The Williamsburg Sonatas e' un disco che solleva prima di tutto un interrogativo: perche' mai in un mercato musicale
indipendente [e tutto considerato abbastanza ininfluente dal punto di vista commerciale] in cui la circuitazione di idee
e suoni e' diventata semplice, si sono dovuti aspettare quasi quattro anni per ascoltare queste registrazioni?
Registrato infatti nel febbraio del 2001 nel vivace quartiere newyorkese cui si riferisce il titolo, questo lavoro vede assieme
il sax alto di Gianni Gebbia, il basso inconfondibile di Massimo Pupillo degli Zu e l'articolato
linguaggio percussivo di Lukas Ligeti, figlio di piu' noto padre.
Il livello adrenalinico e' subito alto e le nervose frammentazioni ritmiche a incastro trovano nel dialogo con il fraseggio
tipicamente obliquo di Gebbia una chiave di lettura che sembra da subito felice: punto di incontro e' un lessico in cui
convivano groove e emotivita' garage, una rigorosa costruzione formale e striscianti perdite di controllo, il tutto
con una freschezza particolare [un buon esempio puo' essere la saltellante linearita' di Pay for Soup].
Certo, siamo sempre nel reame in cui le fidanzate urlano "mi fa venire il mal di testa/nervoso" [barrare la casella
prescelta] e i grigi certificatori di qualita' "jazz ISO 9000" tendono l'orecchio stizzito alla vana ricerca dell'amato
tin-tin-tin, ma non c'e' dubbio che l'intelligenza con cui i tre musicisti introducono nel discorso musicale questa varieta' di
elementi innervi le trame di un'inquietudine lacerante.
Si mettono in gioco architetture, strategie d'arte [non per nulla tra i destinatari delle composizioni troviamo i nomi
di artisti come Gordon Matta Clark, Jean Michel Basquiat o l'ineffabile Maurizio Cattelan!], la struttura
stessa dei brani e' costruzione che svela meccanismi sovrapposti, oliati dal pigolare dell'ancia, come in "Hollenberg
Pony Express".
Il trio sembra non avere fretta, a volte rallenta il flusso emotivo - con un effetto notturno e noir molto
suggestivo - per poi riannodarlo rapidamente con violenti spasmi [Ligeti e' un maestro in questo], lasciando che le
corde del basso scandiscano invisibili oscillazioni, come fili del telegrafo caduti. Non mancano le ferite, la sensazione di
meccanismo che si rompe e fugge preso da un sacro furore punk [e' il caso della palindroma "Golf? No Sir! Prefer Prison
Flog" dedicata non a caso a John Zorn], ma si aprono degli squarci disarmanti come nell'ipnotico
Gebbia della fulminate The Vertical Journey, uno dei brani piu' belli in assoluto.
Un disco che pur nella sua possibile estemporaneita', si ritaglia un posticino di riguardo tra le tante [troppe?] uscite che
riempiono le liste degli appassionati. Andatelo a cercare!
Gianni Gebbia ama molto gli Stati Uniti - e' uno dei musicisti italiani che piu' spesso affrontano tour "trasversali"
dall'altra parte dell'oceano - e lo ritroviamo cosi' da Williamsburg alla California, un paio d'anni dopo, in trio
con il percussionista Garth Powell e il pianista Matthew Goodheart.
Il disco, Zen Widow, parte con cinque fulminei haiku improvvisati [il piu' lungo dei quali raggiunge il minuto], per
poi consolidarsi attorno a quattro brani piu' lunghi, ritornare ad altri sei aforismi e chiudere con altre due composizioni
di media durata.
Nell'interazione tra i tre c'e' una sottile sacralita', una tensione verso paesaggi timbrici in cui lasciare risuonare gocce
di suono [e il fantasioso Powell e' uno splendido cerimoniere in questo senso]: "What We Just Couldn't See" si intestardisce
su un rintocco ipnotico per poi scavare furtivi sussurri meccanici, "Over Me - Over You" freme in un contrappunto trattenuto
del piano per poi liberarsi in linee collettive, "Folk Song" sembra un plastico di un giardino buddhista, in cui
la disciplina di chi lo costruisce da fuori e' la vera essenza di quello che c'e' dentro, beffardi sono i richiami di "Ancora
Una Volta Un Viaggio Con Virgilio".
Il sassofonista siciliano ha modo di lavorare con tecniche e fraseggi molto vari e lo fa benissimo, dimostrando una
volta di piu' come la sua ricerca instancabile non sia un mero vagare, ma assuma significati sempre nuovi a seconda dei
partner e del progetto. La chiusura e' affidata alla splendida title-track [dai toni inquietanti] e alla rapsodica
liberta' di "Mistaken Poetry": l'incontro e' riuscito!
Elenco dei brani The Williamsburg Sonatas
01. Anarchytecture (to Gordon Matta Clark)
02. Pay For Soup. Build A Fort. Set That On Fire (to J.M. Basquiat)
03. Some Disordered Interior Geometries (to Francesca Woodman)
04. Hollenberg Pony Express (to Dan Rockhill)
05. Golf? No Sir! Prefer Prison Flog (to John Zorn)
06. The Vertical Journey (to Diane Arbus)
07. Logic Of The Birds (to Shirin Neshat)
08. Hollywood, Palermo (to Maurizio Cattelan)
Zen Widow
01. Doha
02. Truncated Sky, Strings Of Beads
03. And I... Want You To Know
04. I'd Go Back If I Could
05. Impermanence
06. What We Just Couldn't See
07. Over Me - Over You
08. Folk Song
09. Ancora Una Volta Un Viaggio Con Virgilio
10. It Was Meant To Aspire And Languish
11. Un Sogno Che Sta Sbiadendosi Lentamente
12. In The Old Familiar Places
13. Uvaach
14. Iti
15. Ripenso E Mi Rende Meravigliarsi
16. Zen Widow
17. Mistaken Poetry