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Nine Songs Together
Mark Dresser - Ray Anderson (CIMP - USA - 2003)

Giuseppe Segala

Abbiamo avuto modo di ascoltare Ray Anderson e Mark Dresser la scorsa estate, nel vibrante contesto del quartetto di Gerry Heminway, in una serata burrascosa quanto magica al Festival di Clusone. E in quella cornice era risaltato, al di là della splendida coesione del quartetto, un rapporto empatico particolare tra il trombonista e il contrabbassista.

Anderson è stata la prima persona che il contrabbassista Mark Dresser ha incontrato a New York, quando nel 1975 si è trasferito nella Grande Mela dopo aver abbandonato la San Diego Symphony Orchestra. David Murray aveva messo il suo loft di Manhattan a disposizione di Dresser mentre lui era in tour, e qui avvenne l'incontro con Anderson, che condivideva l'abitazione con il sassofonista. Un incontro importante, che diede subito luogo a una simpatia reciproca e naturalmente portò i due musicisti coetanei, ambedue ventitreenni, a incrociare i propri strumenti in un dialogo che Dresser ricorda come una "speciale alchimia" fin dalle prime note. Ray, che viveva a New York già da due anni, introdusse il contrabbassista nella cerchia di Anthony Braxton, aprendogli la strada a una lunga collaborazione. Dresser e Anderson hanno poi lavorato spesso insieme, in vari contesti, e anche l'attività in duo è continuata con una certa frequenza, ma non ha dato mai vita a un documento discografico.

Solo di recente i due musicisti avevano ricominciato a parlare della possibilità di una registrazione, parlandone a Bob Rusch, produttore dell'etichetta CIMP Records. Un caso fortuito ha voluto che il progetto fosse realizzato prima del previsto e il risultato è questo Nine Song Together, un disco di rara coesione, coerenza, sintonia, basato su una condivisione evidentemente sedimentata nel tempo e maturata attraverso idee e modi di sentire ben focalizzati. La stessa scelta del luogo d'incisione, una sala - la Spirit Room, dove vengono registrati i dischi della CIMP - che cattura il suono nella sua forma più autentica, ha favorito una fedeltà minuziosa ai materiali sonori prodotti dai musicisti, ricchi di armonici, echi interni, differenziazione di attacco, portamento, colore e densità. Alla fedeltà dell'operazione contribuisce il fatto che gli stessi brani sono riprodotti nell'ordine in cui sono stati programmati ed eseguiti dai musicisti.

Nove pezzi, come recita il titolo dell'album, di cui quattro composti da Dresser, tre da Anderson, mentre i due restanti sono l'inno spiritual "I Wish I Knew How It Would Feel to Be Free" e "I'm Confessin' That I Love You", che chiude il disco con un commosso e rilassato commiato. È proprio la sequenza in cui sono stati disposti i brani che rappresenta uno dei momenti di coerenza dell'album, che si dipana con grande efficacia narrativa, con i pezzi a scandire i capitoli di una sorta di poema dalla forza epica. I due strumenti mescolano le proprie voci gravi e sinistre, quasi provenendo da una indefinita lontananza nell'incipit di "One Plate", che poi sfocia in una pulsazione dilatata del contrabbasso intrisa di blues, sul quale il trombone distende il suo canto. E qui i due strumenti iniziano a cercarsi, rincorrersi, trasmettersi echi e richiami che proseguiranno con modalità diverse in tutto il disco.

L'atmosfera diventa palesemente africana con "Ekoneni" di Anderson, ispirata alla novella "The Stone Virgins" di Yvonne Vera, ambientata nello Zimbabwe. Si accende poi di tinte dolenti e drammatiche nella trenodia "Taps for Jackie", dedicata alla moglie di Anderson prematuramente scomparsa. Qui due portentose cadenze sono affidate prima al contrabbasso e poi al trombone: momenti tra i più alti dell'album. Il ritmo si fa serrato su una scansione quasi di rumba con "Slipinstyle", mentre "The Five Outer Planets" di Dresser è una suite di quattro brevi pezzi che sanno essere evocativi di mistero e distanza. "Insistent", di Anderson, ha una storia curiosa, che invitiamo a leggere nelle esaustive note di copertina di un disco che è un gioiello perfettamente lavorato.

Valutazione: * * * * ½

Sito di Ray Anderson:
www.rayanderson.net
Sito della CIMP:
www.cadencebuilding.com/cadence/cimp.html

Elenco dei brani:
01. One Plate (Dresser) - 13:24
02. I Wish I Knew How It Would Feel to Be Free (Billy Taylor) - 7:55
03. Ekoneni (Dresser) - 3:46
04. Taps For Jackie (Anderson) - 10:54
05. Slipinstyle (Dresser) - 6:03
06. The Five Outer Planets: Jupiter (Dresser) - 2:02
07. Saturn (Dresser) - 0:57
08. Uranus (Dresser) - 2:10
09. Neptune (Dresser) - 2:12
10. Pluto (Dresser) - 2:26
11. The Feast Of Love (Anderson) - 6:12
12. Insistent (Anderson) - 4:29
13. I'm Confessin' That I Love You (Dougherty/Neiburg/Reynolds) - 6:19

Musicisti:
Mark Dresser (bass)
Ray Anderson (trombone)




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