, solo il cielo
sa quanto bisogno avessero gli appassionati di una figura di riferimento cosi' forte e
incisiva, ma questa e' un'altra storia...] e i recenti concerti nel nostro paese in
quartetto e quintetto, seguiti da un grande numero di spettatori entusiasti, lo sta a
confermare.
Non e' pero' difficile lasciarsi coinvolgere dall'energia della musica di questo
quartetto, cosi' come non e' difficile vedere come i vari elementi che compongono il
mosaico sonoro parkeriano siano alla fine degli archetipi in cui l'emozione singolare e
collettiva puo' ritrovarsi intatta.
Il cuore: il legame tra il contrabbasso di Parker e la batteria di Hamid Drake e'
ormai proverbialmente simbiotico, in grado di funzionare come memoria viva, come motore
incessante, come muscolo emozionale, attorcigliato alle linee scure e ipnotiche del
contrabbasso e irrorato dall'esplosione del ritmo alla sua stesa fonte.
Le ali: spesso si tende a considerare il sax contralto di Rob Brown e la tromba
di Lewis Barnes come elementi in qualche modo secondari, sia per il ruolo che
democraticamente assumono - spogliandosi dell'ego fiatistico che da sempre ha
sbilanciato i piccoli combos, anche quelli guidati da batteristi o bassisti - sia
per la peculiare condotta del loro fraseggio, nervoso e pungente quello di Brown, piu'
cool e errante quello del trombettista.
Negli anni il loro apporto si sta invece definendo non solo come imprescindibile
nell'economia del quartetto, ma di grande valore anche in termini piu' larghi: Brown in
particolare e' strumentista in grado di portare in eredita' alcune tra le piu' irrequiete
istanze del sassofonismo degli ultimi quarantanni, lavorando con frasi taglienti ai
margini del blues, ricucendo gli strappi degli accenti piu' astratti con squillante
ironia. Barnes, apparentemente piu' giocoso e pacato, accetta la responsabilita' di
farsi voce di uno straordinario double-talking, elargendo note semplici, ma
densissime, dentro a percorsi solistici insoliti, che partono in modo enigmatico, ma che
si chiudono con una perfetta - e beffarda - linea dopo un lungo peregrinare.
I materiali: sei composizioni in questo disco, alcune con un preciso dedicatario, dal
Don Cherry di "Wood Flute Song" al Frank Lowe di "Hawaii", passando per il
dolcissimo "Poem For June Jordan". Sono composizioni semplici, che ruotano attorno a
un'idea precisa, a un ritmo, a un'energia narrativa, sviscerandone tutte le possibilita' .
C'e' dentro un pozzo di San Patrizio di storia del jazz, dall'ovvio riferimento a
Ornette Coleman agli accenti dei tamburi di Ed Blackwell, dal cuore blues
alle grida dolenti delle accensioni di protesta, ma tutto e' avvolto da un'energia che
svela il potere guaritore dei suoni, allungandosi in continui stimoli di call &
response, in lunghi assoli [a chi osservasse che in alcuni casi la lunghezza dei
brani e' un po' eccessiva, rispondiamo volentieri che questa musica, per quanto immediata
e ardente, non va ascoltata mai con fretta] che portano fino al saltellante "Groove" del
brano conclusivo.
Tante voci cantano e risuonano nella musica di William Parker, artista che parla sempre
con il cuore e diretto al cuore dei suoi ascoltatori. Sound Unity e' un ulteriore
tassello nella narrazione di quello che il jazz e' stato e sara' . Di quello che il jazz
ancora e'.
Valutazione: * * * * 1/2
Sito di William Parker:
www.williamparkermusic.net
Sito della Aum Fidelity:
www.aumfidelity.com
Elenco dei brani:
01. Hawaii
02. Wood Flute Song
03. Poem For June Jordan
04. Sound Unity
05. Harlem
06. Groove
Musicisti:
Rob Brown (alto sax)
Lewis Barnes (tromba)
William Parker (contrabbasso)
Hamid Drake (batteria)