Dicembre 2002
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Louis Armstrong a Bari.
Un ricordo personale.
Franz Falanga
Se proprio vogliamo tornare indietro negli anni, per un minimo di ricostruzione storica
riguardante l'ingresso della musica jazz nell'immaginario collettivo di una particolare
città del Sud, dovremmo partire dal 1948. Allora avevo quindici anni. Da qualche
anno il cinema aveva già avvicinato la mia generazione alla cultura musicale americana,
ma in quell'anno la vicinanza diventò praticamente fisica.
Fu esattamente a Bari, al Teatro Petruzzelli, in occasione di uno
spettacolo di una grande coreografa dalla bellissima pelle ambrata, Catherine
Dunham. A un certo punto della serata ci fu un siparietto durante il quale i liceali
e le matricole universitarie baresi, per la prima volta in vita loro, ascoltarono dal
vivo un brano di musica jazz. Si trattava di Darktown Strutters Ball, cantato con
lento andamento da un paio di boys della compagnia, mentre le giovanissime
ballerine ballavano con dolcezza e scioltezza.
La compagnia di rivista terminò i suoi spettacoli, gli anni passarono, ma non invano,
perché in alcuni degli astanti erano spuntati i germogli della loro futura passione per
la musica d'improvvisazione, finché non si arriva alla primavera del 1955.
Primavera indimenticabile perché, stranamente, i baresi poterono osservare per la prima
volta sul mare Adriatico delle nebbioline color di rosa che mai prima si erano
manifestate. Primavera indimenticabile dunque, anche e soprattutto perché al Teatro
Piccinni, in Corso Vittorio Emanuele, un sabato e una domenica odorosi di mare e di
curiosità per il mondo che si stava aprendo a noi ragazzi, dopo l'orrore della Seconda
Guerra Mondiale, un sabato e una domenica dicevo, avemmo il piacere straordinario di
assistere a un concerto di Louis Armstrong con tutte le sue star.
Avevamo inaugurato nel 1954, suonando noi della Southern Jazz Band, l'anno
accademico dell'Università degli studi di Bari e ci sentivamo un po' come i primi
pionieri all'inizio di un lunghissimo viaggio nella musica d'improvvisazione senza avere
la più pallida idea di dove ci avrebbe condotto. Louis Armstrong and His All Stars
alloggiavano all'Hotel Oriente, nel cuore della Bari murattiana, nel centro del
baricentro. I fan che assediavano l'albergo erano due, io e Tonino Antonelli, il
chitarrista della Southern Jazz Band. Avvicinare il grande Satchmo fu di una facilità
straordinaria: Tonino parlava meglio di me l'inglese, ma stranamente e fortunatamente ci
capivamo benissimo. Tonino riuscì a procurarsi l'auto del papà, ricordo una Fiat
Millequattro nera, che usammo per portare in giro Armstrong e, qualche ora dopo,
Edmond Hall il clarinettista del gruppo. Con Armstrong si parlò soprattutto di
focacce di farina impastate con l'acqua e poi messe al forno e condite con pomodori e
olio d'oliva. Lui era di una disarmante gentilezza e ascoltava, ascoltava noi che
parlavamo illustrandogli il nostro paesaggio; si era andati sul mare, si vedeva la dolce
nebbiolina a Torre a Mare e riuscimmo a trovare un rivenditore di focaccine che facemmo
assaggiare al nostro fantastico amico. Non parlammo di musica, cosa avremmo potuto
chiedergli? Era come se un ragazzino stesse parlando con Mosè, con un profeta. Di che si
parla in quei casi? Gli si mostra il luogo dove il ragazzino abita e basta lì.
Poi facemmo un giro con Edmond Hall, e qui lui ci parlò di musica. Ci disse che la
cosa che gli interessava era sapere in che tonalità era il pezzo, poi il resto veniva da
sé. Per quello che capimmo, non leggeva la musica a prima vista. Molti anni dopo capimmo
che lui quando ci parlava delle tonalità non diceva sol maggiore, come pensavamo, o si
bemolle, ma usava la notazione A, B, C, D major eccetera. Per questo in alcuni momenti
non capivamo. Ricordo che sorrideva sempre, anche lui come Armstrong. Penso che trovare
agli antipodi, in Europa, in Italia, in una città del Sud, due persone che si facevano
ingenuamente in quattro per rendergli il soggiorno piacevole e che gli avevano detto che
conoscevano la musica afroamericana per averla ascoltata sui V Disc, una certa
qual tenerezza gli doveva venir fuori.
Gli spettacoli al Piccinni furono uno la sera al sabato e due la domenica. Tonino ed io
andammo la prima sera e riuscimmo a sederci in prima fila, sulle poltrone di velluto
rosso. Non ricordo se avevamo pagato il biglietto o se gli All Stars ci avevano adottato,
il fatto è che eravamo lì sbracati in prima fila senza sangue nelle vene, senza riuscire a parlarci.
Il sipario di velluto rosso era chiuso, le luci si abbassarono e, a
sipario chiuso - non mi ricordo ci fossero microfoni o altre amplificazioni - iniziarono
a suonare la sigla When It's Sleepy Time Down South. Sugli accordi finali il
sipario si aprì lentamente e, partendo da sinistra, ci apparvero, illuminati dal basso
con le vecchie luci della ribalta anteguerra, Charlie Beal al pianoforte, Louis
Armstrong alla tromba, Edmond Hall al clarinetto, Trummy Young al trombone e,
dietro, Barrett Deems alla batteria, con accanto Arvell Shaw al
contrabbasso. Alla voce Velma Middleton. Dopo qualche brano (avevano suonato
Strutting with Some Barbecue mi pare) Armstrong si avvicinò alla ribalta e
sorridendoci disse, avendoci peraltro visto parlare con Edmond Hall, «and now Frankie
and Tony for you, Dardanella». E lasciò la scena tutta al clarinettista. Ancora, dopo
qualche altro brano, in quella mitica sera di cinquant'anni fa, Hall mi dedicò
personalmente Clarinet Marmalade.
Da quella sera iniziammo un viaggio in un universo sonoro che mai più ci avrebbe
abbandonato.
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