Maurizio Zerbo
Giunto alla sua quarta esperienza discografica da leader, Stefon Harris ha inteso
riformulare la propria cifra espressiva, che - in The Grand Unification Theory -
viene integrata principalmente dall'armonia e dai ritmi appartenenti alla tradizione
dello Spanish Tinge, ritenuto non a caso da Jerry Roll Morton uno dei
tratti essenziali del jazz.
Il progetto di Harris è molto ambizioso, in quanto costituisce la trasposizione musicale
delle sue riflessioni sul significato ed il senso delle tappe essenziali dell'esistenza
umana trasfigurate su un pentagramma molto eterogeneo e poliforme: l'origine
dell'universo (The Birth of Time"), la nascita e la morte, ma anche la gioia e il dolore,
come pure la dimensione ludica ("The Velvet Couch") e la meditazione filosofica ("The
Mystic Messanger").
Il titolo del disco è una vera e propria dichiarazione di intenti, in quanto rimanda
emblematicamente ad una visione unitaria dell'estetica musicale afroamericana, che
accomuna in particolare jazz ed universo latino-americano.
Aperto agli intrecci tra i due idiomi soprindicati, sovrapposti con gusto e classe in un
continuo gioco di interscambi, il disegno narrativo non manca talora ("Escape to Quiet
Desperation", "Corridor of Elusive Dreams","The Grand Unification Theory") di
sottolineare con efficacia l'anima africana della materia trattata. L'utilizzo di
percussioni e batteria, spesso in primo piano, è infatti funzionale ad una
architettura musicale che trascende la divisione gerarchica, tipicamente eurocentrica,
tra strumenti melodici e ritmici.
Nel confrontarsi con la composizione orchestrale e l'arrangiamento per una formazione
di ben 14 elementi, il vibrafonista è poi riuscito nel difficile intento di sfruttare
a pieno le potenzialità dei solisti chiamati a collaborare al progetto e al tempo stesso
esaltare - attraverso arrangiamenti essenziali ma efficaci - tutta la vasta gamma di
accenti che caratterizzano il latin jazz, in un continuo gioco di tensione e distensione,
ricco di contrasti dinamici.
La varietà timbrica del colore strumentale, è la diretta conseguenza di una
preparazione musicale di prim'ordine nonché di un lungo apprendistato che Harris - non
casualmente - ha esercitato con due big band: l' Empire State Youth Orchestra di
New York e successivamente la prestigiosa Lincoln Center Orchestra diretta da
Wynton Marsalis.
La consolidata maturità sul piano della tecnica strumentale del vibrafonista, che si
conferma musicista dalle duttili capacità interpretative, è stata adeguatamente
sostenuta da una scrittura originale, che attraverso la forma della jazz suite trascende
i confini del chorus e del giro armonico, assumendo un respiro più ampio e dilatato.
Se si volesse a tutti i costi rintracciare un (lieve) limite nel disco, lo si potrebbe
individuare nella rivisitazione del latin jazz, in quanto conformata in qualche brano
su figurazioni melodiche di base standardizzate, che rimandano a Chick Corea,
Carl Tjader e Steve Turre.
Valutazione: * * * *
Sito della Blue Note:
www.bluenote.com
Elenco dei brani:
01.Prologue - 5:37
02.The Birth Of Time - 6:20
03. Velvet Couch - 5:16
04. Transition - 1:16
05. Corridor Of Elusive Dreams - 2:42
06. Escape To Quiet Desperation -
07. Song Of The Wispering Banshee - 7:39
08. March Of The Angels - 5:09
09. The Mystic Messenger - 6:46
10. Rebirth - 6:35
11. The Grand Unification Theory - 10:15
12. Intro Epilogue - 1:10
13. Epilogue - 5.04
Tutte le composizioni sono di Stefon Harris
Musicisti:
Stefon Harris (vibrafono, marimba)
Xavier Davis (pianoforte)
Terreon Gully (batteria)
Tarus Mateen Kinch (contrabbasso)
Tim Warfield (sax tenore)
Derrick Gardner (tromba)
Anne Drummond (flauto)
Douglas Purviance (trombone basso)
Steve Turre (trombone)
Mark Vinci (clarinetto)
Khalil Bell (percussioni)
Myles Weinstein (timpani)