Giugno 2002
"È necessario pensare alla
melodia, alla struttura, al bilanciamento delle parti e al loro gioco di contrasti e incastri,
senza però perdere mai di vista la passione e il calore della musica. Non posso
farci niente, adoro la giustapposizione tra sezioni improvvisate e scritte. Del resto, a meno che
non siano veramente eccellenti, sia i brani totalmente scritti che le interminabili improvvisazioni
free mi annoiano. Sono sempre alla ricerca della sorpresa, dell' inaspettato..."
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Intervista a Tom Varner
Luigi Santosuosso
Probabilmente il migliore indicatore per valutare l'impatto di una innovazione è il suo
grado di 'invisibilità'.
Il walkman, la settimana corta, il telefonino e - in maniera sempre crescente - Internet sono solo
alcuni esempi di innovazioni che oggi diamo per scontate.
Per rimanere nel mondo del jazz, l'introduzione di strumenti elettrici ed elettronici, l'influenza
di altre culture musicali, l'uso dello studio di registrazione in maniera creativa rappresentano
altrettante svolte che sono state completamente inglobate da quello che forse è il genere musicale
con la più alta capacità di 'assorbimento'.
Sia nel campo teconologico che in quello musicale, le innovazioni destinate a sopravvivere sono quelle
capaci di trascendere la loro iniziale natura di 'fini' per trasformarmi in meri 'mezzi' al servizio
di più alte esigenze della vita quotidiana e dei traguardi artistici. I telefoni cellulari -
inizialmente poco più che gadget per bambini di età adulta con portafoglio
capiente - sono ora stati ridimensionati a semplici mezzi di comunicazione. Gli strumenti
elettrici - a cui troppo spesso, durante le prime fasi del jazz elettrico, i jazzisti si erano
rivolti per attrarre un pubblico giovane che era interessato al rock e al funk - oggi altro non sono che
un ulteriore colore a disposizione di audio-pittori alla ricerca di una palette sonora
quanto più ampia possibile.
Fatalmente, il nome dell'innovatore di successo è legato indissolubilmente alla parabola della sua
invenzione. Dalle copertine patinate il suo nome passa alla casa della maggior parte delle famiglie,
dove il suo prodotto ha un impatto concreto, per poi finire nel dimenticatoio man mano che
l'abitudine subentra alla novità.
L'immagine classica della jazz band si è a lungo basata su strumenti come la tromba e il sax insieme
a pianoforte, contrabbasso, batteria e trombone. Da diversi anni a questa parte, tuttavia, strumenti
normalmente associati ad altri generi musicali hanno dimostrato la loro capacità di
contribuire all'espansione del vocabolario jazzistico, invece di essere mere attrazioni esotiche di
breve durata, utilizzate per attrarre l'attenzione degli appassionati di jazz più blasé. Il
violoncello, la fisarmonica e il corno francese costituiscono, forse, gli esempi più lampanti
di questo fenomeno.
Quando si pensa a quest'ultimo c'è un nome che immediatamente viene alla mente: Tom Varner, il
musicista originario del New Jersey (ma residente a Buffalo, nello stato di New York) il cui album
d'esordio ("Tom Varner Quartet" - Soul Note) - in maniera programmatica - aveva in copertina
un corno francese, e il cui terzo album era intitolato - in maniera ancora più programmatica -
"Jazz French Horn" (Soul Note) [per leggerne la recensione clicca qui]. Dietro la scelta di un titolo e di una copertina di questo tipo, è
legittimo leggere un certo desiderio di attrarre l'attenzione verso la novità che il corno francese
ancora rappresentava nel jazz degli anni '80.
