Aprile 2002
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Setola di maiale
Francesca Bellino, Paolo Caleo
Setola di maiale/Musiche non convenzionali è un
network di musicisti indipendenti, per la maggior parte improvvisatori,
provenienti da tutta Italia.
Il gruppo nasce intorno al 1993 ed è mosso dall'esigenza di dare corpo
alle musiche creative prodotte principalmente nella nostra penisola da
artisti piuttosto fuori dalle regole del mercato musicale. Setola di
Maiale/Musiche non convenzionali si fonda sulla partecipazione attiva e
sulla creatività peculiare di ciascun musicista coinvolto. Sono nati così
progetti di collaborazione, incontri, due rassegne concertistiche, le
performances alla 48ma Biennale di Venezia attraverso il gruppo Oreste, la
presenza all'Offest di Milano, e naturalmente questo catalogo che documenta
la musica e le esperienze necessariamente di derivazione jazzistica - e
della musica contemporanea nella sua espressione più vasta. Un catalogo a
disposizione del pubblico interessato. I lavori qui presentati vanno intesi
come opere musicali realizzate in totale libertà, secondo l'estetica di
ciascun autore. Setola di maiale/Musiche non convenzionali non è
un'etichetta commerciale, né un'associazione: è piuttosto un laboratorio
Intervista con Stano Giust, fondatore e motore di Setola di maiale/Musiche non convenzionali
All About Jazz Italia: Setola di maiale. Partiamo dal nome...
Stefano Giust:Non c'è nessun motivo. Ci piaceva il nome, il suono...
AAJ: "Ci" piaceva?
S.G.: All'inizio eravamo io e Paolo De Piaggi che ora vive in Vietnam, da tre anni!
AAJ: Perché far nascere un'etichetta di Musica non convenzionale? Qual è l'azione-reazione che ha
dato l'input iniziale?
S.G.: Uno che mette in piedi un'etichetta in generale, lo fa perché vuole ritrovare dei
soldi per promuovere musica, o perlomeno vuole non rimetterci.
Questi presupposti però non possono che trascurare molte realtà povere e ai margini.
Per farti un esempio, Francesco Calandrino [per leggere la
ecensione del suo Lumè srùmentu acciàtu clicca
qui], un artista siciliano, mi ha spedito una cassetta, mal registrata,
però con delle buone, ottime, idee. Lui è un ragazzo brillante, parte da
presupposti colti, di musica concreta, ma non ha mezzi, non ha qualità di registrazione.
Ha solamente le sue idee. La sua musica, un'etichetta "degna
di questo nome" non la stampa perchè è rischioso: poi lui non è conosciuto, è giovane, non è
inserito in un certo ambiente. Che fare quindi?
Comunque hanno registrato per Setola di maiale, in loro progetti o con me, anche nomi
conosciuti come i contrabbassisti Roberto Bellatalla, Marcio Mattos e Fred
Casadei, o quel "viaggiatore" che è Roy Paci, o Edoardo Ricci, Victor L.P.
Young, i batteristi Filippo Monico e Stu Butterfield, eccetera... gente che ha
suonato con Evan Parker, Lol Coxhill, Giorgio Gaslini, Eugene
Chadbourne, Steve Lacy... Ma per qualcun altro non è così, come per Francesco...
AAJ: Perché non è "furbo"?
S.G.: Perché non è furbo! Ma poi in realtà è anche furbo, perché si sa muovere, non a caso
voi avete recensito i suoi lavori, entrambi usciti per Setola di maiale.
Ecco vedi a me questa realtà sta profondamente sullo stomaco, perché uno ancora può dire che
moltissime cose degne di nota non possono essere prodotte. Anche perché, lo ripeto, alcuni
musicisti non hanno credenziali, magari non sono iscritti alla SIAE, non hanno quattrini,
sembrano poco professionali, non fanno le cose in un certo modo. Ai suoi tempi nessuno
traeva giovamento dalla pittura di Van Gogh. Chi era costui? E non mi
si dica che se uno crede nella sua musica allora fa di tutto per realizzarla
nei migliori dei modi...balle, perchè c'è chi è strano, c'è chi stà male, c'è chi fuma ed ha
paura del cancro...
