Novembre 2001
"A me piace lavorare sugli estremi, su suoni che possono risultare sbagliati, noiosi, sporchi o
altissimi: non voglio trascurare nessuna di queste possibilità. Ognuna di esse è una
forma di espressione, una qualità, sulla quale è doveroso lavorare"
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Intervista con Ernst Reijseger
Luigi Santosuosso
In oltre trent'anni di carriera, Ernst Reijseger ha rivoluzionato l'uso del violoncello. Definirlo un jazzista sarebbe uno stereotipo tanto limitante quanto dire che i Paesi Bassi sono il paese dei mulini a vento.
È innegabile che la fama di Reijseger è dovuta in primo luogo alle sue frequentazioni della scena jazzistica olandese, e - in particolare - alle sue collaborazioni con alcuni dei suoi capiscuola come Misha Mengelberg o Han Bennink. Tuttavia, un campionario illimitato di tecniche estese sul violoncello nonché un approccio onnivoro alla musica gli hanno consentito di suonare praticamente di tutto e con tutti e di rimettersi continuamente in gioco. Lo stile del violoncellista olandese, ad ogni modo, resta perfettamente riconoscibile nonostante lo si possa trovare in compagnia di Tenores sardi con la stessa facilità con cui collabora con musicisti africani, oppure ascoltarlo reinterpretare vecchi brani di jazz con Franco D'Andrea cosí come lanciarsi in improvvisazioni radicali con Hamid Drake o Louis Sclavis.
Questa intervista analizza molti dei progetti in cui Reijseger è stato o è coinvolto, come pretesto per analizzare i vari aspetti della musica di uno degli artisti più eclettici attualmente in attività.
L'attività musicale di Ernst Reijseger ha avuto da sempre come elemento caratterizzante il desiderio di andare al di là di nozioni precostituite su come le cose dovrebbero essere fatte e come la musica dovrebbe essere suonata. Questa ricerca, tuttavia, non è stata portata avanti da Reijseger con le pose affettate di quegli intellettuali che si auto-nominano innovatori e salvatori della creatività musicale; essa, al contrario, rappresenta lo sbocco naturale del desiderio del violoncellista di esprimere con la sua arte quello che egli sente. L'osservatore casuale potrebbe, ad esempio, ritenere che la scelta di suonare il violoncello in un contesto di musica improvvisata possa essere di per sè un 'manifesto' del suo desiderio di sconfiggere facili stereotipi. Reijseger tuttavia tiene a precisare che non c'è nulla di tutto questo nella sua musica.
Ernst Reijseger: Non ho mai avuto la sensazione di dover combattere per mettere in pratica le mie decisioni su come affrontare la musica. In fin dei conti, l'improvvisazione non è nient'altro che un metodo. Non ha nessuna importanza con quale tipo di strumento uno decide di metterla in pratica. Non mi sono mai detto "così è come le cose dovrebbero essere; questo è il mio credo religioso". L'improvvisazione non è null'altro che un metodo che mi piace continuare ad utilizzare.
'Combattere contro' stili o formati musicali affermati? Non sento di aver mai fatto una cosa del genere. Per me essere chiamato 'jazzista' è un onore. Allo stesso tempo - comunque - io suono il violoncello, sono europeo, ascolto ogni musica... pop, folk, ogni tipo di musica kitsch etc... Abbiamo la fortuna di vivere in un momento estremamente interessante, grazie anche all'accesso di cui godiamo - come ascoltatori - ad ogni tipo di stile musicale.
Il violoncello, ad ogni modo, non è stato il primo strumento col quale Ernst Reijseger si è cimentato da ragazzo...
E.R.: all'età di quattro anni mi venne regalata una di quelle tastierine a fiato. Devo essere stato uno dei rarissimi casi di bambino non traumatizzato dall'uso precoce di questo strumento. Per la verità mi piaceva davvero tanto suonarla e ho continuato ad usarla per molti anni. L'ho perfino utilizzata in uno dei dischi con Michael Moore, Neglige.