Otto albums più tardi, tuttavia, considerare Varner come un suonatore di corno francese piuttosto
che come un artista a tutto tondo dovrebbe essere automaticamente considerato un "crimine contro il
jazz" (ammesso che un reato di questo genere esista). Pochi musicisti hanno dimostrato un grado
di crescita paragonabile a quello che Varner ha documentato nei suoi dischi degli ultimi venti anni
e - in particolare - nel suo album più recente "Second Communion" - l'omaggio al classico di Don
Cherry che la Omnitone ha pubblicato di recente [per leggerne la recensione
clicca qui]. Le doti di Varner come compositore ed
arrangiatore sono straordinarie e gli consentono di creare lavori estremamente coerenti nonostante le sue influenze possano
apparire ad una prima occhiata per lo meno eterogenee: da Phillip Glass al blues. Parafrasando un
antico motto cinese si potrebbe dire che "quando la mano del saggio punta alla musica di Tom Varner,
l'occhio dello stolto si fissa sul suo corno francese".
Tenendo presente che il corno francese non è certo uno degli strumenti musicali più popolari (e, peraltro, non solo nel
jazz), non deve sorprendere se Varner lo ha iniziato a suonare quasi per caso.
Tom Varner: Alla fine della terza elementare nel corso di musica dovevamo scegliere uno strumento
che avremmo studiato il settembre successivo alla riapertura dell'anno scolastico. Ero propenso a
scegliere la tromba o il trombone, ma quando vidi il corno francese in un catalogo di strumenti,
decisi immediatamente di studiare quello strumento dall'aspetto così particolare. Avevo già avuto un intero
anno di lezioni di pianoforte così quando mi sottoposero ad un test per veficare le mie capacità -
evidentemente - mi ritennero capace di entrare a far parte della banda scolastica. Non sono certo che
prima di quella occasione avessi mai visto un corno francese; ma probabilmente ne dovevo aver sentito uno
su un disco intitolato Child's Guide to the Orchestra. Mi piaceva molto, ma per qualche
anno non fu altro che uno dei tanti passatempo; solo verso i 14 anni iniziai a studiarlo in maniera seria.
Dietro i primi passi musicali di Tom Varner, ci fu, quindi, una
combinazione di talento naturale e di fortuna dal momento che - a quell'epoca - le
scuole americane offrivano ancora corsi di musica (purtroppo non è piu così da diversi anni).
T.V.: I miei genitori non erano musicisti. Venivano da un piccolo centro
del Missouri. Mia madre aveva suonato per qualche tempo il corno baritono in una marching band e aveva
preso anche qualche lezione di piano ma - come ammetteva lei stessa - suonava malissimo e aveva deciso
di entrare nella marching band più che altro per conoscere qualche ragazzo... In casa avevamo solo
un piccolo giradischi-giocattolo fino alla fine degli anni '60, quando una delle mie sorelle comprò
un piccolo stereo per natale.
I miei genitori, tuttavia, amavano la musica. Prima che io nascessi si erano trasferiti da St. Louis
al New Jersey, e andavamo sempre tutti insieme ai concerti della orchestra sinfonica del New Jersey.
Era fantastico: ebbi l'occasione di ascoltare solisti del calibro di Isaac Stern,
Marilyn Horne, e Alicia de la Rocha.
A quell'epoca suonavo già il corno francese e quindi la mia attenzione era concentrata in genere sulla
sezione fiati. Sia io che le mie due sorelle maggiori e mio fratello minore abbiamo preso lezioni di
pianoforte, a partire dall'età di otto anni. Adoravo la mia maestra di piano, la signora Capitola
Dickerson, che spesso suonava per me questi incredibili 78 giri di Art Tatum... ma io ero
un pianista orribile...
Il destino musicale di tanti grandi jazzisti è spesso stato plasmato irrevocabilmente dall'ascolto di
alcuni concerti 'rivelatori' durante i loro anni formativi. È stato questo il caso anche per Tom
Varner.
