Giugno 2001
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New Conversations - Vicenza Jazz 2001
Vicenza - 20-27.5.2001
Angelo Leonardi
Qual'è la giusta formula per un festival jazz?
La mega-rassegna dove c'è tutto o il piccolo prodotto di nicchia?
Il cartellone con nomi di richiamo, assemblato secondo le offerte/pressioni
di promoter e sponsor oppure il progetto a tema, rigoroso nelle scelte
ma rivolto a sparute minoranze?
Difficile a dirsi. Le scelte migliori come sempre stanno nel mezzo e raggiungono
il pieno obiettivo quando le esigenze del pubblico e i giudizi (sinceri) della
critica collimano.
Da questo punto di vista, Vicenza Jazz ha trovato la sua giusta collocazione e un
meritato successo nel panorama nazionale.
Le dimensioni sono quelle di un'"Umbria Jazz" (quest'anno ha presentato 34 gruppi
in otto giorni di concerti, sempre affollati) ma il clima è quello di un
festival-salotto, curato nei particolari e capace di soddisfare i gusti ricercati.
Anche quest'anno le scelte della direzione artistica ruotavano attorno a un tema:
col "pretesto" di ricordare Mary Lou Williams e Nick LaRocca si celebrava
il ruolo delle donne e degli italo-americani nel jazz.
Altri piccoli tributi emergevano dalle singole serate. Quella di lunedì 21 era
dedicata a Miles Davis e quella di giovedì 24 a Thelonious Monk mentre nei
momenti più disparati la ricerca contemporanea trovava i suoi legami con la
memoria storica, per la felicità degli ascoltatori: è successo ad esempio quando
il duo Ernst Reijseger - Franco D'Andrea ha reinterpretato "Wow" di
Lennie Tristano, dallo storico album "Crosscurrents". E non è stata un'eccezione.
Ma andiamo per ordine, senza la pretesa di fotografare l'intera rassegna.
Il pomeriggio di domenica 24, nella fresca cornice di Campo Marzo, hanno
inaugurato il festival la big band di Ettore Martin e l'ottetto di
Gianluigi Trovesi. Il primo, è un bravo sassofonista e arrangiatore vicentino,
che svolge la sua attività presso l'Istituto Musicale Città di Thiene e
guida un'orchestra di stampo mainstream: il programma di sala annunciava
un'altra dedica (alle musiche di Stan Kenton e Bill Russo) ma eccetto
"Frankly Speaking" di Russo s'è ascoltato tutt'altro: da "Caravan" a
"Stolen Moments", da "So What" a "Dolphin Dance", più alcuni originals di
Martin. Un'orchestra compatta e precisa, con qualche buon solista.
Meritava forse una collocazione migliore l'ottetto di Trovesi impegnato in
un viaggio sonoro attorno a Louis Armstrong, al jazz tradizionale
ed al folklore pre-jazzistico. È stata una musica suggestiva e di forte impatto,
dai tempi spesso binari e dei timbri accesi. Non mancavano suggestioni elettriche,
evocate dal violoncello distorto di Marco Remondini e dall'estetica evansiana
che s'insinuava nei brani. Uno di essi, ossessivo e nevrotico, ricordava
il clima di "Subway" della Monday Night Orchestra. Gli arrangiamenti, scritti
da Trovesi e Brazzale, erano strutturalmente aperti, ricchi di cambi di tempo
e lasciavano spazio a soluzioni personali: tra i solisti più in vista,
il giovane Massimo Greco alla tromba, Beppe Caruso al trombone e ovviamente il
leader, al contralto e clarinetto basso.
La sera seguente, lunedì 21, al teatro Olimpico erano di scena il quartetto Fasoli,
Stanko, Stenson, Leveratto e, nel secondo set, l'orchestra filarmonica di
Vicenza condotta da Maria Schneider, con Paolo Fresu solista.
Il quartetto se l'è cavata intelligentemente con l'ennesimo tributo ("Other
Kind Of Blue") riprendendo solamente "So What" e poi lavorando su temi di Fasoli.
Questi conferma ottime doti di scrittura ma il solismo più avventuroso l'ha
espresso Tomasz Stanko, che unisce un lirismo allusivo a una sorprendente
libertà espressiva. Un gruppo nato per l'occasione ma che ha trovato un
immediato interplay e trasmesso intense emozioni. Il fatto di non avere batteria
gli consentiva ampia libertà strutturale, in un repertorio dal clima
crepuscolare, con ballad leggere e preziose.
Decisamente meno interessante, fredda e filologica, la rivisitazione dell'album
"Sketches Of Spain" di Davis/Evans. Solo quando Fresu ha avuto un po' di libertà
di movimento la musica ha respirato.
Non ho ascoltato i concerti di martedi e mercoledi: a detta di pareri
attendibili, Buddy De Franco e Ray Brown sono ancora in ottima forma ed hanno
suonato con passione, da grandi artisti quali sono. Anche le altre proposte,
Arigliano, Milne, Bonisolo, Calgaro e il quintetto di
Gatto hanno avuto consensi.