AAJ: In pratica manca qualcosa, per te, che sappia unire insieme qualità e passione.
S.G.: Sì. Questa è stata la molla che ci ha fatto scattare, intorno al '93. Se tu pensi a
tutte le idee che uno può immaginare di realizzare musicalmente, ma che però poi, in ogni caso, non
può produrre perchè la realtà è fatta anche di soldi e politica...
C'è bisogno di finanziamenti, di gente che investe su delle idee che forse non renderanno altri
soldi, c'è bisogno di gente che ti crei dei link. Perchè gli artisti, si dovrebbe sapere,
non sono tutti dei manager/imprenditori!
E in questo senso nemmeno io. Qualcuno crea e non sa o non può o non ha voglia di sbattersi più di
tanto per autopromuoversi. E questo è un peccato.
AAJ: Dunque tu non hai i soldi, ma hai un mezzo per esprimere le idee. Allora, cosa può
offrire e che cosa può essere Setola di maiale per chi è interessato, anche senza
riscontri economici, a realizzare idee e progetti? Possiamo dire che si propone di essere un
laboratorio di esperienze?
S.G.:È così. Hai visto come produciamo noi le cose. È l'idea, la musica che conta. Nessuno si
sognerebbe di dire che Charlie Parker era un pirla, oggi, perchè la sua musica non è così
bene registrata! E che piacere ascoltarlo! Anche su un nastro sgangherato registrato da un amico!
Il mezzo, il supporto, la cassetta, la fotocopia, il CD masterizzato a casa, nelle copie che
servono, ti fa capire come mai nel Catalogo ci siano molte produzioni. Proprio a causa di questa
povertà iniziale. Nel mercato quantità non va a braccetto con qualità... forse è per questo che
siamo fuori dal mercato...
La cosa fondamentale, per me, per noi, sono la musica, i progetti, quelli sì che devono essere
ricchi! E la registrazione nel 90% dei casi è più che dignitosa! Fatte le copie, ciascuno si
arrangia nell'autopromuoversi. Io realizzo la grafica dei lavori, che è molto coordinata (il pane
quotidiano lo mangio facendo il grafico ...che è la mia seconda passione!)
AAJ: La progettualità è anche dentro la musica di ciascun musicista? Per te, è importante che
uno che viene da te, abbia, all'interno della sua musica, un'idea di progettualità?
S.G.: Certo. Per esempio Francesco Calandrino ha una sua idea di progettualità molto
precisa. Sa quello che fa. Ha una sua estetica, così come dovrebbe essere per qualsiasi artista. Le
sue sono anche azioni, oltretutto. Tieni conto che in catalogo ci sono cose estremamente
diverse tra loro.
Calandrino ha poco a che fare, ad esempio, con i Lingam. Hanno in comune, come
del resto per tutti i 60 musicisti presenti nel catalogo, il fatto che partono da presupposti colti,
extracolti eccetera. Hanno delle idee, in parte legate alle avanguardie dei decenni scorsi e cercano
di attuare certe conquiste di linguaggio oggi. Voglio dire che il mondo è cambiato... così
anche l'idea del contemporaneo deve cambiare e adattarsi, ma questo metterebbe in crisi certi
professori...
I Lingam per esempio, non avevano registrato nulla, era il '96, li abbiamo conosciuti, c'è
stata subito empatia, li abbiamo sentiti e gli abbiamo proposto di registrare qualcosa. Allora era
Paolo De Piaggi che si occupava delle registrazioni. Così sono venuti nel nostro studiolo e
hanno registrato naturalmente gratis, perchè facciamo in modo che il denaro interferisca il minimo
necessario nelle nostre relazioni artistiche. A quel punto avevano qualcosa in mano da spedire e da
far ascoltare. In seguito a questa cosa qui hanno poi realizzato il CD per la ReR di Chris
Cutler.