T.V.: Effettivamente ho avuto diverse esperienze di questo tipo. La prima volta, verso i 14 anni in
occasione di un concerto della band di Duke Ellington in cui avrebbero suonato musica sacra. All'inizio
pensavo di non andare, immaginandomi un concerto noioso ... 'per anziani'. Poi cambiai idea e così
andai con mia madre e la mia maestra di piano, la sig.ra Dickerson... e rimasi sconvolto. Eravamo a solo
quattro file dal palco e potevo vedere tutte le espressioni dei musicisti. Quando Cootie Williams
iniziò i suoi assoli, la mia concezione di 'potenza' musicale fu spazzata via... la potenza fisica del
suono di Cootie fu una vera e propria rivelazione. La sua potenza ti colpiva allo stomaco - ma era il
suo vero suono, non c'era alcuna amplificazione. La band aveva ancora Johnny Hodges, Russell
Procope ed Harry Carney. Solo anni dopo riuscii a capire appieno la fortuna che avevo avuto andando
a quel concerto.
Un'altra esperienza che ha trasformato la mia vita musicale fu vedere il trio di Sam Rivers con
Dave Holland e Barry Altschul verso la fine del dicembre 1975, presso il Creative Music
Studio di Karl Berger. Il giovane diciottenne che ero rimase fortemente colpito dalla
potenza ed intensità della forma free.
Ovviamente ci sono stati tanti altri concerti che mi hanno impressionato - in particolare diversi
concerti della scena dei loft verso la metà degli anni '70. Ma i due che ti ho descritto sono certo
quelli che hanno lasciato su di me un segno particolarmente forte. Ah - dimenticavo - anche un concerto
di Bill Evans al Village Vanguard, subito dopo il mio diploma alle superiori. E poi
Chick Corea coi Return to Forever in due concerti in New Jersey, la
Mahavishnu a Central Park, Errol Garner nella stessa serata coi Blood Sweat & Tears
sempre a Central Park, i Weather Report, Charles Mingus, Miles Davis, e
Eubie Blake, in altrettanti concerti alla Avery Fisher Hall, Maynard Ferguson,
Count Basie, e Toots Thielemanns con Sam Jones...
La prima volta in un 'vero jazz club', comunque, fu per un concerto di Joe Farrell con Joe
Beck al Mikell's di New York. Ti ricordi il suo album Moongerms pubblicato dalla
CTI?
Wow, non mi ero reso conto di tutte questi incredibili musicisti che ebbi la fortuna di vedere al momento giusto
nel luogo giusto... Ognuna di queste esperienze è stata meravigliosa.
I primi album che comprai furono due copie di seconda mano di The Turnaround di Hank Mobley su
Blue Note, e Big Band and Quartet Live at Philharmonic Hall di Monk con
Thad Jones e Steve Lacy e gli arrangiamenti del grande Hall Overton. Ho ancora entrambi
i dischi - album con una bellissima concezione e suono, grande swing e alcune delle più belle composizioni
di jazz, tra cui "Four in One" di Monk.
Come tanti teenagers interessati al rock e funk, anche Varner fu attratto dalla
'elettrificazione' del jazz, o per lo meno dal jazz elettrico prima della sua commercializzazione
e trasformazione in quella che viene ora definita fusion.
T.V.: Cose come Miles Davis e come come la Mahavishnu Orchestra e
i Return to Forever. Fu da lì che poi iniziai ad interessarmi a John Coltrae e poi
all'intera storia del jazz. Se guardi agli appassionati di jazz sulla quarantina, ti stupirai di scoprire
quanti di loro sono stati attratti verso il jazz dalla musica elettrica di Miles e poi hanno iniziato
ad allargare il proprio interesse verso il resto del jazz e sono tuttora grandi appassionati di questa
musica.
Se il jazz elettrico fosse rimasto quello suonato da Miles oggi avremmo più musicisti come Tom Varner che
repliche di Kenny G. L'ondata delle così dette 'jam-bands', comunque, sembra avere il potenziale
per avvicinare al jazz una nuova generazione di appassionati. Vedremo.