Dovendo intraprendere quello che è l'obiettivo dichiarato di questo articolo - l'esplorazione di alcuni dei numerosissimi progetti musicali di Ernst Reiseger - può forse essere interessante iniziare con la sua collaborazione col coro sardo dei 'Tenores e Concordu de Orosei', certamente un progetto molto inusuale (anche per gli standard a cui è abituato il violoncellista di Hilversum) che vede un radicale innovatore collaborare con un gruppo di cantanti che mantiene in vita una tradizione musicale le cui origini esatte sono ancora oggi poco chiare nonostante ci sia un certo accordo tra gli studiosi circa il fatto che essa sia successiva all'introduzione dei Canti Gregoriani in Sardegna [un interessante studio musicologico di Emil H. Lubej su questo tema è disponibile online sul sito:
http://mailbox.univie.ac.at/Emil.Lubej/Articles/Tenores/Tenores.html].
E.R.: I Tenores e Concordu de Orosei sono cantanti tradizionali sardi. La parola 'tenores' fa riferimento alle musiche più 'mondane', che venivano suonate in occasioni di danze e feste popolari mentre 'concordu' si riferisce a musica di stampo religioso. Il fatto che questi musicisti di Orosei affrontino entrambi i repertori li rende unici, in quanto la maggior parte di cori tradizionali sardi è specializzata nell'uno o nell'altro.
La documentazione della musica dei Tenores e Concordu de Orosei - così come la loro collaborazione con Ernst Reijseger - è stata resa possibile dall'abituale 'visione' con la quale Stefan Winter, il fondatore della Winter & Winter, porta avanti il suo lavoro. Come ricorda Reijseger, l'interesse del produttore tedesco ha avuto origini del tutto casuali e non è stato in alcun modo influenzato dall'improvviso interesse che ha circondato qualche anno fa i cori tradizionali sardi [nel 1996 l'etichetta Real World di Peter Gabriel ha pubblicato un CD dei Tenores di Bitti S Amore E Mama, seguito da Ammentos (Agogo - 1999) e Intonos (Robi - 2000) rendendo finalmente accessibile la musica di quelli che per personaggi come Frank Zappa, Ornette Coleman o Lester Bowie erano dei veri e propri cantanti di culto; altri importanti cori tradizionali sardi sono i "Tenores di Neoneli" ed i "Tenores de Oniferi" resi particolarmente famosi in Italia dalla collaborazione con Elio e le Storie Tese].
E.R.: Il tutto si è verificato per una serie di circostanze fortuite. La registrazione del mio album solista per la Winter & Winter, Colla Parte, venne realizzata in una villa italiana antica e bellissima. All'ultima sessione di registrazione erano presenti anche alcuni miei amici italiani che avevo invitato visto che abitavano in quella zona. Uno di loro Enrico Blumer - oltre ad avere una conoscenza enciclopedica di tutti i ristoranti italiani - è anche un appassionato collezionista musicale. Quella sera a cena, Enrico mi parlò di questa incredibile cassetta che aveva in macchina con la musica di alcuni Tenores sardi. Il produttore, Stefan Winter, si incuriosì e si fece prestare la cassetta. L'ascoltò lì per lì nella macchina mentre noi continuavamo la nostra ottima cena. Finito il nastro tornò da noi - con le orecchie tutte rosse - e disse "devo assolutamente registrare questi qua". Difatti, la Winter & Winter ha ora in catalogo due CD, uno di Tenores e l'altro di Concordu.
Qualche tempo più tardi, ad un concerto dedicato alla Winter & Winter tenutosi a Venezia nel 1998, finii per incontrare di persona questi cantanti. Verso la fine della serata mi chiesero di unirmi a loro e suonare una delle loro canzoni. Dosi massicce di ottimi vini avevano preceduto quell'incontro musicale e pertanto la serata risultò molto piacevole.
