Neri Pollastri
La linea del contrabbasso archettato di Yaron Stavi e la potente, oscura ma
limpidissima voce della cantante palestinese Reem Kelani ad intonare in arabo un
brano tradizionale della sua terra, accompagnata dal clarinetto di Gilad Atzmon:
questo splendido avvio simboleggia pienamente lo spirito dell'ultimo album del The
Orient House Ensemble, diretto dallo stesso Atzmon.
Sassofonista israeliano, dopo aver a lungo ed inutilmente combattuto in patria una
battaglia di pace, uguaglianza e libertà a favore delle popolazioni palestinesi,
Atzmon è alla fine fuggito in esilio volontario in Inghilterra, a studiare
filosofia. Qui ha raccolto attorno a sé un gruppo eterogeneo di musicisti come lui
lontani dalla madrepatria e li ha riuniti in questo interessante ensemble, ormai al
terzo lavoro. Exile, pubblicato dalla TipToe, raccoglie composizioni originali
dello stesso Atzmon, più alcuni brani tradizionali riarrangiati.
Al centro della poetica del gruppo, accanto al jazz e dei ritmi etnici, si impone dunque
un forte elemento extramusicale: quello dell'esilio, della sofferenza delle popolazioni
oppresse, dell'impegno, anche attraverso la musica, per unire e pacificare i popoli. E la
musica, usata non solo come "mezzo" ma anche come fine in sé, è a tratti splendida - come
appunto nell'iniziale "Dall'Ouna on the Return" - e si mantiene sempre di altissimo
livello.
Atzmon è un musicista molto interessante: come compositore, grazie alla capacità di
rielaborare le proprie radici culturali attraverso il linguaggio jazzistico; come
strumentista, in virtù di notevoli voci al sax contralto (notevole il lungo assolo in "Al-
Quds") ed al clarinetto, e di una bella espressività al soprano (le cui sonorità sono
forse un po' sporche). I suoi accompagnatori, con forte spirito comunitario, si dedicano
perlopiù alla causa comune e tra essi svettano soprattutto il violino di Marcel
Mamaliga ed il pianoforte di Frank Harrison (in bella evidenza ad esempio
in "Jenin"). Oltre, ovviamente, alla straordinaria Kelani, che interpreta
vocalmente i primi due brani. Ottima la ritmica, con il contrabbasso di Stavi che
brilla per il suono e la batteria di Asaf Sirkis che si incarica di condurre sui
temi più veloci (ascolare la loro interazione nella parte centrale di "Orient House"), ma
anche di creare tessiture in quelli più lenti ("Land of Canaan").
Accanto al già citato brano di apertura - nel quale la suggestiva introduzione si muta
poi in una tipica danza araba - spicca la struggente "Jenin", quasi una ballad
mediorientale dedicata al martoriato villaggio palestinese, nella quale piano e sax
soprano la fanno da padroni. Quasi tutti i brani sono caratterizzati da ritmi orientali,
senza però che traspaia mai il manierismo oggi tanto di moda. Ed il jazz c'è, eccome, ora
con momenti di improvvisazione corale molto libera ed intensa ("Al-Quds"), ora con
momenti più swinganti, anche se sempre legati a ritmi orientali ("Ouz"). Non mancano
comunque atmosfere diverse, come "La cote mediterranée", che miscela elegantemente
suggestioni di entrambe le sponde del nostro mare.
Per intelligenza, passione e sapiente unificazione di stili diversi, questo è uno dei più
bei dischi ascoltati negli ultimi tempi.
Valutazione: * * * *
Sito di Gilad Atzmon:
www.gilad.co.uk
Elenco dei brani:
01. Dal'Ouna on the Return (trad. palestinese)- 4:45
02. Al-Quds - 9:59
03. Jenin - 5:50
04. Ouz - 7:39
05. Orient House - 6:00
06. Land of Canaan - 5:57
07. Exile (trad. ladino) - 4:36
08. La cote mediterranée - 3:28
09. Epilogue - 3:29
Ove non indicato, i brani sono di Gilad Atzmon
Musicisti:
Gilad Atzmon (sax contralto e soprano, clarinetto, flauto)
Frank Harrison (pianoforte)
Yaron Stavi (contrabbasso)
Asaf Sirkis (batteria, bandir, tray)
Romano Vizzani (fisarmonica in 4 e 9)
Peter Watson (fisarmonica in 1)
Koby Israelite (fisarmonica in 2, 5, 6, 8)
Marcel Mamaliga (violino)
Gabi Fortuna (flauto rumeno)
Dhafer Youssef (voce e oud in 8)
Reem Kelani (voce in 1 e 2)
Tali Atzmon (voce in 9)