Digressioni a parte... ritorniamo agli sviluppi di Varner come teenager e al suo
tentativo di combinare l'amore per il jazz e per il corno francese.
T.V.: A quell'epoca, nella mia big band scolastica ero costretto a suonare sul corno francese
le parti per trombone, ed ero ancora convinto che fosse impossibile essere un improvvisatore jazz col
mio strumento e che fosse ormai troppo tardi - avevo 16 anni - passare alla tromba! Poi intorno ai
17 anni, un mio vicino di casa appassionato di jazz mi fece ascoltare Friday the 13th, l'LP
di Thelonious Monk sul quale suonava Sonny Rollins insieme al cornista Julius
Watkins. Scoprire che era possibile improvvisare con il corno francese fu una autentica
rivelazione! Iniziai a pensare che anch'io poteva farlo. Oggi ripensando a quell'esperienza mi rendo
conto che impatto quel disco con Julius Watkins abbia avuto sulla mia vita.
La varietà di interessi musicali di Tom Varner si manifestò molto presto e l'interesse per il
jazz era destinato a svilupparsi solo durante le scuole superiori.
TV: Il jazz non è stato il mio primo interesse. Amavo i dischi delle mie sorelle maggiori. La
musica pop degli anni '60, i Beatles e - per un certo periodo - l'orribile pop di formazioni
come gli Steppenwolf e i Grand Funk Railroad! Mi piaceva tantissimo la classica, in
particolare le sinfonie di Beethoven... intanto continuavo a prendere lezioni e iniziai a suonare
in piccole orchestre locali o studentesche, innamorandomi ancora di più di quel repertorio. Questo
avveniva tra i 14 e 16 anni. Poi alle superiori feci amicizia con alcuni ragazzi appassionati di jazz
e così mi sono avvicinato ad esso...
Questa molteplicità di interessi costituisce uno degli elementi unificanti della carriera di Tom
Varner, dal suo primo disco fino al recentissimo omaggio a Don Cherry. Varner, comunque, invece di
applicare lo stile post-moderno 'taglia e cuci' tipico di una certa fase della produzione di John
Zorn, mescola gli ingredienti più disparati e ne trae una ricetta coerente dal gusto tipicamente...
varneriano.
T.V.: È vero. Credo che la mia musica riveli il fatto che amo musiche molto diverse. Jazz
straight-ahead, improvvisazione free, classica contemporanea, musiche folk di ogni parte del mondo
etc. Quando stavo ancora imparando a suonare jazz, nella seconda metà degli anni '70, ascoltavo
Anthony Braxton, Art Ensemble of Chicago, Ornette, E Clifford Brown,
Sonny Rollins, Miles, e Schoenberg, Berg, Webern, Messaien,
E Steve Reich, Philip Glass, e musica folk africana ed americana. Cerco sempre di
incorporare nel mio lavoro tutte le influenze che amo, ma senza forzature.
Forse come effetto di questo tentativo di reductio ad unum, le parti scritte hanno
una grossa rilevanza nella musica di Tom Varner, senza per questo mettere l'improvvisazione in primo piano.
Su tutti i suoi album, difatti, è possibile ascoltare assoli formidabili da
parte di musicisti del calibro di Ed Jackson, Rich Rothenberg, Ellery Eskelin
o - più recentemente - Tony Malaby e Steve Wilson, oltre a quelli di Varner stesso.
Questo connubio tra musica scritta e improvvisata sembra raggiungere la perfezione in
composizioni come, ad esempio, "How Does Power Work?" e "$ 1000 Hat" da "The Mistery of Compassion" [Soul Note] o
"Swimming" e "Strident" dall'album "Swimming" [OmniTone], tutte di duranta medio-lunga, tra i 10 e i
15 minuti. È in queste composizioni che le parti scritte fanno da perfetta piattaforma di
lancio per gli interventi solisitici, i quali possono svilupparsi e raggiungere piena espressività
senza costrizioni di durata.