Quell'incontro lasciò un ricordo positivo e così i Tenores chiesero a Winter di produrre un progetto che mi vedesse coinvolto con loro. Fu un'idea loro ma Winter si mostrò completamente favorevole, sin dall'inizio. Ero io ad avere qualche dubbio; ho sempre avuto un certo scetticismo verso tutti i fraintendimenti che si sono nascosti dietro alla moda della 'world music' quando i musicisti di jazz hanno collaborato con artisti di altre culture e discipline e hanno prodotto confusioni di cui si poteva tranquillamente fare a meno.
I miei amici sardi però mi continuarono ad invitare e quindi per me divenne sempre più difficile dire di no alla opportunità di entrare nella cultura sarda dalla porta principale e più vera. Sin dall'inizio si mostrarono tutti estremamente aperti e mi hanno lasciato preparare arrangiamenti, dare suggerimenti, tagliare parte dei brani, etc. Quindi - sin dal primo momento - il mio rapporto coi Tenores e Concordu de Orosei ha rappresentato un'incredibile esperienza umana ed artistica.
In effetti la collaborazione con il gruppo sardo è stata un rapporto alla pari e non uno di quegli esperimenti del tipo "gruppo con ospite/star" che Reijseger ha evitato in maniera sistematica per tutta la sua carriera.
E.R.: Che dire. La vita a volte ci riserva dei momenti perfetti. Buona parte del tempo che ho passato coi Tenores possono qualificarsi come tali. Mi hanno lasciato completamente libero di 'sperimentare' soluzioni che potevano sembrare assurde a prima vista come, ad esempio, quella di portare con me il batterista scozzese Alan "Gunga" Purves.
Il produttore sembrava molto incerto. Cosa sarebbe successo con l'innesto di un percussionista pazzo che suona ogni tipo di oggetto, inclusi giocattolini di plastica che fanno rumori strani, nell'impianto di un gruppo tradizionale sardo? Il ruolo che avevo in mente per "Gunga" era quello di 'colorista'. In altre parole volevo che aggiungesse degli elementi di 'disturbo' nella musica, per fare in modo che la musica non rimanesse immacolata ma al contrario divenisse più interessante ed in qualche modo inquietante.
Dopo tutto questo tempo, continuiamo a suonare insieme e siamo divenuti ottimi amici:
nonostante sappiano benissimo che sono ateo (mentre loro sono delle persone fortemente devote) mi
hanno invitato a registrare con loro una messa. Siamo diventati così vicini...
Un progetto che segue uno spirito simile alla collaborazione coi Tenores e Concordu dal punto di
vista della spiritualità e del livello di energia espressi, è la collaborazione con Mola
Sila, il cantante senegalese con cui Reijseger ha collaborato in numerose occasioni, l'ultima
delle quali al festival di Moers di fronte a diecimila persone che hanno riempito in ogni ordine
di posti il tendone del festival in occasione del concerto che era stato scelto per il poster della
prestigiosa rassegna tedesca.
E.R.: Mola Sila è senegalese ma si è trasferito nel 1987 in Olanda col suo gruppo, Senemali. Per me è come un angelo. Dimostra una devozione incredibile verso il canto. È di religione musulmana. Suo padre lo svegliava ogni mattina alle 5:30 quando iniziava a cantare le proprie preghiere dalla moschea.
Oggi Mola improvvisa moltissimo e questo spiega come mai sia invitato a festival come quello di Moers, col un progetto - intitolato Tukki - fortemente influenzato dalla musica pop senegalese e che poteva contare su ospiti venuti da tutt'Europa. A sua volta Mola, a Moers ha suonato come ospite del gruppo del leggendario percussionista Doudou N'Diaye Rose. Tutto questo dimostra in quale considerazione sia tenuto.