Per Paolo e me è stato un motivo di grande soddisfazione.
Loro non sono i musicisti furbi, di cui parlavamo prima. Nonostante il talento, le idee, la
creatività che hanno, sono veri artisti. A me piace focalizzare su queste cose. Non me ne frega
un cazzo degli arrivisti! Per quelli le etichette non mancano!
AAJ: Quindi chi sono i musicisti che pubblicano per Setola di maiale?
S.G.: Diciamo provocatoriamente gli scarti.
Cioè personaggi che vengono snobbati dalle etichette tradizionali e dalle riviste che
preferiscono proporre cose più etichettabili, come ad esempio questa cosa tristissima del post
rock (?!) o il calderone dei musicisti giapponesi (che per altro mi piacciono...): etichette
per adolescenti sprovveduti.
Così facendo i giovani musicisti italiani non possono crescere. Per me il rock è morto, come lo è il
jazz quando scimmiotta se stesso: è come una coverband dei Beatles... però guarda
quanti soldi fanno poi queste coverband evolute.
Sono etichette fatte apposta da e per, giornalisti divenuti grassi e stanchi. Credo che qualcuno
vorrebbe essere in cuor suo una specie di Bruno Vespa o Maurizio Costanzo. Poco
curiosi e per questo disposti ad avallare la tesi che il troppo sommerso, al limite della
clandestinità non interessa a nessuno!
Ma va bene così, non mi sto lamentando. E anzi ringrazio sinceramente giornalisti come te o
Francesco Vignotto, l'interesse di gente come Marco Pandin. Siete coraggiosi e non
convenzionali!
AAJ: Una cosa che ho notato è che nella tua etichetta, nelle musiche che ho ascoltato, ci siano
due spazi, che dilatano il senso della musica come progetto: da una parte il silenzio e dall'altra
il rumore. Mi sono parsi un'estensione del suono. Mi pare che sia una cosa particolare, perché,
di proposito, la musica prodotta non penetri queste due dimensioni. Sono in fondo due dimensioni
sperimentali, ma quotidiane. Il silenzio e il rumore fanno parte della vita e metterle in musica, è
imprevisto, sconcertante, forse sperimentale. Ma questa è una mia sensazione.
S.G.: Mi piace che la musica possa partire da questi due estremi. Sono queste alcune delle
conquiste che dicevo prima, il silenzio/caos matematico di Xenakis, spirituale di Sun
Ra o aleatorio di Cage, eccetera eccetera.
AAJ: È un aspetto all'interno dell'improvvisazione?
S.G.: Si. È un pensiero molto ampio di musica. È un'idea che non parte e non arriva
necessariamente in nessun punto stabilito. Così come Setola di maiale non è realmente
un'etichetta tradizionale.
AAJ: E tu, dentro quest'etichetta?
SG: Come gli altri.
AAJ: Ma tu non sei uno scarto!
S.G.: Ma si che sono uno scarto! Sì, siamo scarti. Scarti di
genialità, ma non spetta a me dirlo!
AAJ: Perché, per dire, la tua prima incisione parte da Erik Satie. Non è frutto del caso o dello
scarto.
S.G.: Non è la mia prima registrazione in solo: il CD Musiche delle circostanze è del
'95 ed è certamente debitore verso Erik Satie ed un pezzo è intitolato a lui, ma la musica
è venuta fuori in maniera del tutto naturale. Ho usato solamente dei pads elettronici
con suoni campionati di marimba, vibrafono eccetera: avevo registrato alcuni pezzi, senza effettuare
sovraincisioni: decisi di realizzare il CD interamente con quel mezzo soltanto e senza
sovraincisioni. Tutti i brani sono delle semi improvvisazioni. La strumentazione che uso in un
album è fondamentale, a questo ho sempre dato moltissima importanza. Mi fornisce delle indicazioni,
su cosa e come devo lavorare, è stimolante.