T.V.: È qui che entra in gioco l'arte della composizione... uno deve pensare alla
melodia, alla struttura, al bilanciamento delle parti e al loro gioco di contrasti e incastri,
senza però perdere mai di vista la passione e il calore che la musica deve sempre mantenere. Non posso
farci niente, adoro la giustapposizione tra sezioni improvvisate e scritte. Del resto, a meno che
non siano veramente eccellenti, sia i brani totalmente scritti che le interminabili improvvisazioni
free mi annoiano. Sono sempre alla ricerca della sorpresa, dell'inaspettato...
Un progetto completamente diverso dal resto della discrografia di Tom Varner è quello di "Window Up
Above: American Songs 1770-1998" [New World], un disco che esplora la forma canzone coprendo un
territorio vastissimo che va da "When the Saints Go Marchin' In", a Hank Williams e Bruce
Springsteen passando per Ellington e Gershwin. I risultati sono così notevoli che dovrebbero bastare
da soli a mettere fine allo scetticismo di chi non considera canzoni di questo tipo adatte al repertorio
jazz, confermando che la riuscita artistica dipende solo dal talento musicale messo in gioco e non
dal repertorio o dallo strumento che si suona.
T.V.: Beh... se una canzone ti emoziona per me si tratta di una buona canzone, anche se
è stata scritta oggi o ieri. Mia moglie dice sempre che non esiste materiale musicale scadente, ma
artisti scadenti. Pensa al Coltrane di "My Favorite Things" tratta da un film melenso uscito
poco prima della sua interpretazione: "The Sound of Music"! Vogliamo dire che era una composizione
non adatta al jazz?
Per The Window Up Above avevo intenzione di allontanarmi dai miei abituali progetti compositivi
e rivolgermi a canzoni che avevano per me un grande significato. Si tratta di materiale che copre
circa duecento anni, dalla guerra civile a springtseen passando per il country, il gospel e Tin
Pan Alley. Abbiamo radicalmente riarrangiato alcune di queste canzoni, ma altre le abbiamo suonate
esattamente come erano. Secondo me i risultati sono molto positivi e ci siamo divertiti moltissimo
a mettere insieme questo progetto portato avanti con in mente l'idea di un "American lieder" col corno
francese al posto della voce.
Analizzando le varie formazioni di Tom Varner si può rimanere sorpresi da quanto spesso si
circondi di altri strumenti a fiato (suonati a turno da artisti del calibro di Ed
Jackson, Thomas Chapin, Matt Darriau, Ellery Eskelin, Steve Swell, Rich Rothenberg, Frank London,
Tony Malaby, Steve Wilson o Dave Ballou). Con l'eccezione dei primi due album, in cui Varner era
alla guidia di un piccolo gruppo a fianco del sax di Ed Jackson, tutti gli altri album confermano
come Varner non metta alcuna enfasi sul proprio strumento ma preferisca creare musica interessante
e articolata per ensemble di media grandezza che con composizioni ed arrangiamenti di grande eleganza.
T.V.: Il fatto è che il corno francese fa suonare meglio ogni altro strumento! Scherzi a parte,
devi riconoscere che ogni ensemble che ha un corno francese ha un suono più ricco e corposo. Poi
c'è il mio amore per il sax e la tromba e il fatto che negli anni ho cercato di crescere come
compositore di nuova 'musica da camera per strumenti a fiato' che metta d'accordo jazz e musica
scritta. Ho iniziato con quartetti con sax contralto, corno francese, contrabbasso e batteria, poi
col tempo ho aggiunto il sax tenore e in vari progetti anche tromba, tromboni, altri sax e anche il
violino, per espandere le mie idee come meglio potevo. Su Long Night, Big Day
ho aggiunto un trio di fiati al mio gruppo regolare per uno dei brani. Su The Mystery of Compassion
ho aggiunto sia ottoni che strumenti ad ancia in uno dei brani e un violino solista (Mark
Feldman) su un altro brano, chiudendo il CD con solo corno francese, trombone e trombone basso.
