Quatuor Helios / Donatoni-Molino
Quatuor Hêlios / Demoé Percussion Ensemble (Vand'Oeuvre - Francia - 2000 / Stradivarius - Italia - 2000)
Ermes Rosina

Questi due cds dimostrano, pur illustrando concezioni musicali piuttosto differenti, come le percussioni abbiano moltissimo da dire nella musica di oggi (e in quella di domani!) e possano essere strumenti adatti sia per audaci accostamenti timbrici, sia per raffinate ricerche formali.
Il disco del quartetto Helios, pubblicato dalla Vand'Oeuvre, etichetta legata al Festival Musique Action di Vandoeuvre-lès-Nancy, non ha deluso quanti si attendevano dal complesso - una delle formazioni di vertice della musica contemporanea francese, accanto alle "leggendarie" Percussions de Strasbourg - la conferma delle ottime qualità dimostrate nel precedente lavoro, dedicato alle musiche di John Cage (Wergo 6203-2), accrescendo la curiosità intorno alla prossima uscita monografica, concernente, anch'essa, il compositore americano.
A colpire è, prima di tutto, la grande varietà delle scelte stilistiche e strumentali che caratterizza i quattro brani della raccolta, due dei quali composti da membri del quartetto (precisamente da Jean-Christophe Feldhandler e Lê Quan Ninh) e due da noti autori contemporanei (Vinko Globokar e Toru Takemitsu).
In D'une Lumière (a nome di Feldhandler) compaiono, oltre a diverse percussioni intonate e oggetti "sonori", un pianoforte ("preparato" e no, sulla falsariga delle indagini iniziate da Cage e da Bartok sulle qualità "percussive" dell'una e dell'altra modalità di impiego dello strumento), una melodica, e, soprattutto, una chitarra elettrica. Quello che potrebbe apparire, secondo una prospettiva preconcetta, l'ennesimo sacrilegio post-modernista perpetrato nell'inviolabile tempio della "classicità", si rivela, invece, un elemento perfettamente inserito nel contesto sonoro complessivo.
I lancinanti timbri della chitarra sfregata e percossa costituiscono il centro gravitazionale intorno al quale si polarizza tutta la composizione: essi generano climax dinamici avvicenti per intensità e "calore", spesso sfocianti in liberatori fortissimo. Nei momenti più quieti, l'orecchio attento può dipanare il minuzioso intreccio intessuto di puntiformi suoni percussivi, percependo come il brano, pur pervaso di energia (sembra pertinente parlare di "rock"), sia, al tempo stesso, costruito con rigore, grazie a un'attitudine compositiva che, pur non temendo il confronto con il rumore, non prescinde aprioristicamente dall'equilibrio strutturale.
Sottolinea lo stesso Feldhandler, nelle note di copertina, come "al contrario del quartetto d'archi, dove il timbro preesiste (anche se può essere esteso in maniera considerevole...) il timbro della percussione non esiste. È in attesa di un immaginario singolare, è un'utopia nel senso letterale del termine: un non-luogo da inventare".
Completamente reinventato (meglio: trasfigurato) in Oscille di Lê Quan (attivo anche nel campo della libera improvvisazione, e non solo, al fianco di nomi come Michel Doneda, Daunik Lazro, Butch Morris, Joelle Léandre, Peter Kowald, George Lewis e molti altri) è il suono della percussione: il materiale di base è fornito da pietre intonate, il cui timbro viene trasformato in tempo reale grazie al Lightnings II, un MIDI controller recentemente ideato da Don Buchla.
Fasce di suono elettronico convivono/confliggono con l'evocativa voce del performer Ly Thanh Tiên, declamante un criptico testo nell'antico idioma vietnamita, sapientemente manipolato - e reso ancora più indecifrabile - grazie all'elaborazione elettronica. Senza alcun compiacimento "world music", Lê Quan affronta l'impegnativo tema - oggi tanto in voga, ma non si sa con quale grado di profondità esso venga abitualmente affrontato - del multiculturalismo (che lo coinvolge direttamente, essendo egli franco-vietnamita come Ly Thanh).
Una sensazione di disorientamento acustico e psicologico - l' oscillazione, indicata dal titolo, fra "poesia sonora e poesia antica, fra gesti culturalmente acquisiti e quelli che devono (auto)inventarsi, fra acustica primitiva e sintesi digitale" - viene deliberatamente suscitata nell'ascoltatore attraverso echi, filtraggi, spazializzazione del suono, squarci bruitistici.
Su questi ultimi è impostata, in particolare, l'intera seconda sezione, dove un'apparentemente inerte rumore bianco trascolora nel cupo rombo di aerei militari e un "innocuo" ronzio elettronico diventa, all'improvviso, urlo di sirena, permutato, a sua volta, in allarmate grida umane, quali icastiche metafore di orrori ben noti.