La musica che nascerà è la conseguenza di queste scelte. Sono molto eclettico ma ho anche
un denominatore comune. Tutti i lavori che ho inciso in solo, ad oggi 6 album, sono diversissimi e
simili insieme: in Margini di riciclo del '93 mi adopero nel manipolare il suono; nel doppio
Ripercuotere (Solo Drumming) del '94 improvviso in solo con la batteria, i
pads elettronici e percuoto oggetti, una chitarra preparata, un synth analogico, senza
sovraincisioni; in Pezzi circolari del '99 improvviso dei brani con la tecnica
dell'overdubbing e suono un sacco di cose; in New Vexations ...altro titolo di
Satie... del 2000 rinnovo la mia passione per la manipolazione sonora adattando alcune idee di
Margini di riciclo al CD-player, e ultimo Linked (2001) dove suono elettronica
sovraincidendo con i pads, una tastiera DX7 e una effettiera.
Come ascoltatore adoro le musiche colte quanto quelle popolari. Detesto la musica creata con il solo
intento di vendere. Detesto il music system. Detesto MTV!
In catalogo la musica più colta, per quel che vale questa parola... vicina alla classica
contemporanea, è la musica di Sergio Fedele...
AAJ: Il Trio Klang.
S.G.: La musica di Sergio è in una continuazione dell'esplorazione miscrostrutturale del
suono intrapreso da Scelsi, Evangelisti: sono delicate improvvisazioni guidate
clarinetto-marimba-chitarra elettrica. Sono oltre vent'anni che lavora su queste cose!
AAJ: E gli Anatrofobia?
S.G.: Grandi! Come improvvisatore Alessandro Cartolari è tra i miei sassofonisti
preferiti. Però vedi, sono gruppi tosti perchè è gente tosta. Gente convinta voglio dire. Tutta
questa musica ha in seno delle polemiche: troppo difficile per qualcuno e troppo poco accademica,
nel senso più ampio del termine, per altri. Sono molte le musiche che non dicono più niente oggi
come oggi. Io personalmente non sopporto la maggior parte dei jazzisti, tanto per essere un
po' polemici. Il jazzista che si definisce tale, oggi, mi sta profondamente sul culo.
Il perché te lo spiego.
AAJ: Perché è troppo fine?
S.G.: No, perché è troppo pieno di pregiudizi e ha troppe certezze. Uno dovrebbe essere un
musicista e basta. Ecco tutto! Ci sono musicisti che si fanno un mazzo così, per arrivare ad un
certo risultato e non ammettono e concepiscono che altri personaggi non si sono fatti quel culo lì
e nonostante questo suonano, sperimentano ma soprattutto esprimono delle idee proprie.
AAJ: Parli anche degli autodidatti?
S.G.: Certo. La storia del jazz a me piace moltissimo. Se tu pensi a certi musicisti
newyorkesi che hanno fatto il jazz, erano anche dei pazzi, erano anche dei drogati, dei
nullatenenti, degli scapestrati, criticati dal mattino alla sera. Ornette Coleman l'hanno
riempito di merda sempre.
Quando usciva fuori con qualche novità, con qualche sua ipotesi, qualcuno diceva "oibò, ma non sa
suonare! e che fa con quel violino? hai visto il suo sax bianco?" ...ma per favore!
AAJ: Ma forse erano anche degli ipersensibili. Questa è una cosa
che manca, a mio parere. Per me, la grandezza di certi personaggi non era
circoscritta a come suonavano, ma era legata a cosa volevano dire.
S.G.: Ecco io sono d'accordo con questo. Basta freddure! Questo però nel jazz di oggi lo
ritrovi a fatica. Dipende insomma a quale jazz ci riferiamo. È diventato tutto così tecnica, tecnica
e basta.