A volte facciamo musica completamente improvvisata e lui plasma melodie attorno alla musica che io m'invento. Non sono sicuro se usi parole e versi improvvisati o piuttosto frammenti di testo predeterminati su cui poi fa delle variazioni. In genere, passa un po' di tempo prima che Mola inizi a cantare durante i nostri concerti. Lui inizia suonando uno strumento che somiglia molto ad un ukulele. Poi - quando ritiene che sia giunto il momento giusto per aggiungere la sua voce - si inserisce con essa. Ha una dose di pazienza incredibile.
Ha iniziato suonando su strumenti improvvisati e ancora oggi usa una calimba gigante fatta da lui. È un musicista di potenza senza uguali.
Apparentemente agli antipodi (musicali e geografici) rispetto ai progetti sardi e senegalesi, sono le collaborazioni di Ernst Reijseger con improvvisatori norvegesi.
Dopo lunghi anni in cui la Norvegia sembrava bloccata nello stereotipo ECM di jazz nordico e algido, una nuova generazione di giovani musicisti - in buona parte ex-studenti del conservatorio di Trondheim - è emersa e si è posta al centro dell'attenzione grazie ad uno spirito molto innovativo. Non deve quindi sorprendere che alcuni di questi musicisti si siano messi in contatto con Ernst Rejiseger chiedendogli di unirsi a loro in veste di agente provocatore e di agitatore musicale. Parimente, non deve sorprendere che - nonostante il gap generazionale - Reijseger si sia trovato a proprio agio sin dal primo momento circondato dallo spirito di questi improvvisatori. Tra le varie avventure norvegesi, la collaborazione con il bassista Mats Eilertsen è l'ultima in ordine di tempo.
E.R.: Mats Eilertsen, è un bassista molto giovane (ha solo 26 anni) che un giorno mi ha chiamato per invitarmi a partecipare ad una seduta di registrazione col suo gruppo. Ho chiesto consiglio ad alcuni amici che lo conoscevano e tutti mi hanno detto che collaborare con lui era un'ottima idea e non dovevo perdere questa opportunità, perché nonostante la musica di Eilertsen sia più vicina ad una sensibilità 'jazz' lui è un musicista molto aperto e ama sperimentare in ogni modo possibile, in questa sua caccia per ogni esperienza musicale. Sin dal primo giorno in studio mi sono reso conto che i miei amici avevano perfettamente ragione.
La seduta si è svolta ad Oslo lo scorso febbraio. Abbiamo passato un giorno a registrare brani scritti. Quindi abbiamo potuto riservare il secondo giorno alla musica completamente improvvisata. Il risultato fu ottimo, ma - qualche giorno dopo - ricevo una telefonata dalla Norvegia, e mi dicono che l'ingegnere del suono nel tentativo di trasferire la musica registrata da un drive all'altro, aveva involontariamente cancellato tutto. Di conseguenza lo studio ha dovuto pagarmi un altro volo per una nuova seduta di registrazione.
Il risultato è stato molto diverso da quello della prima serata ma - visto lo spirito di tutti noi - la musica, pur diversa, è venuta fuori benissimo.
Quella volta abbiamo veramente fatto uscire pazzo il tecnico del suono. Per ogni composizione registrammo due o tre takes.... terribili!
La 'joint venture norvegese' veramente fondamentale, tuttavia è quella col multistrumentalista (ma per lo più fisarmonicista), nonché compagno di label ed ex bambino-prodigio, Stian Carstensen. Purtroppo, non esistendo ancora nessuna documentazione discografica di questo duo, solo i pochi fortunati che li hanno visti all'opera dal vivo hanno potuto godere delle loro pirotecnie sonore.
E.R.: Ho conosciuto Stian quando mi chiamò per sounare con lui in un festival norvegese, in trio col batterista della sua formazione abituale (i Farmers Market - per leggere la recensione del loro ultimo disco Farmers Market
clicca qui), Jarle Vespestadt, che è anche uno dei membri degli incredibili Supersilent. Si tratta di due musicisti tecnicamente spaventosi, due vere e proprie enciclopedie musicali ambulanti, come avrei avuto modo di scoprire frequentandoli.
