Stefano Merighi
Queste bellissime musiche costituiscono l'ultima parte del trittico che il trombettista
Steven Bernstein ha dedicato all'immagine di "diaspora".
Un'immagine che riesce ad evocare la sofferenza della perdita insieme all'ottimismo della
rinascita, puntando su ciò che la cultura ebraica ha sempre perseguito: la tradizione
nella trasformazione.
Il primo episodio, Diaspora
Soul, mischiava le melodie semite con l'effervescenza ritmica del Sud
degli Stati Uniti; il secondo, Diaspora
Blues, realizzato con il trio di Sam Rivers, lasciava
spazio al canto libero tra folk e free; infine questo "hollywood", ispirato alla
leggerezza delle musiche da film composte da autori immigrati come Max Steiner,
Franz Waxman, Alfred Newman, David Raskin.
Bernstein cita queste fonti di ispirazione assieme ai maestri del West Coast Jazz
e alla loro abilità negli impasti timbrici e nell'uso delle percussioni come strumenti
melodici.
Infatti il binomio vibrafono-batteria, declinato su tonalità rarefatte, dà un colore
particolare al suono collettivo, fondamentale per dare carattere alle composizioni. Così
come il ruminare dei bongos ci riporta a certi soundtrack anni '50, che solo Henry
Mancini sapeva calibrare in quel modo.
Bernstein si fa aiutare da un gruppo di amici musicisti non troppo noto ma di rara
efficacia.
Pablo Calogero, sassofonista baritono, clarinettista e flautista, è una vera
sorpresa. Danny Frankel, percussionista, suonava nei Kamikaze Ground Crew,
mentre DJ Bonebrake, in origine batterista, è qui al vibrafono. Piltch è
noto come partner musicale di K.D. Lang e bassista per un certo periodo nel
quartetto di Bill Frisell.
Rispetto ai due dischi precedenti, Diaspora Hollywood smorza i toni accesi per
investigare un repertorio di serena malinconia, incentrato per lo più su temi della
tradizione (eredità di cantori, melismi tipici) oltre a due composizioni del leader.
Come già detto, l'aspetto timbrico riveste un ruolo-chiave: i contrappunti dei fiati sono
bilanciati con gusto tra tromba e clarinetto basso, oppure tra flicorno e baritono,
spesso in fluenti frasi simultanee. Le figurazioni pigre del basso sono innervate da un
vibrafono opaco, mai scintillante, da una batteria essenziale e dai bongos rutilanti. Una
miscela di notevole originalità.
Tutte le tracce sono incantevoli nel loro incedere calmo, alcune lineari nello schema
tema-variazioni, altre invece più complesse come la lunga "B'Rich Sh'Me", che valorizza
lo sfogo del sax baritono prima di ripiegare in uno swing frizzantino e un solenne finale
dove tromba e basso con l'arco decretano un clima piuttosto lirico.
Ma ci sono i ritmi terzinati di "Hollywood Diaspora" (con un flauto basso di soffice
abbandono), le descrizioni "noir" di "Meyer Lansky", il funky di "Eliyahoo Hanavee" e lo
splendido blues, non formale ma di spirito, che aleggia in "Sim Shalom".
Qui Bernstein riesce a tirar fuori il suo stile più accorato, legato a filo doppio
ai trombettisti swing anni '30 ma anche salmodiante e teatrale.
Uno dei dischi più affascinanti di inizio d'anno.
Valutazione: * * * *
Sito di Steven Bernstein:
www.stevenbernstein.net
Sito della Tzadik:
www.tzadik.com
Elenco dei brani:
01. Yis May Hoo (trad.) - 5:06
02. King Kong (Steven Bernstein) - 3:12
03. Jehudis Bas Zion (trad.) - 5 :34
04. Hollywood Diaspora (Bernstein) - 3 :53
05. Meyer Lansky (Bernstein) - 5:04
06. B'Rich Sh'Me (Rosenblatt) - 9:21
07. Eliyahoo Hanavee (trad.) - 5:17
08. Sim Shalom (trad.) - 4:02
09. B'Archu (trad.) - 4:29
10. V'Shamru (trad.) - 8:37
11. Havenu Shalom Alechum (trad.) - 4:47
Musicisti:
Steven Bernstein (tromba, flicorno)
Pablo Calogero (sax baritono, clarinetto basso, flauti)
D.J. Bonebrake (vibrafono)
David Piltch (basso)
Danny Frankel (batteria, percussioni)