Ci sono musicisti oggi che suonano con la tecnica di John Coltrane, ma possono suonare solo
quella. La tecnica è solo un mezzo, niente di più dello strumento che si adopera. Ma questa cosa
quì vale anche per altri generi musicali: pensa a gruppi rock come Bad Brains, Fugazi,
o gruppi punk viscerali come i Germs e Black Flag: oggi è pieno di gente che suona
quelle cose lì molto meglio di loro ma... non sono migliori. Sono copie brevettate!
Non riesco più a sentire questi musicisti pur bravissimi, ma che non hanno niente da dire.
AAJ: È un problema dell'arte in generale. O forse dei canali dell'arte.
S.G.: Molto dipende dai canali, moltissimo dai canali. Chiunque vuole un format, e ad
esso bisogna rapportarsi! Agli studenti d'arte oggi dicono: "dovete lavorare sulle grandi dimensioni
per essere efficaci e attuali" ...ma chi lo dice?!? Pregiudizi, certezze e superego fanno male alla
creatività! Questi sono solo i miei modesti punti di vista. Non si vede più col cuore, come tu
dicevi.
AAJ: Qui bisogna aprire una parentesi sulla didattica dell'ascolto. Secondo me la gente è poco
preparata ad ascoltare, cioè non si mette in gioco è difficile da spiegare, ma ho l'impressione che
abbiamo poca educazione. Per farti capire, la musica contemporanea non si ascolta, ma è estremamente
contemporanea. Non è d'avanguardia. Semplicemente esprime quello che sono le nostre contraddizioni
o i nostri umori. Ma la gente non ha strumenti, didattici se vuoi, per comprenderla o solo
apprezzarla.
Stockhausen non parla una lingua futuribile. Parla la lingua di adesso. È assolutamente
contemporaneo perché si esprime con i mezzi di oggi. Ma il problema è che nessuno lo capisce perché
non gli viene insegnato ad ascoltarlo, per comprenderlo. È un paradosso. È più facile che si ascolti
Mozart, che assolutamente non è contemporaneo, perché parla la lingua del Settecento, piuttosto che
altri. È quasi una follia. E poi commercialmente funziona!
S.G.: L'avanguardia è una bella parola, suona molto bene... Avantgarde... Ma esiste
solo perchè la gente è indietro rispetto al presente, e purtroppo questo lo si riscontra in tutte
le attività della cultura, ed è una scelta politica precisa, voluta. Altrimenti vedremmo altre cose
nelle televisioni, nelle pubblicità che accompagnano la nostra guida in auto e soprattutto la
sCuola dovrebbe cambiare nome in sQuola visto lo stato... il Grande Fratello
Orwelliano non dorme... Le avanguardie non sono mai esistite, perché sono sempre state fatte da
persone contemporanee a qualcun'altro.
AAJ: Forse la cosa più avanguardista che uno può fare è sognare.
S.G.: Esatto. I mezzi sono sempre contemporanei.
AAJ: E su questo l'improvvisazione è una delle cose più vicine al reale. È la musica che cerca di
essere reale, nelle dinamiche del reale. Il problema è che quando si ascolta una improvvisazione
registrata, si sta ascoltando un buon documento d'archivio, della memoria. Ma manca qualche cosa
di reale, di vivo.
S.G.: È un falso problema: quella cosa che tu chiami "vivo" manca ancor di più nella musica
composta... Leo Smith scriveva sulla natura della musica, individuandola nella scrittura
e nella pratica improvvisativa.
Quando si ascolta una improvvisazione registrata si sta ascoltando un musicista, con tutto quello
che comporta questa parola, non è solo un documento d'archivio, della memoria, ha lo stesso valore
di una musica composta, scritta a casa e poi registrata. E poi...chi sostiene che non si può
registrare una improvvisazione... beh, forse rimprovera qualcosa anche alla fotografia...
Nel momento in cui uno improvvisa mette in atto comunque la sua estetica dell'improvvisazione, il suo
pensiero a riguardo. Personalmente ho un'idea molto aperta e libera circa il campo d'azione, dove
tutto può succedere. Può anche succedere che scenda dal palco, o che uno dica "mi sono rotto le
balle: faccio dell'altro". Io tollero qualsiasi cosa, ma proprio qualsiasi. L'importante è fare
le cose con coscienza.
