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Goodbye Swingtime
The Matthew Herbert Big Band (Accidental - GB - 2003 - distr. Wide)

Enrico Bettinello

Abbiamo già parlato di Matthew Herbert e lo abbiamo fatto in termini estremamente positivi, quando non entusiastici, in occasione dei precedenti album Bodily Functions, Around the House e Secondhand Sounds: personaggio di spicco della scena house [con diversi pseudonimi, da Doctor Rockit a Radioboy, al solo cognome con cui è stato inciso l'imperdibile Bodily Functions], si è rivelato negli anni un musicista di grandissimo valore, capace di accostare le esperienze strumentali del jazz alla ricerca elettronica, l'eterea melodia affidata alla voce femminile e il campionamento di rumori accidentali.

Il tutto regolato da una precisa serie di regole [PCCOM] che consentono la massima onestà artistica nell'utilizzo delle fonti sonore e nell'integrazione tra acustico e digitale.

Uno dei problemi della scena elettronica è che spesso molti ottimi artisti, dopo l'exploit innovativo, si sono sostanzialmente "adagiati" sull'orbita delle proprie trovate, ritagliandosi una inopportuna "classicità" che somiglia sinistramente a un prepensionamento: nel caso di Herbert e della sua ultima "creatura", possiamo annunciare con gioia che questo pericolo è scongiurato e che ci troviamo di fronte a uno dei dischi più belli e sorprendenti degli ultimi tempi.

Già, perchè il nostro ha deciso di dare una bella rinfrescata al concetto di big band e, con una mossa a sorpresa ci regala questo "Goodbye Swingtime", incredibile unione dei procedimenti sonori che già avevamo imparato ad attribuirgli e delle atmosfere delle grandi orchestre jazz!!

Lavorando con l'arrangiatore Pete Wraight e un nutrito manipolo di ottimi strumentisti - tra cui il fido pianoforte di Phil Parnell - Herbert ha incominciato a scrivere per largo organico, trombe, tromboni, sassofoni, manipolando poi il tutto in una miscela che sa unire guizzi d'avanguardia e morbidi grappoli nostalgici, un campionario insostituibile di voci [la compagna Dani Siciliano, Jamie Lidell, Mara Carlyle, Shingai Shoniwa e addirittura Arto Lindsay] e i soliti, incredibili campionamenti.

Quello che ne viene fuori è sorprendente, divertente, ritmicamente validissimo, a tratti nostalgico [ma fuori dal tempo, quasi che Glenn Miller abbia sostituito Sun Ra nel dolce pattinare sugli anelli di Saturno!], freschissimo, profondamente meditato e intensamente politico [Herbert è particolarmente attento ai problemi della guerra e della globalizzazione, come spiega abbondantemente in una nota per la stampa e nella recente intervista al mensile inglese The Wire], di grande varietà e al tempo stesso coesione, in cui spiccano il brano con Lindsay e "Misprints", per non dire dell'iniziale "Turning Pages".

Insomma un disco bellissimo, capace di segnare una tappa importantissima nella carriera del musicista inglese, ma anche - forse involontariamente - di tracciare segni importanti nelle traiettorie stesse del jazz [che poi i jazzisti se ne accorgano non è detto...], un disco bellissimo per cui viene da dire che, pur nella speranza che da qui a dicembre escano altri cento capolavori, una candidatura a disco dell'anno è già manifesta... grandissimo Herbert con questo "classico" venuto dal futuro!

Valutazione: * * * * ½

Sito della Accidental:
www.magicaccident.com

Elenco dei brani:
01. Turning Pages
02. Everything's Changed
03. Chromoshop
04. The Three W's
05. Fiction
06. The Battle
07. Misprints
08. The Many And The Few
09. Simple Mind
10. Stationary



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