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Lake Biwa
Wadada Leo Smith (Tzadik - USA - 2005 - distr. Demos)

Enrico Bettinello

La statura di Wadada Leo Smith come compositore non la si scopre certo oggi, ma le quattro lunghe composizioni che troviamo in questo nuovo Lake Biwa sono una testimonianza vivida della originale sintesi linguistica cui il trombettista afroamericano e' giunto attraverso le straordinarie fasi della sua carriera.

Il primo brano "Lake Biwa; A Fullmoon Purewater Gold" [2000], si apre con una scrittura rarefatta a cui pianoforte e archi conferiscono una circospezione di astratto camerismo: un'attesa, fatta di note ribattute, di una tensione drammatica fatta di frasi ascendenti e piccole stazioni che si assestano. Il riferimento a modelli europei e' evidente, si scioglie [apparentemente] in una fase piu' concitata, con rapidi arpeggi del pianoforte e un'incontenibile frenesia percussiva, per poi tornare a una quieta enunciazione melodica che apre come una tenda su un paesaggio elettrico dominato dalla chitarra di Marc Ribot. Il Miles Davis elettrico guarda dall'alto e benedice!

Anche "Sanai's Enclosed Garden Of the Truth" [2003] si apre con un'atmosfera sospesa e sacrale, sottolineata dagli interventi profondi della tuba di Marcus Rojas, dalle pennellate sofferte del sax alto di John Zorn e attraversata da una frase assimmetrica degli archi. L'addensarsi della materia sonora viene sempre sottolineato dalla frammentazione ritmica della batteria, addentrandosi in una giungla sempre piu' intricata in cui e' difficile distinguere da dove provengano i lampi luminosi.

Si inseguono il pianoforte e gli archi, sopravviene improvvisa una quiete, ma il cammino attraverso questo giardino della verita' e' ancora lungo e insidioso e lo si capisce dallo scampanellio minaccioso delle note piu' acute. In questa fase Smith e' attentissimo alle dinamiche tra i suoni, al significato timbrico di ogni segmento, inserendo anche qui una tensione elettrica dai toni straziati. L'alternanza tra queste digressioni elettriche e le oasi cameristiche fa riflettere su un dualismo mai sopito tra le diverse anime della musica del trombettista, offrendo una ricchezza di soluzioni il cui succedersi non assume mai una connotazione di virtuosismo compositivo, ma piuttosto un sovrapporsi di piani emotivi.

"Diamondback Serpent In a House Full of Water and Still Rising", composta durante la residenza in Umbria dell'estate 2003, assume da subito un turgore denso, frammentando il materiale tematico tra le varie sezioni dell'orchestra fino ad accumulare una tensione liberata dall'urlo liberatorio di Zorn, che si attorciglia [in uno dei momenti piu' alti del disco] attorno a un grappolo di note. Ancora una volta i piani si fronteggiano: Europa e America, pulsione [seppure sublimata e sottintesa] e astrazione, solido e liquido. A schiarire il tutto interviene la tromba del leader, magnifica come sempre, mentre il ritmo diventa filigranato e sensuale, come se il temporale si stia allontanando lasciandoci solo un fiore colorato tra le mani. Finito pensate voi? Ovviamente no, perche' la perturbazione ritorna in un travolgente finale che rilancia le sghembe bordate collettive del tema. Spettacolare!

Il disco si chiude con "Africana World", la composizione piu' recente [e' del 2004]: un violino tagliente come una lama schiude soffici macchie di colore orchestrale. Anche qui si attende, si rimane appesi, qualcuno ci verra' a prendere anche se i guizzi degli strumenti sembrano intrecciarsi noncuranti di noi. Piano piano la scena si mette a fuoco e scorgiamo che il conversare tra gli strumenti e' fitto, spostato appena un po' piu' in la' e ci invita ad addentrarci.

Eden. Paradiso terrestre di suoni in cui Smith ci fa entrare, in un tripudio percussivo. Qui il disco raggiunge apici di emozione: non rinnega l'assetto vagamente cerebrale del fraseggiare cameristico, ma l'innesto su una simile condotta ritmica e' squarcio sublime, lontananza e vicinanza, contraddizione. Non puo' che seguire ora una fase di maggiore drammaticita' narrativa, ancora il violino, la batteria raccoglie i pezzi... i collettivi sono di rapidissimo accumulo sonico, il finale tesissimo e solenne. Che meraviglia!

In questo grande affresco di "Lake Biwa" Smith usa una formazione allargata, ma non cede alla tentazione della coralita' [che nell'ambito dell'improvvisazione porta talvolta a una appiattita concitazione], preferendo frammentare in nuclei strumentali la scrittura - con un utilizzo parsimonioso e per questo assai significativo dei "pieni".

Grande spazio hanno gli archi [la splendida Jennifer Choi al violino, Erik Friedlander al violoncello, due contrabbassisti che con Smith hanno un rapporto speciale come Wes Brown e John Lindberg], il pianoforte, con l'apporto di Anthony Coleman, Jamie Saft, Craig Taborn e Yuko Fujiyama e le percussioni con Susie Ibarra, Gerald Cleaver e Kwaku Kwaakye Obeng, oltre ai gia' citati e fondamentali Zorn e Ribot e alla tuba di Rojas. Un peccato forse che le parti dedicate alla tromba non siano piu' numerose, ma questo forse attiene forse piu' alla vanita' nostra di ascoltatori che a quella di Smith compositore... Un disco di emozionante sintesi lessicale.

Valutazione: * * * * 1/2

Sito della Tzadik:
www.tzadik.com

Elenco dei brani:
01. Lake Biwa; A Fullmoon Purewater Gold - 14:12
02. Sanai's Enclosed Garden Of the Truth - 23:48
03. Diamondback Serpent In A House Full of Water and Still Rising - 15:59
04. Africana World - 18:34

Musicisti:
Wadada Leo Smith (tromba, direzione)
Wes Brown, John Lindberg (contrabbasso)
Jennifer Choi (violino)
Anthony Coleman, Jamie Saft, Craig Taborn, Yuko Fujiyama (piano)
Erik Friedlander (violoncello)
Susie Ibarra, Gerald Cleaver, Kwaku Kwaakye Obeng (batteria)
Marc Ribot (chitarra)
Marcus Rojas (tuba)
John Zorn (sax alto)



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