Il pomeriggio di giovedì 24, nella suggestiva cornice della Basilica Palladiana,
erano di scena Pietro Tonolo al sax tenore e soprano e Paolo Birro al piano,
impegnati a presentare in anteprima il repertorio del loro prossimo disco che
uscirà per l'etichetta Egea (il titolo dovrebbe essere Autunno).
L'impronta era cameristica e si snodava in un percorso descrittivo, giocato su
lirici assoli e sottili contrasti ritmici.
Ieratico, a tratti ascetico, il soprano di Tonolo contrastava efficacemente col
leggero dinamismo ritmico di Birro, dal tocco sempre trasparente e dalle ricche
doti armoniche.
Un paio d'ore dopo, sempre all'Olimpico c'erano due organici molto diversi:
l'estroverso, appariscente e scontato mainstream del chitarrista Russell Malone
in quartetto e il duo tra Bill Frisell e Paul Motian.
Tralascio il primo, che è un bravo imitatore di George Benson, conosce tutti i
trucchi dello show business e assembla blues, Montgomery, bossa nova, country
e spruzzate di free per accattivarsi il pubblico. Grande successo, ovviamente.
Di tutt'altro tenore, ma un po' inferiori alle aspettative, Frisell e
Motian che reinterpretavano temi di Monk. Sarà stato il repertorio, o
meglio ancora l'assenza di un "terzo polo", ma la musica è apparsa macchinosa,
priva di slancio e lirismo. Un dialogo allusivo, sempre sul filo di sottili
equilibri ritmici, che lasciava affiorare sprazzi di melodie dalle articolate
elaborazioni. Poi, improvvisamente è entrato sul palco Lee Konitz, restando
un po' appartato sul retro, quasi per non disturbare. È stato lui a proporre
"'Round Midnight" e la musica, come per incanto è decollata: il suo astratto
solismo, dal liberissimo incedere e dall'intensa poesia ha stimolato un magico
interplay sul terreno del cool jazz. Tornato dietro le quinte il grande vecchio
è riapparso nel bis, per un altro magico momento sul tema "Stella By Starlight",
completamente ricostruito nell'improvvisazione collettiva.
La notte è proseguita al club la Cantinota con la bravissima Maria Pia De Vito.
È sempre difficile stilare classifiche ma la serata di venerdi 25 ha regalato
i momenti migliori. Il duo piano-violoncello tra Franco D'Andrea e Ernst Reijseger
ha presentato una musica esplorativa, imprevedibile e capace di autoironia che
ha coinvolto il pubblico, facendo accettare una proposta per niente facile.
Lunghi brani in libero dialogo improvvisato che oscillavano da momenti di
astratto camerismo a concitazioni free ma capaci di riferirsi creativamente
alla tradizione: qua e là afforavano citazioni di "I Got Rhythm", di Monk e
quant'altro. Dopo una lirica versione di "Ma l'amore no" la "vena pazza"
di Reijseger è esplosa, portandolo prima a mimare con l'archetto l'atto di segare
lo strumento, poi a camminare tra
palco e quinte, senza smettere di suonare con la perfetta intonazione che lo
caratterizza. Come avevo anticipato, la loro versione di "Wow" resterà
nella storia del festival.
Terminava in bellezza ancora Lee Konitz con un sestetto d'archi e ritmica,
in un repertorio di classici di Billie Holiday. Molte luci (regalate dal
sassofonista) e qualche piccola ombra, dovuta agli arrangiamenti di Daniel
Schnyder. Qualche orchestrazione è apparsa troppo elaborata e tendeva a
soffocare Konitz mentre altre erano un po' azzardate (il troppo swingante
"God Bless The Child" o il tempo di mambo in "I Cried For You").
Esemplari sono state invece le versioni di "Good Morning Heartache" o di
"Easy Living", dal delicato equilibrio tra solismo e parti scritte.
Dopo il concerto notturno col trio di Stefano Battaglia, il festival s'è avviato
al finale con la serata del 26 maggio all'E`nte Fiera, dedicata a Dewey Redman e
Archie Shepp.
Il primo ha iniziato piuttosto male e sembrava sofferente ma già dal secondo
brano ha mostrato le unghie, proseguendo il set in vivace crescendo
espressivo. Lo accompagnava un gruppo di prim'ordine con Rita Marcotulli al piano,
e gli ignoti John Menegon al basso e Wayne McLean (poco più che ventenne).
Il sound di Redman resta suggestivo e, nonostante l'età, il tenorista ha regalato
assoli vibranti e ricchi di pathos. Molto applaudito il suo ritualistico brano
cantato, che l'ha visto scendere tra il pubblico.
Ha concluso la serata Archie Shepp, meno interessante ma dignitoso pur sulla
scia di modelli coltraniani e qualche aggancio col blues.
Il festival s'è concluso domenica 27 col concerto serale degli Aires Tango &
Peppe Servillo e la proposta notturna del trio di Cristina Mazza all'alto con
Bruno Marini all'organo e Sangoma Everett alla batteria.
Sito della rassegna New Conversation 2001:
www.comune.vicenza.it
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