Stian Carstensen è famoso in Norvegia sin dall'età di dieci anni, grazie alla sua partecipazione ad alcune trasmissioni televisive durante le quali veniva invitato ad esibirsi come fenomeno di virtuosismo fisarmonicistico. Deve essere una di quelle rare persone che non ha subito ripercussioni traumatiche dall'esperienza di essere un bambino prodigio. Oltre ad aver continuato a suonare la fisarmonica ha poi investito il proprio virtuosismo anche su chitarra, banjo (kentucky style) e - come avrei scoperto successivamente - anche sul violoncello: durante una delle nostre prove mi voleva spiegare un passaggio particolarmente complesso, ha preso il mio violoncello e l'ha iniziato a suonare così bene che ci sono rimasto di stucco. Riusciva a farlo con tecniche che io non avevo mai provato prima. In altre parole, questo ragazzo è un vero fenomeno...
Buona parte dei progetti menzionati fino a questo punto sono relativamente recenti. Ernst Reijseger,
tuttavia, è stato ed è coinvolto anche in progetti di lunga data. Il più famoso di questi è
senz'altro il Clusone Trio, una formazione che non sarà mai rimpianta abbastanza. Un altro trio
si è rivelato come uno dei terreni più fertili, quello con il pianista tedesco Georg Graewe e col
batterista statunitense Gerry Hemingway coi quali Reijseger ha collaborato anche in diversi gruppi
e formati e che è documentata al suo meglio in due recenti dischi dal vivo Waltzes, Two Steps
and Other Matters of the Heart" (GM Recordings - per leggerne la recensione clicca qui) ed il
nuovissimo Counterfactuals pubblicato dalla piccola ma ottima etichetta indipendente
texana Nuscope [per leggerne la recensione clicca
qui].
E.R.: È sempre difficile parlare di musica, vista la sua natura intangibile... Mi piace pensare
che tutte le cose evolvano. Il primo disco con Georg e Gerry è del 1989. Counterfactuals è
l'ultimo in ordine di pubblicazione. Nel mezzo ci sono stati numerosi concerti e 6 CD. Finché la
musica continua ad evolversi non abbiamo bisogno di null'altro per farci continuare a suonare
insieme; vuol dire che crediamo che c'è ancora musica che dobbiamo esprimere. Questo trio mi piace
tantissimo. Riusciamo a creare una chimica che porta ognuno di noi a produrre cose che non riusciamo
a tirare fuori in nessun altro contesto.
Circostanze (e finanze) permettendo, uno dei pallini di Ernst Reijseger è l'orchestra di
violoncelli. La prima volta in cui Reijseger ha realizzato questo progetto, in un festival
in Piemonte, l'orchestra poteva contare su 35 musicisti. In altre occasioni il numero è stato
inferiore. In tutti i casi, comunque, la musica era vibrante.
E.R.: La prima volta che ho affrontato questo progetto è stato nell'ambito di un festival in Piemonte dedicato al violoncello. Avevo a disposizione decine di violoncellisti, professionisti o semplici dilettanti, giovani ed anziani. Proprio questa varietà rendeva il progetto molto interessante. Mi piace lavorare insieme su una certa melodia e poi vederla completamente devastata dalla nota sbagliata tirata lì da un ragazzino inesperto.
Avevamo a disposizione quattro giorni per provare. Per far abituare i musicisti alle situazioni che avevo in mente ho deciso che non ci sarebbero stati spartiti. Mi limitavo a mostrare ai musicisti i passaggi che volevo che suonassero. Questo serviva per obbligarli a guardarmi, ad ascoltarmi e a copiare i miei passaggi.
Per me quei 35 violoncellisti erano come una grande torta. La tagliavo a fette; facendo gesti e segni indicavo cosa volevo che venisse suonato ma poi mentre quella frase veniva affrontata magari introducevo una contromelodia che veniva affidata ad un'altra sezione dell'orchestra. In altre parole, avevo una possibilità unica di creare delle dissolvenze musicali in tempo reale e senza studio di registrazione.
