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Sound Unity
William Parker Quartet (Aum Fidelity - USA - 2005 - distr. Goodfellas)

Enrico Bettinello

Se il quartetto di O'Neal's Porch - e successivamente il quintetto allargato alla voce di Leena Conquest di Raining on the Moon - ha rappresentato il momento in cui la poetica di William Parker ha trovato le coordinate per imporsi come una delle voci imprescindibili del jazz di oggi, il nuovo lavoro Sound Unity riesce nell'intento, non facile, di rafforzare quanto e' stato costruito finora.

E lo fa nel modo piu' semplice, cioe' scavando attorno a un'essenzialita' in cui fare confluire le tante "storie" che compongono l'universo narrativo del contrabbassista e compositore. Registrate in due successive serate a Vancouver e Montreal, le sei lunghe tracce di questo nuovo disco sono alberi piantati nel cuore della musica nera, alberi alle cui radici l'intreccio delle voci strumentali - come in una favola - permette di svilupparsi istantaneamente e attaccarsi al cuore della terra, laddove la linfa scorre purissima.

Si tende a volte a fare della mitologia attorno a questo musicista [beh, solo il cielo sa quanto bisogno avessero gli appassionati di una figura di riferimento cosi' forte e incisiva, ma questa e' un'altra storia...] e i recenti concerti nel nostro paese in quartetto e quintetto, seguiti da un grande numero di spettatori entusiasti, lo sta a confermare.

Non e' pero' difficile lasciarsi coinvolgere dall'energia della musica di questo quartetto, cosi' come non e' difficile vedere come i vari elementi che compongono il mosaico sonoro parkeriano siano alla fine degli archetipi in cui l'emozione singolare e collettiva puo' ritrovarsi intatta.

Il cuore: il legame tra il contrabbasso di Parker e la batteria di Hamid Drake e' ormai proverbialmente simbiotico, in grado di funzionare come memoria viva, come motore incessante, come muscolo emozionale, attorcigliato alle linee scure e ipnotiche del contrabbasso e irrorato dall'esplosione del ritmo alla sua stesa fonte.

Le ali: spesso si tende a considerare il sax contralto di Rob Brown e la tromba di Lewis Barnes come elementi in qualche modo secondari, sia per il ruolo che democraticamente assumono - spogliandosi dell'ego fiatistico che da sempre ha sbilanciato i piccoli combos, anche quelli guidati da batteristi o bassisti - sia per la peculiare condotta del loro fraseggio, nervoso e pungente quello di Brown, piu' cool e errante quello del trombettista.

Negli anni il loro apporto si sta invece definendo non solo come imprescindibile nell'economia del quartetto, ma di grande valore anche in termini piu' larghi: Brown in particolare e' strumentista in grado di portare in eredita' alcune tra le piu' irrequiete istanze del sassofonismo degli ultimi quarantanni, lavorando con frasi taglienti ai margini del blues, ricucendo gli strappi degli accenti piu' astratti con squillante ironia. Barnes, apparentemente piu' giocoso e pacato, accetta la responsabilita' di farsi voce di uno straordinario double-talking, elargendo note semplici, ma densissime, dentro a percorsi solistici insoliti, che partono in modo enigmatico, ma che si chiudono con una perfetta - e beffarda - linea dopo un lungo peregrinare.

I materiali: sei composizioni in questo disco, alcune con un preciso dedicatario, dal Don Cherry di "Wood Flute Song" al Frank Lowe di "Hawaii", passando per il dolcissimo "Poem For June Jordan". Sono composizioni semplici, che ruotano attorno a un'idea precisa, a un ritmo, a un'energia narrativa, sviscerandone tutte le possibilita' .

C'e' dentro un pozzo di San Patrizio di storia del jazz, dall'ovvio riferimento a Ornette Coleman agli accenti dei tamburi di Ed Blackwell, dal cuore blues alle grida dolenti delle accensioni di protesta, ma tutto e' avvolto da un'energia che svela il potere guaritore dei suoni, allungandosi in continui stimoli di call & response, in lunghi assoli [a chi osservasse che in alcuni casi la lunghezza dei brani e' un po' eccessiva, rispondiamo volentieri che questa musica, per quanto immediata e ardente, non va ascoltata mai con fretta] che portano fino al saltellante "Groove" del brano conclusivo.

Tante voci cantano e risuonano nella musica di William Parker, artista che parla sempre con il cuore e diretto al cuore dei suoi ascoltatori. Sound Unity e' un ulteriore tassello nella narrazione di quello che il jazz e' stato e sara' . Di quello che il jazz ancora e'.

Valutazione: * * * * 1/2

Sito di William Parker:
www.williamparkermusic.net
Sito della Aum Fidelity:
www.aumfidelity.com

Elenco dei brani:
01. Hawaii
02. Wood Flute Song
03. Poem For June Jordan
04. Sound Unity
05. Harlem
06. Groove

Musicisti:
Rob Brown (alto sax)
Lewis Barnes (tromba)
William Parker (contrabbasso)
Hamid Drake (batteria)



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