Nella terza sezione è la voce, denudata di ogni valore semantico tramite la sintesi digitale - e ridotta, pertanto, in puro fonema - a liberare la sua pregnanza materica e al tempo stesso misterica, conducendo l'ascolto verso una dimensione intuitivo-emozionale, piuttosto che razionale-cognitiva.
Risulta, in conclusione, perfettamente conseguito l'intento dell'Autore di esplorare il proprio spaesamento, i propri conflitti interiori e di comunicarli all'ascoltatore, lungi da "edonismi sonori" o paludamenti intellettualistici.
Kvadrat di Vinko Globokar (importante compositore e trombonista, oltre che ottimo improvvisatore) si basa su una struttura parzialmente "aperta" alle decisioni degli strumentisti (quanto alla scelta dei materiali e dei suoni/non suoni da impiegare).
Tutto ruota intorno al numero quattro (da cui il titolo): come ci informano le illuminanti note di copertina - altra nota di merito di questo disco - quattro sono gli oggetti sonori da utilizzare (uno in cui soffiare, uno da percuotere, uno da scuotere, uno da sfregare), quattro i substrati "evocatori" (una forma geometrica, una forma mobile, una superficie colorata, una forma vegetale), quattro sono le indicazioni relative ai comportamenti che i musicisti (non semplici "esecutori") seduti schiena contro schiena - e tenuti a scambiarsi la postazione al termine di ciascuna sezione del brano - sono tenuti ad osservare: non tenere conto degli altri, imitare il vicino di destra, quello di sinistra, quello dietro di sé.
Il quartetto mostra, ancora una volta, grande affiatamento e capacità inventiva, non solo e non tanto per le originalissime soluzioni timbriche, ma soprattutto per la coesione che si manifesta di sezione in sezione, anche nei momenti in cui l'indeterminazione raggiunge il grado massimo; una solida e concentratissima essenzialità, infatti, scolpisce tanto le parti più rarefatte, quanto quelle più dense e "rumoristiche", evitando l'ipersaturazione dello spazio e la caduta nel caos incontrollato.
Le questioni (soltanto musicali o anche esistenziali?) poste dal compositore circa il confine fra libero arbitrio e determinismo ("Qual è l'impulso che ci induce a suonare o a non suonare? Siamo stimolati da elementi esteriori? Siamo obbligati a seguire un'informazione piuttosto che un'altra? In definitiva, c'è vera comunicazione fra noi?") ricevono una risposta pacificata e univoca nel conclusivo, brevissimo, canone a quattro voci intonato dai musicisti.
Il disco si conclude con Seasons, austera e affascinante composizione di Toru Takemitsu del 1970: sullo sfondo creato dal fruscio di gong, percussioni ad altezza determinata e altri inquietanti suoni dall'origine non facilmente identificabile, appaiono e si dissolvono stranite voci narranti, inducendo lenti cambiamenti nei climi espressivi (appunto "stagioni").
Il finissimo trattamento timbrico consente all'ascoltatore di assaporare gli interrogativi silenzi ed i colori tenui e sensuali - ma a tratti minacciosi e oscuri - disegnati (senza apparente consequenzialità logica, almeno secondo la nostra percezione occidentale) da sinistri scampanii, glissandi, distorsioni, sibili. Una misteriosa fascinazione poetica - a tratti accostabile, sotto il profilo dell'esito sonoro, piuttosto che su quello delle premesse estetiche, a quella evocata nelle composizioni di Iancu Dumitrescu - emana da questo brano, grazie a interpreti capaci di vivere - e quindi di trasmettere all'ascoltatore - con sensibilità e naturalezza, ogni suono, ogni pausa.
Non resta che lodare, in conclusione, lo spirito autenticamente sperimentale, che spinge un gruppo di eccellenti virtuosi, non appagati dalle proprie capacità tecniche, a esplorare strade nuove o poco battute e a diventare essi stessi compositori. Ci si augura, quindi, di ascoltare anche nel nostro paese un recital del Quartetto Hêlios, fra i cui commissionari occorre menzionare, tra gli altri, George Lewis e Kaija Saariaho.
Completamente diversi i presupposti e le finalità delle musiche eseguite dal gruppo di percussioni italiano Demoé, che riunisce musicisti attivi nel nord Italia, diretti da Daniele Vineis.
Decisamente più "accademico" e apparentemente più "freddo" è lo spirito che abita queste composizioni; il cd si rivela, tuttavia, non meno interessante, sia pure per ragioni diverse, rispetto a quello del quartetto francese. Meritevole di apprezzamento è, innanzitutto, l'ottima resa, sul piano esecutivo, di quel rigore formale e quella ricerca timbrica che accomunano molti brani di Franco Donatoni.
