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The Williamsburg Sonatas / Zen Widow
Gianni Gebbia - Lukas Ligeti - Massimo Pupillo / Gianni Gebbia - Matthew Goodheart - Garth Powell (Wallace - Italia - 2004 / Evander - USA - 2004)

Enrico Bettinello

The Williamsburg Sonatas e' un disco che solleva prima di tutto un interrogativo: perche' mai in un mercato musicale indipendente [e tutto considerato abbastanza ininfluente dal punto di vista commerciale] in cui la circuitazione di idee e suoni e' diventata semplice, si sono dovuti aspettare quasi quattro anni per ascoltare queste registrazioni?

Registrato infatti nel febbraio del 2001 nel vivace quartiere newyorkese cui si riferisce il titolo, questo lavoro vede assieme il sax alto di Gianni Gebbia, il basso inconfondibile di Massimo Pupillo degli Zu e l'articolato linguaggio percussivo di Lukas Ligeti, figlio di piu' noto padre.

Il livello adrenalinico e' subito alto e le nervose frammentazioni ritmiche a incastro trovano nel dialogo con il fraseggio tipicamente obliquo di Gebbia una chiave di lettura che sembra da subito felice: punto di incontro e' un lessico in cui convivano groove e emotivita' garage, una rigorosa costruzione formale e striscianti perdite di controllo, il tutto con una freschezza particolare [un buon esempio puo' essere la saltellante linearita' di Pay for Soup].

Certo, siamo sempre nel reame in cui le fidanzate urlano "mi fa venire il mal di testa/nervoso" [barrare la casella prescelta] e i grigi certificatori di qualita' "jazz ISO 9000" tendono l'orecchio stizzito alla vana ricerca dell'amato tin-tin-tin, ma non c'e' dubbio che l'intelligenza con cui i tre musicisti introducono nel discorso musicale questa varieta' di elementi innervi le trame di un'inquietudine lacerante.

Si mettono in gioco architetture, strategie d'arte [non per nulla tra i destinatari delle composizioni troviamo i nomi di artisti come Gordon Matta Clark, Jean Michel Basquiat o l'ineffabile Maurizio Cattelan!], la struttura stessa dei brani e' costruzione che svela meccanismi sovrapposti, oliati dal pigolare dell'ancia, come in "Hollenberg Pony Express".

Il trio sembra non avere fretta, a volte rallenta il flusso emotivo - con un effetto notturno e noir molto suggestivo - per poi riannodarlo rapidamente con violenti spasmi [Ligeti e' un maestro in questo], lasciando che le corde del basso scandiscano invisibili oscillazioni, come fili del telegrafo caduti. Non mancano le ferite, la sensazione di meccanismo che si rompe e fugge preso da un sacro furore punk [e' il caso della palindroma "Golf? No Sir! Prefer Prison Flog" dedicata non a caso a John Zorn], ma si aprono degli squarci disarmanti come nell'ipnotico Gebbia della fulminate The Vertical Journey, uno dei brani piu' belli in assoluto.

Un disco che pur nella sua possibile estemporaneita', si ritaglia un posticino di riguardo tra le tante [troppe?] uscite che riempiono le liste degli appassionati. Andatelo a cercare!


Gianni Gebbia ama molto gli Stati Uniti - e' uno dei musicisti italiani che piu' spesso affrontano tour "trasversali" dall'altra parte dell'oceano - e lo ritroviamo cosi' da Williamsburg alla California, un paio d'anni dopo, in trio con il percussionista Garth Powell e il pianista Matthew Goodheart.

Il disco, Zen Widow, parte con cinque fulminei haiku improvvisati [il piu' lungo dei quali raggiunge il minuto], per poi consolidarsi attorno a quattro brani piu' lunghi, ritornare ad altri sei aforismi e chiudere con altre due composizioni di media durata.

Nell'interazione tra i tre c'e' una sottile sacralita', una tensione verso paesaggi timbrici in cui lasciare risuonare gocce di suono [e il fantasioso Powell e' uno splendido cerimoniere in questo senso]: "What We Just Couldn't See" si intestardisce su un rintocco ipnotico per poi scavare furtivi sussurri meccanici, "Over Me - Over You" freme in un contrappunto trattenuto del piano per poi liberarsi in linee collettive, "Folk Song" sembra un plastico di un giardino buddhista, in cui la disciplina di chi lo costruisce da fuori e' la vera essenza di quello che c'e' dentro, beffardi sono i richiami di "Ancora Una Volta Un Viaggio Con Virgilio".

Il sassofonista siciliano ha modo di lavorare con tecniche e fraseggi molto vari e lo fa benissimo, dimostrando una volta di piu' come la sua ricerca instancabile non sia un mero vagare, ma assuma significati sempre nuovi a seconda dei partner e del progetto. La chiusura e' affidata alla splendida title-track [dai toni inquietanti] e alla rapsodica liberta' di "Mistaken Poetry": l'incontro e' riuscito!

Valutazione: * * * * [a entrambi]

Sito di Gianni Gebbia:
www.giannigebbia.com
Sito della Wallace:
www.wallacerecords.com
Sito della Evander:
www.evandermusic.com

Elenco dei brani
The Williamsburg Sonatas
01. Anarchytecture (to Gordon Matta Clark)
02. Pay For Soup. Build A Fort. Set That On Fire (to J.M. Basquiat)
03. Some Disordered Interior Geometries (to Francesca Woodman)
04. Hollenberg Pony Express (to Dan Rockhill)
05. Golf? No Sir! Prefer Prison Flog (to John Zorn)
06. The Vertical Journey (to Diane Arbus)
07. Logic Of The Birds (to Shirin Neshat)
08. Hollywood, Palermo (to Maurizio Cattelan)

Zen Widow
01. Doha
02. Truncated Sky, Strings Of Beads
03. And I... Want You To Know
04. I'd Go Back If I Could
05. Impermanence
06. What We Just Couldn't See
07. Over Me - Over You
08. Folk Song
09. Ancora Una Volta Un Viaggio Con Virgilio
10. It Was Meant To Aspire And Languish
11. Un Sogno Che Sta Sbiadendosi Lentamente
12. In The Old Familiar Places
13. Uvaach
14. Iti
15. Ripenso E Mi Rende Meravigliarsi
16. Zen Widow
17. Mistaken Poetry

Musicisti:
The Williamsburg Sonatas
Gianni Gebbia (sax alto)
Lukas Ligeti (batteria)
Massimo Pupillo (basso elettrico)

Zen Widow
Gianni Gebbia (sax alto, flauto)
Garth Powell (batteria, percussioni, claxon)
Matthew Goodheart (pianoforte, pianoforte preparato, tromba a aria)