Enrico Bettinello
Abbiamo già parlato di Matthew Herbert e lo abbiamo fatto in termini estremamente
positivi, quando non entusiastici, in occasione dei precedenti album
Bodily Functions,
Around the House e
Secondhand Sounds: personaggio di spicco della
scena house [con diversi pseudonimi, da Doctor Rockit a Radioboy, al solo cognome con
cui è stato inciso l'imperdibile Bodily Functions], si è rivelato negli anni un
musicista di grandissimo valore, capace di accostare le esperienze strumentali del jazz
alla ricerca elettronica, l'eterea melodia affidata alla voce femminile e il campionamento di rumori accidentali.
Il tutto regolato da una precisa serie di regole [PCCOM] che consentono la massima onestà
artistica nell'utilizzo delle fonti sonore e nell'integrazione tra acustico e digitale.
Uno dei problemi della scena elettronica è che spesso molti ottimi artisti, dopo
l'exploit innovativo, si sono sostanzialmente "adagiati" sull'orbita delle proprie
trovate, ritagliandosi una inopportuna "classicità" che somiglia sinistramente a un
prepensionamento: nel caso di Herbert e della sua ultima "creatura", possiamo annunciare
con gioia che questo pericolo è scongiurato e che ci troviamo di fronte a uno dei dischi
più belli e sorprendenti degli ultimi tempi.
Già, perchè il nostro ha deciso di dare una bella rinfrescata al concetto di big band e,
con una mossa a sorpresa ci regala questo "Goodbye Swingtime", incredibile unione dei
procedimenti sonori che già avevamo imparato ad attribuirgli e delle atmosfere delle
grandi orchestre jazz!!
Lavorando con l'arrangiatore Pete Wraight e un nutrito manipolo di ottimi
strumentisti - tra cui il fido pianoforte di Phil Parnell - Herbert ha
incominciato a scrivere per largo organico, trombe, tromboni, sassofoni, manipolando poi
il tutto in una miscela che sa unire guizzi d'avanguardia e morbidi grappoli nostalgici,
un campionario insostituibile di voci [la compagna Dani Siciliano, Jamie
Lidell, Mara Carlyle, Shingai Shoniwa e addirittura Arto
Lindsay] e i soliti, incredibili campionamenti.
Quello che ne viene fuori è sorprendente, divertente, ritmicamente validissimo, a tratti
nostalgico [ma fuori dal tempo, quasi che Glenn Miller abbia sostituito Sun
Ra nel dolce pattinare sugli anelli di Saturno!], freschissimo, profondamente
meditato e intensamente politico [Herbert è particolarmente attento ai problemi della
guerra e della globalizzazione, come spiega abbondantemente in una nota per la stampa e
nella recente intervista al mensile inglese The Wire], di grande varietà e al tempo
stesso coesione, in cui spiccano il brano con Lindsay e "Misprints", per non dire
dell'iniziale "Turning Pages".
Insomma un disco bellissimo, capace di segnare una tappa importantissima nella carriera
del musicista inglese, ma anche - forse involontariamente - di tracciare segni importanti
nelle traiettorie stesse del jazz [che poi i jazzisti se ne accorgano non è detto...], un
disco bellissimo per cui viene da dire che, pur nella speranza che da qui a dicembre
escano altri cento capolavori, una candidatura a disco dell'anno è già manifesta...
grandissimo Herbert con questo "classico" venuto dal futuro!
Valutazione: * * * * ½
Sito della Accidental:
www.magicaccident.com
Elenco dei brani:
01. Turning Pages
02. Everything's Changed
03. Chromoshop
04. The Three W's
05. Fiction
06. The Battle
07. Misprints
08. The Many And The Few
09. Simple Mind
10. Stationary