Su Martian Heartache ho coinvolto anche chitarra e voce. E su Swimming ancora un'altra
composizione per Mark Feldman, altro materiale per chitarra, tromba... in tutto quattro fiati, basso
e batteria. Ma alla fin dei conti, nella mia mente tutto inizia con il suono affascinante degli
strumenti a fianto e con il soul della musica di Charlie Parker e Ornette Coleman.
Probabilmente non è una coincidenza che Tom Varner, un suonatore di corno francese che si è dedicato
al jazz ed un artista aperto ad ogni tipo di musica, abbia ricevuto tanta attenzione in Europa tanto
da farne il centro primario del suo lavoro, sia come leader che come sideman in gruppi condotti da
Franz Koglmann, Peter Schaerli, George Gruntz [per una recensione del CD Swiss Duos
clicca qui], Roberto Ottaviano, Roman Schwaller, Rabih
Abou-Khalil o in formazioni come Ton Art o la Vienna Art Orchestra.
T.V.: In Europa c'è una lunga tradizione di finanziamento pubblico dell'arte in generale
mentre negli Stati Uniti prevale un'etica puritana che va contro il fare cose che non generano profitto
e che sono troppo 'intellettuali'. In quel contesto l'arte viene presa in considerazione fino ad un
certo punto, generalmente un punto molto superficiale... In Europa, invece, è più facile riuscire a
suonare musica creativa e - allo stesso tempo - mantenere una famiglia...
Avendo una carriera jazzistica a cavallo tra i due continenti non siamo riusciti a trattenerci dal
chiedere l'opinione di Tom Varner relativa alle presunte differenze tra jazz statunitense ed europeo.
T.V.: Ormai tutte queste categorie e classificazioni sono sempre meno valide. Suono jazz 'americano' straight-ahead in gruppi
europei, e free jazz 'europeao' in gruppi americani. Ad esempio, lo scorso ottobre sono stato in tour con il Roman Schwaller
Nonet in Euorpa (un gruppo molto straight-ahead) e due giorni fa ho registrato un CD qui negli USA con Dominic Duval,
Joe McPhee, Jason Hwang, and Tomas Ulrich (molto free). Entrambi le formazioni erano eccellenti!!
La necessità di camminare attraverso territori musicali inesplorati e la mancanza di modelli di riferimento cui rifarsi per
dar forma ad un ruolo adatto al corno francese nel jazz aiutano a spiegare, almeno in parte, l'originalità della musica di
Varner. A differenza dei colleghi sassofonisti o trombettisti, Varner non aveva dei Coltrane o degli Armstrong a cui rifarsi...
T.V.: Si tratta di una situazione stimolante. A parte Julius Watkins c'erano pochissimi pionieri da studiare. Quindi non
ho sofferto di quella sindrome da "come farò a non suonare come John Coltrane?" La sensazione era quella di una strada tutta aperta
davanti a te. Ma - ovviamente - i riferimenti al vocabolario di musicisti come Lee Morgan, Clifford Brown, Miles,
Charlie Parker, Sonny Rollins, Gene Ammons, Coltrane, indipendentemente dallo strumento da essi suonato,
non possono essere evitati e vanno studiati approfonditamente.
Il corno francese è uno strumento versatile che combina il calore e la profondità di un trombone con l'articolazione di un
flicorno. La sua adattabilità al jazz, paradossalmente, fu più evidente ai pionieri del jazz che non ai loro successori.
T.V.: Credo che lo scarso successo del corno francese nel jazz sia dipeso dal fatto che non ci sono stati musicisti
influenti che lo hanno suonato e che si tratta di uno strumento che viene automaticamente associato alla musica classica. Ah...
ovviamente anche il fatto che sia estremamente difficile da suonare ha avuto il suo peso. È così maledettamente "scivoloso"...