Il concerto si tenne nella piazza di un paesino che guardava su una vallata coi cani che abbaiavano nel buio... meraviglioso.
In contesti di questo tipo mi avvalgo in particolare di quei musicisti che rispondo meglio alle mie sollecitazioni in quanto si sentono a proprio agio coi miei input. Spesso - comunque - sono proprio i ragazzini ad essere più pronti e reattivi ai miei comandi, in maniera molto improvvisata e rispondono ai miei rumori coi loro meravigliosi rumori, nonostante a volte non abbiano un bagaglio tecnico particolarmente sviluppato.
Lavorare con un'orchestra di questo tipo per me non era null'altro che un'altra maniera per espandere il vocabolario a disposizione dei violoncellisti e le tecniche a loro disposizione. Per musicisti che hanno studiato in ambito classico queste tecniche non vengono mai prese in considerazione. A me piace lavorare sugli estremi, suoni che possono risultare sbagliati, noiosi, sporchi o altissimi: non voglio trascurare nessuna di queste possibilità. Per me ognuna di esse è una forma di espressione, una qualità, sulla quale è doveroso lavorare.
Oltre all'ormai defunto Arcado String Trio, nel quale aveva preso il posto di Hank Roberts, Ernst Reijseger ha dato il suo porto ad un altro trio di soli archi (oltre che ad un'altra formazione di casa Winter & Winter) l'Amsterdam String Trio [per leggere la recensione dell'album
Winter Theme clicca qui]. Troppo spesso, critici ed appassionati hanno pensato che questo gruppo costituisca una cellula dell'ICP Orchestra, una convinzione che Ernst Reijseger tiene a confutare.
E.R.: Il trio è nato nel 1984. Il bassista Ernst Glerum ci riunì in occasione di un concerto che si sarebbe dovuto tenere ad Amsterdam. Sin dalla prima seduta di prove ci rendemmo conto del piacere che il suonare insieme in questo formato ci provocava. Il concerto sarebbe dovuto essere all'aperto in quanto il locale che ci doveva ospitare - il BIM Huis - era in fase di rinnovamento. Inutile dire che - essendo in Olanda - quella sera venne a piovere e così il concerto venne cancellato. Nonostante questo, il gruppo è rimasto in vita per dieci anni. C'è poi stata un'interruzione di sette anni, e ora siamo di nuovo in azione.
Il Trio non è affatto un sottogruppo della ICP Orchestra come pensano in molti. È vero che ognuno di noi alla fine è entrato a far parte dell'ICP, ma il Trio esisteva indipendentemente... Sia io che il violista Maurice Horsthuis eravamo già membri dell'ICP. Poi, in un secondo momento, pure Ernst Glerum si è unito all'Orchestra.
AAJ: Nelle tue recenti performance con Franco D'Andrea - uno dei tuoi progetti più affascinanti degli ultimi tempi - hai spesso suonato anche composizioni 'classiche', come, ad esempio, "Wow" di Lennie Tristano. Ti interessano gli standard? Li suoni o ascolti spesso? Ti piace 'stravolgerli'?
E.R.: A me piace ascoltare di tutto. Il fatto è che sono veramente pessimo quando si tratta di studiare e memorizzare tutti questi standard famosi. Inoltre si tratta di brani che sono stati interpretati così tanto e da ogni punto di vista... e quindi non mi pare giusto che io mi metta a lavorare su qualcosa che è stato esplorato in ogni maniera possibile, quasi fosse musica classica.
Per questo, preferisco a volte suonare degli 'standard oscuri' - scusa il gioco di parole - che mi sono entrati nella testa per chissà quale strana ragione. Ad esempio di Tristano esistono così tanti magnifici brani che hanno già ricevuto un trattamento perfetto da musicisti come Lee Konitz, Warne Marsh, Sal Mosca e altri. Ma "Wow" è un brano meno suonato che amo profondamente.
Quindi, per rispondere brevemente alla tua domanda: no, gli standard non li suono molto spesso.