Nella stupenda Darkness, del 1984, ai complessi giochi polifonici creati da marimbe e vibrafoni nella prima parte, subentra una seconda sezione in cui emerge la "dionisiaca" furia delle pelli. Quando il culmine del delirio viene sublimato in una sorta di sfrenato sabba, compaiono, inattesi, i rintocchi metallici di gong e campane, che indirizzano il brano verso un'enigmatica conclusione.
Le peculiarità del vibrafono e della marimba sono sfruttate in Omar (1985), Mari (1992) e Mari II (anch'esso del 1992, per quattro marimbe). Vale la pena di ricordare come l'uso delle percussioni ad altezza determinata sia ormai entrato a pieno diritto nella composizione occidentale; dopo gli esperimenti di Cage e di Varèse, fu Messiaen a introdurle, pressoché sistematicamente, sia nelle partiture per ampi organici- come la mastodontica Sinfonia Turangalila - sia in quelle cameristiche - quali Oiseaux Exotiques o Sept Haikai -, trasmettendo poi questo interesse a grandi innovatori come Boulez, Xenakis, Maderna e, tramite l'influenza di quest'ultimo, allo stesso Donatoni: si pensi a capolavori come Voci o Duo pour Bruno, dove abbondano campane tubolari, xilomarimba, glockenspiel, piatti, ecc.
Alla raffinatezza strutturale spesso si aggiunge la piacevolezza del timbro, in bella evidenza specialmente nel secondo movimento di Omar, dove l'ascoltatore può contemplare le diafane figure pennellate dal vibrafono, dai contorni ora sfumati e fluttuanti, ora netti e ben definiti.
Bok, brevissimo brano per clarinetto basso e marimba, sembra animato dall'istantanea interazione fra strumenti tipica di una libera improvvisazione, mentre Clair, per clarinetto solo, ricorda, per la sua vivezza spontanea e sbrigliata - nonché per il pregevole virtuosismo - un assolo jazzistico.
In Mari II, infine ogni parvenza di vacuo accademismo viene fugata dal felice rincorrersi delle marimbe attraverso un intrico polifonico in continua permutazione: il tormentato negativismo e l'impulso nichilista, che per lunghi anni hanno permeato l'opera - e, prima ancora, la vita stessa - di Donatoni sono finalmente trascese in una dimensione dinamica e rasserenata, benché non aproblematica.
Conclude il cd Earth and Heart Dances, composizione per percussioni e live electronics, dedicata da Andrea Molino al compositore veronese recentemente scomparso. Il lungo brano, suddiviso in quattro sezioni, raggiunge vertici di notevole densità e complessità, dove largo spazio è lasciato, ancora una volta, alle percussioni intonate. La trasfigurata leggerezza di queste ultime viene integrata dalla terragna animalità delle pelli, così da generare interessanti contrasti e complesse poliritmi, malgrado talune ridondanze.
Un plauso merita, in conclusione, la prosecuzione dell'opera di diffusione, attuata dalla Stradivarius - si consiglia, in proposito, l'ascolto degli altri due cd monografici dedicati a Donatoni - della musica di un artista molto stimato in Italia, ma (come spesso accade) eseguito soprattutto all'estero.
Valutazioni:
Quatuor Helios: * * * * ½
Donatoni-Molino: * * * * ½
Sito del Quatuor Helios:
quatuorhelios.fr.st
Sito della Vand'Oeuvre:
vdo.fr.st
Sito di Don Buchla (lightnings II):
www.buchla.com
Sito della Stradivarius:
www.stradivarius.it
Elenco dei brani:
In Quatuor Hêlios:
1. D'une lumière (Feldhandler) - 9:49
2. Oscille: Initiale(s) (Lê Quan Ninh) - 9:40
3. Oscille 2 (Lê Quan Ninh) - 6:20
4. Oscille 3 (Lê Quan Ninh) - 6:23
5 Kvadrat (Globokar) - 11:41
6 Seasons (Takemitsu) - 16:28
In Donatoni-Molino:
1. Darkness (Donatoni) - 11:35
2/3. Omar (Donatoni) - 15:18
4/5. Mari (Donatoni) - 6.30
6. Mari II (Donatoni) - 5:09
7. Bok (Donatoni) - 1:44
8/9. Clair (Donatoni) - 8:45
10/13. Earth ad Heart Dances (Molino) - 22:12
Musicisti:
In Quatuor Hêlios:
Isabelle Berteletti
Florent Haladjian
Jean-Christophe Feldhandler
Lê Quan Ninh
In Donatoni-Molino:
Demoé Percussion Ensemble:
Marco Giovinazzo
Mauro Gino
Lorenzo Fioravanzo
Matteo Cigna
Giovanni Delfino
Edoardo Giachino
Daniele Vineis (direttore)
con la partecipazione di Edmondo Tedesco (clarinetto)
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