Francesco Bigoni
L'ascolto di un ormai affermato testimone delle conquiste musicali raggiunte nell'orbita
di Chicago e dell'AACM risulta sfida quantomai avvincente; specie se egli è intento,
spaziando dagli inni agli standards e agli originals più noti, o ad altri
poco battuti, a misurarsi con l'universo della forma canzone.
Trattandosi di Matthew Shipp (per la World Series dell'etichetta Splasc(H)
Records), pare difficile che il progetto possa assumere l'aspetto del songbook,
che pure attrae - non soltanto per una sua certa spendibilità discografica - musicisti di
ogni fatta. Risulta piuttosto un percorso a ritroso nel substrato profondo del proprio
pianismo - portatore di un lascito che da Cecil Taylor potremmo far risalire a
Earl Hines - che, tra Lutero e Sonny Rollins, finisce per perdere
i confini della propria indagine, dilatandone i limiti spaziali e temporali.
Lo stesso
Shipp, nei suoi lavori precedenti, ci aveva abituati alla pratica di un citazionismo un
po' malizioso, con un "Frère Jacques" tra il bambinesco e l'irriverente, un
trasognato "Prelude to a Kiss", o una "Greensleeves" che suscita fin troppo banali
confronti con la versione coltraniana.
L'accurato trattamento riservato alle melodie è chiaro sin da "We Free Kings", che
dell'inno di John Henry Hopkins recupera la struttura originale, pur conservando
il titolo comparso nell'omonimo album di Rahsaan Roland Kirk; e mai titolo fu più
appropriato, se consideriamo la contrastante alternanza fra il rigore della scrittura e i
dirompenti barlumi di improvvisazione che ci privano di qualunque punto di riferimento
utile all'ascolto.
Velato da un accademismo che non rischia di scadere nell'autocompiacimento ("Almighty
Fortress Is Our God") o trasfigurato dal contrappuntare impazzito della mano sinistra (si
ascolti "There Will Never Be Another You"), il tema si staglia invariabilmente come
bilancio ultimo - ora paradossale, ora lapalissiano - dell'esecuzione.
Coerentemente, emerge un pianismo atto a procedere per climi e progressive illuminazioni;
un fraseggio denso di procedimenti iterativi, instancabile nella sua rincorsa dietro a
questa o quella cellula melodico-ritmica, supportato da un tocco particolarmente ricco ed
energico.
La brevità dei singoli brani (fa eccezione "Con Alma" con i suoi otto minuti, peraltro
centrali nell'economia del disco per il pregnante lavoro di stratificazione melodico-
improvvisativa che vi è racchiuso) dà luogo ad un album teso nella sua cupezza, che non
si concede momenti di rilassamento - se non in quella "Yesterdays" tanto cara al nostro
Enrico Pieranunzi, che diviene qui un saggio di eclettismo di byardiana memoria.
Shipp continua, dunque, a prediligere uno stile conciso; approccio che non lo priva,
comunque, della capacità di produrre approfondite decostruzioni tematiche e digressioni
di impressionante contrasto.
Una "East Broadway Run Down" che ben restituisce l'energia rollinsiana costituisce la
chiusa di un album di attenta concezione, costellato di piccole ed innumerevoli perle
rinvenibili ad ogni nuovo ascolto.
Con questo capitolo della sua produzione, Matthew Shipp ribadisce la centralità sulla
scena attuale di un paradigma - basato, in ultima analisi, su una moderna e
personalissima concezione dell'improvvisazione tematica - che, negativo della tradizione
e al contempo suo erede, restituisce nuova linfa al terreno jazzistico.
Valutazione: * * * * *
Sito di Matthew Shipp:
www.matthewshipp.com
Sito della Splasc(h):
www.ijm.it/splasc(H)
questo disco su Jazzos.com
Elenco dei brani:
01. We Free Kings (John Henry Hopkins Jr) - 4:16
02. There Will Never Be Another You (Warren-Gordon) - 5:42
03. Almighty Fortress Is Our God (Martin Luther) - 5:01
04. Con Alma (Gillespie) - 8:16
05. Angel Eyes (Brent-Dennis) - 5:35
06. On Green Dolphin Street (Kaper-Washington) - 3:53
07. Bags' Groove (Jackson) - 3:25
08. Yesterdays (Kern-Harbach) - 5:32
09. East Broadway Run Down (Rollins) - 5:17
Musicisti:
Matthew Shipp (pianoforte)