Un altro progetto molto particolare che vede coinvolto Reijseger sotto la produzione di Stefan Winter è quello con il compositore giapponese Fumio Yasuda [per leggere la recensione del suo
album Kakyoku clicca
qui].
E.R.: Fumio Yasuda mi ha invitato ad avere un ruolo 'libero' nel suo lavoro. Non lo conoscevo ma lui conosceva la mia musica così bene che poteva ripetere a memoria interi passaggi che avevo suonato su disco. Sconcertante.
Fumio è un compositore che ha spesso scritto musica per performance audiovisive. È proprio così che Stefan Winter lo ha conosciuto: ad una mostra del fotografo giapponese Nobuyoshi Araki per la quale aveva preparato la colonna sonosra. Araki è conosciuto per le sue fotografie, diciamo così, molto 'cattive'.
Per l'album inciso per la Winter & Winter, Araki e Yasuda hanno scambiato i loro ruoli: Yasuda ha composto la musica e Araki ha scattato le fotografie che sono riprodotte sul disco.
Io mi limito a suonare su alcuni dei brani.
Nonostante il fascino dei progetti descritti finora, forse la maniera migliore per apprezzare la musica di Ernst Reijseger sono i suoi concerti in solo, visto che rappresentano un vero concentrato delle virtù e qualità che il violoncellista olandese mette in mostra nelle sue collaborazioni con altri musicisti. In poco più di un'ora e mezzo il pubblico ha l'opportunità di scoprire la profonda musicalità di Ernst Reijseger, spesso attraverso brani che sono tratti dal suo ultimo album da solista, intitolato "Colla Parte" [Winter & Winter] - una collezione di perle musicali che spaziano dal melanconico al lirico con la abituale dose di umorismo che ognuno si aspetta.
E.R.: Ad essere sincero, non ho la più pallida idea di quale sia il mio approccio verso il concerto solistico. Mi limito a suonare e a concentrarmi sull'aspetto 'audio' della performance. Sono a caccia di musica e la maggior parte delle volte mi diverto moltissimo.
Uno dei brani più belli di "Colla Parte" si intitola "Giocoso", uno sketch musicale pieno di musica ubriaca. Definire le performance di Reijseger come 'concerti' è forse inappropriato in quanto non si fa giustizia all'aspetto visivo che l'artista olandese mette ogni sera in gioco. In molti [ma certo non chi scrive] hanno espresso riserve nei confronti di questa caratteristica comune a molti degli esponenti della scena jazzistica olandese, temendo che la parte più 'teatrale' della loro arte possa distogliere l'attenzione dalla musica, e dubitando della spontaneità di quella che a loro pare routine da teatranti.
Reijseger difende il ruolo di questi momenti extra-musicali dei suoi concerti ma allo stesso tiene a considerarli come uno strumento per dare una prospettaiva alla sua musica e al suo ruolo di musicista.
E.R.: Ogni cosa che faccio sul palco è totalmente improvvisata. Non c'è nulla di premeditato. Mi piace mettere tutto in dubbio.
Il fatto è che - se ci pensi bene - noi musicisti ci mettiamo in una situazione del tutto surreale: ci sono tutte queste persone di fronte a te che stanno lì a farsi suonare una musica molto astratta spesso concepita in un momento temporalmente molto distante da quello in cui l'ascoltano... Quello di cui mi voglio assicurare è che l'aspetto 'religioso' di questa esperienza d'ascolto sia evitato come la peste. Per me è un modo per sottolineare quanto ridicola può essere quella situazione... il mettersi su un palco suonando questo strano strumento col solo scopo di emettere suoni che mi piacciano... Beh, in questi casi, a volte il bambino che c'è dentro di me perde il controllo e non riesce ad evitare di guardare al lato divertente della cosa.
Pagina Web di Ernst Reijseger:
www.ejn.it/mus/reijsege.htm
Foto dall'archivio di Ernst Reijseger
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