Novembre 2003
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Dave Brubeck Quartet
Auditorium Parco della Musica - Roma - 29.10.2003
Valerio Prigiotti
An Evening with Dave Brubeck
Sono passati vent'anni dall'ultimo concerto romano di Dave Brubeck. Il 29 ottobre
scorso il pianista si è presentato all'Auditorium e ha suonato con una vitalità
ben lontana dalla sua andatura incerta, precaria.
Ecco qualche impressione, poco sistematica, della serata.
Avanguardia a 83 anni?
Durante il secondo set Brubeck introduce un brano con una serie d'accordi molto
dissonanti: Schönberg?
No, è Take Five, che parte con il suo riff arcinoto e strappa subito un applauso.
Poi è il turno di Bobby Militello e si prende una direzione insolita. Il
sassofonista si concentra su una breve frase e ne accresce l'ambiguità tonale e il
contrasto rispetto al 5/4 di base. Basta poco e l'unico a tenere il tempo è il
batterista, gli altri sono entrati in una sezione free: sembra Take Five suonata
dal Coltrane di «Expression»!
L'assolo di Brubeck mantiene tutta la tensione di Militello: accordi spiazzanti, che
galleggiano sul tempo, ma trovano sempre il modo di ricadere al punto giusto. È, infine,
il momento dell'inevitabile assolo di batteria e il malfermo Brubeck balza in piedi per
seguire meglio Randy Jones. Questi riporta Take Five nei binari consueti e
si lancia in una lunga, eccitante esibizione che scatena il plauso del pubblico. Bello,
ma è parso quasi un anticlimax, dopo la tensione della parte free.
Musica per anziani?
Molti musicisti, entrati nella Terza Età, preferiscono tenersi su binari collaudati e
ripetere un repertorio sicuro e affidabile. Criticare quest'atteggiamento dimostra scarsa
empatia umana, ma il problema non si pone con Brubeck. La sua musica non è un museo di
glorie passate: ha assorbito le personalità dei nuovi membri del quartetto (vedremo poi
quanto questo abbia influito) e continua a vivere l'esperienza del concerto come un gioco
libero e creativo. Basta prendere These Foolish Things, iniziare con la
delicatezza romantica che conosce chi possiede «Brubeck Plays Brubeck», poi
attaccare tutta una serie di routine da pianoforte cocktail e usarle per un'ardita
escursione tonale e ritmica, con i block chord che attraversano la tastiera e
seguono una logica ferrea, quanto imprevedibile.
Non è che manchi l'energia...
Il secondo brano del primo set è I Got Rhythm, presa velocissima e resa aggressiva
dallo stride di Brubeck e dal sassofono jump di Militello. Nel secondo set
ascoltiamo un blues ruspante, con le terzine del pianista che si gonfiano d'energia e
tensione armonica, durante e dopo un assolo di sax culminato nel registro sovracuto.
...o la finezza.
In due brani abbiamo ascoltato il Brubeck più classico e contemporaneo, con la
combinazione di flauto e contrabbasso suonato con l'archetto e le atmosfere sospese di
una triste pavane o di una raccolta elegia pastorale.
È questione di personalità.
L'attuale quartetto di Brubeck ha un profilo emotivo diverso da quello dei tempi di
Paul Desmond. Molto è dovuto a Militello, che ama il Parker più blues e
vocale, ci mescola l'aggressività dei sassofonisti r&b e i cromatismi sul registro
acuto degli anni Sessanta. Spesso gioca con frasi classiche e suona il flauto con molta
eleganza.
Michael Moore non è solo un motore ritmico inappuntabile, è anche un virtuoso
dell'archetto e un fine umorista negli assolo, ricchi di citazioni e animati dal suo
desiderio fisico di ballare con lo strumento.
Jones alterna un accompagnamento elegante e discreto a uscite spettacolari, non tutte
prive d'eccessi.
Brubeck mostra sempre più il suo legame con il pianoforte stride e la percussività
di Ellington e Basie, citati più volte in modo esplicito. Uno stile lontano
dall'ortodossia di matrice bebop, ricco di svolte e aperture.
Sempre gli stessi brani?
Chi si porta dietro mezzo secolo di successi non può eludere le richieste del pubblico.
Brubeck lo sa e suona It's a Raggy Waltz, Three To Get Ready, Take
Five e Unsquare Dance. Non sono versioni di routine e non mancano brani meno
noti. London Flat, London Sharp è addirittura un inedito scritto durante il
recente tour britannico. Un pezzo veloce, per nulla scontato nello sviluppo melodico e
sottoposto al classico trattamento bitonale del pianista, che trova naturale suonare in
una tonalità con la mano destra e in un'altra con la sinistra.
Un pubblico di pensionati?
Sì, c'erano eleganti signore con autista e coppie che si sono conosciute ascoltando gli
LP di Brubeck, ma c'erano anche tanti giovani, studenti di musica con gli occhi sbarrati
e ragazze ventenni, sedute per terra e altrettanto emozionate. La Sala Santa
Cecilia dell'Auditorium era quasi completa, due bis richiesti a gran voce e applausi
a volontà.
Come la mettiamo con la critica e i jazzofili?
Come la mettiamo con l'ortodossia jazz secondo la quale Brubeck è un pianista pesante e
kitsch? Forse invitando all'ascolto di tutti quei passaggi che mostrano il suo profondo
senso del blues, l'ironia delle citazione classiche e salottiere, la complessità del
pensiero nascosta dietro un'apparenza semplice e rilassata.
Detto in breve: una gran bella serata.
The Brubeck Institute:
www.brubeckinstitute.org/index.asp
Dave Brubeck:
www.brubeck.info
[sito di fan con biografia, discografia, foto e mailing list]
Auditorium Parco della Musica - Sito Ufficiale:
www.musicaperroma.it
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