è come provare ad esibirsi in una performance di balletto indossando solo dei calzettoni... Richiede più tempo e più sforzo per ottenere
l'accuratezza di una tromba o di un sax. È interessante notare che, tuttavia, era uno strumento diffuso sulle navi di New Orleans
che navigavano su e giù per il Mississippi.
Sono stato costretto a superare tutte le nozioni precostituite su quello che il corno francese poteva o non poteva fare, o non
doveva fare. L'ho fatto sin dagli inizi, ascoltando tutti: sassofonisti, pianisti, trombettisti, trombonisti... - e cercando di
incorporarne il linguaggio - a volte ripetendo molto lentamente ogni frase che loro suonavano, volta dopo volta, fino a sentirmi
più a mio agio e rilassato con le idee, le diteggiature, la respirazione e via dicendo.
È interessante notare come non pochi tra i jazzisti che hanno suonato il corno francese, come Gunther Schuller, David
Amram e lo stess Tom Varner, siano anche eccellenti compositori. Ci si può quindi legittimamente chiedere se si tratti di una coincidenza
o piuttosto della esigenza di creare situazioni compositive appropriate per l'innesto del corno francese in un gruppo
jazz.
T.V.: Forse dipende dalla propensione a pensare in maniera orchestrale che molti suonatori di corno francese hanno, o - effettivamente -
dal desiderio di creare situazioni ideali per il nostro strumento. Gunther e Amram sono due musicisti in continua esplorazione e crescita.
Tom Varner è da tempo anche l'organizzatore di un festival jazz che si svolge alla Knitting Factory in onore di Julius Watkins, uno
dei pionieri del corno francese nel jazz e - brevemente - maestro di Varner.
T.V.: Ho studiato con Julius nel 1976. Fu per me una grande esperienza in quanto si trattava del mio eroe. Passavo il tempo
chiedendogli una infinità di domande su come risolvere le difficoltà derivanti dal suonare jazz sul corno francese. La sua risposta era
sempre la stessa: dovevo lavorare duramente e trovare una mia strada. Non esistevano soluzioni magiche. Mi ha mostrato aspetti
tecnici di come suonava (ad esempio come produrre note altissime!) che ancora oggi non sono in grado di riprodurre: è stato una vera fonte di
ispirazione. Sfortunatamente, Julius morì un anno dopo. È stato il vero pioniere dell'introduzione del corno francese nel jazz. Si era
trasferito a N.York da Detroit verso la metà degli anni '50, e vi è rimasto fino alla morte, nel '77. Oltre ad aver collaborato
con Monk, aveva suonato con Mingus, Gil Evans, Phil Woods, Milt Jackson, Randy Weston, Clark Terry,
l'Africa Brass di Coltrane, e tanti altri gruppi.
Allo stesso tempo non dobbiamo dimenticare altri grandi cornisti attivi a partire dagli anni '50, come David Amram,
Willie Ruff, John Graas e Gunther Schuller.
Vista la scarsità di informazioni riguardanti il corno francese nel jazz non abbiamo potuto evitare di chiedere a Tom Varner
una lista di dischi essenziali per chi vuole saperne di più.
T.V.: È importante ascoltare buon jazz, non necessariamente jazz suonato con il corno francese! Esistono comunque ottimi
dischi di jazz con questo strumento. Ovviamente, ogni disco con Julius Watkins, specialmente quelli con Jimmy
Heath... formazioni in cui militava anche un giovane Freddie Hubbard; penso in particolare a The Quota. Ottimo
anche Gemini di Les Spann [per leggerne la recensione clicca
qui]. Eccellenti anche alcuni dei suoi dischi dei primi anni '60 con la Quincy Jones Big Band: in quel gruppo Julius
aveva molto spazio per i suoi interventi solistici. Quei dischi sono ora nuovamente disponibili, su CD. Non vanno poi
dimenticati Jazz Modes che incise con Charlie Rouse e Change of Pace di Johnny Griffin. Julius fu un
sideman di lusso su tantissimi grandi dischi dei primi anni '60.
Tra i lavori più recenti indicherei I Will del grande John Clark, pubblicato dalla Postcards e The Next
Mode di Vincent Chancey, per la DIW.
Quello che conta è che - come Varner riconosce - il futuro del corno francese nel jazz è promettente.
T.V.: Ci sono tanti giovani talenti che promettono bene e anche tanti cornisti di musica classica che stanno iniziando a
sperimentare con il jazz. Tra i grandi di oggi vanno ricordati Mark Taylor, Alex Brofsky, Rick Todd,
Arkady Shilkloper, Claudio Pontiggia, oltre ai 'veterani' John Clark, Vincent Chancey e
Ahnee Sharon Freeman.
Troppo spesso i limiti finanziari che colpiscono la maggior parte delle sedute di registrazione di dischi jazz obbligano i
musicisti a rimanere in studio non più di un paio di giorni. Vista la natura complessa della musica di Varner possiamo solo
immaginare che risultati i suoi dischi potrebbero raggiungere se Varner avesse a propria disposizione un decimo del budget
di una pop band di basso livello.
T.V.: Se avessi un budget meno striminzito mi piacerebbe concretizzare un progetto al quale sto pensando da tempo, quello
di un 'doppio quintetto' con il mio gruppo di base (corno francese, due sax, contrabbasso e batteria) affiancato da clarinetto,
tromba, trombone, violino e violoncello. Con quel budget posso assicurarti che potremmo avere tante sedute di prova rilassate e
fruttuose!
Comunque, per ora, voglio continuare a concentrarmi sul mio progetto attuale, il gruppo di Second Communion, il
mio ultimo disco per la Omnitone. Abbiamo provato a dare una nuova interpretazione alla classica suite di Don Cherry
Complete Communion (Blue Note) e ad altri suoi lavori. Ad essi ho poi aggiunto alcune mie composizioni originali che
rappresentano un omaggio a Don. Complete Communion ha esercitato una grande influenza sulla mia musica. Cherry ha
dimostrato che la cornetta - come il corno francese - poteva avere un ruolo centrale perfettamente legittimo in lunghe suite di
free jazz, suonando con bellezza e passione. Questa mia formazione ha Cameron Brown al contrabbasso, che aveva suonato su
Complete Communion e in tanti altri progetti con Don Cherry. Inoltre, ci sono Tony Malaby, Matt Wilson,
Pete McCann, e Dave Ballou.
La chiacchierata volge al termine ma un'ultima domanda a Tom Varner era necessaria per toglierci un peso dallo stomaco che ci aveva
afflitto per tutta la preparazione e lo svolgimento dell'intervista...: "Ti infastidisce il fatto che in tutte le interviste immancabilmente
ti vengano poste domande relative al corno francese invece di limitarsi alla tua musica come capita ad ogni altro jazzista?"
T.V.: No. Voglio che sempre più persone scoprano la bellezza di questo strumento, anche se a volte penso che la
novità rappresentata dal corno francese abbia messo un po' in ombra i miei progressi come compositore e leader. Finora, comunque, ho
registrato undici CD come leader e spero che la maggior parte degli ascoltatori li apprezzino per la musica che contengono... una
musica a cui capita di essere interpretata con questo grande strumento...
Meno male... Non volevamo certo commettere uno dei tanti 'crimini contro il jazz' e tantomeno apparire come lo
stolto il cui sguardo si fissa sul corno di Tom Varner mentre il dito del saggio punta alla sua musica... Possiamo ora
rilassarci, premere 'play' sul lettore di CD e far ripartire per l'ennesima volta Second Communion
Le foto a colori di questo articolo sono di Frank Tafuri.
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