AAJ: Ma cinque persone che suonano insieme, devono dar vita ad un discorso oppure possono
scegliere di non dirsi nulla.
S.G.: Anche. Qualsiasi cosa, tutto è contemplato. Per esempio quando abbiamo suonato alla
Biennale dell'Arte di Venezia del '99 [NdR: Video Vhs. Setoladimaiale Unit - 48th
Biennale di Venezia] con Setoladimaiale Unit, eravamo in otto e non abbiamo voluto
definire assolutamente nulla. Abbiamo suonato per circa cinquanta minuti. È una registrazione che io
trovo molto interessante. Per cinquantadue minuti c'è questa musica che si trasforma, cambia, prende
una sfaccettatura, ne prende un'altra, diventa una cosa, ne diventa un'altra ancora. Questo perché
la musica è viva... C'è tutto un percorso storico. Ci sono state delle battaglie, con delle
conquiste. Il rumore: il rumore è stato conquistato. Se pensi all'idea di rumore, è una conquista
del Novecento. Ed è una conquista molto importante.
AAJ: Che arriva dall'arte plastica, tra l'altro.
S.G.: Già. Noi improvvisiamo oggi, non quaranta anni fa. Quindi alla luce di tutto questo
percorso musicale, dove è stato fatto veramente di tutto, pensa agli esperimenti di John
Cage, all'aleatorio, e al resto, alla disciplina del rumore dei primi laboratori di fonologia
(come quello della nostra RAI... altro che la merda di oggi!).
Oggi, questa è un po' la mia idea di musica, puoi lavorare ponendoti... semplicemente
emotivamente. Cioè hai la possibilità di creare e fare quello che ti piace. È una cosa un po'
romantica questa... Il percorso è nella consapevolezza, per lo meno nella consapevolezza che
ciascuno ha di sè e della storia. Si tratta di un grande work in progress individuale
continuo, il lavoro dell'improvvisatore... Ma ci pensi invece a questi accademici, questi importanti
compositori contemporanei che decidono di aprirsi all'idea di improvvisazione, di lasciare delle
parti all'esecutore, seppure guidati, il più delle volte. Loro che scriverebbero anche come
grattarsi il naso se necessario tra quella nota e quell'altra della partitura... poveri esecutori...
AAJ: Tu hai dei riferimenti o dei modelli o dei maestri?
S.G.: Tutto quello che io so l'ho imparato dai dischi ...ho tanti maestri... Il jazz che
conosco l'ho imparato dai dischi. La musica classica e contemporanea pure. Nessuno mi ha detto
nulla. Ho letto molti libri.
AAJ: Cosa è stato più importante?
S.G.: Intendi, quale corrente?
AAJ: No, quando ti metti davanti ad un disco c'è una persona.
Basta quella, no?
SG: Sono tantissimi i musicisti che amo. Satie, Cage, ne parlavamo prima.
Potrei nominarne tantissimi altri che mi colpiscono e che mi sono stati maestri, tutta la musica di
New York, dai Velvet Underground al Minimalismo di Reich, Riley eccetera.
Ho seguito anche molto la musica della vecchia cecoslovacchia (MCH band in testa), i dischi
della FMP. Amavo molti gruppi hardcore, i vecchi Throbbing Gristle... tra i
batteristi Elvin Jones, Bennink, Moss, Cutler, Lytton,
Vladimir Tarasov, Ed Blackwell... e molti altri... Ho una discreta discografia...
AAJ: Ci sono stati momenti in cui hai fatto più ricerca dentro il percorso di qualcun altro? Che
hai scavato più in altri?
S.G.: Bisognerebbe approfondire sempre le cose che piacciono... Coleman,
Coltrane, Satie e Cage forse più di altri... come si fa a rispondere... è
troppa gente! L'Art Ensemble of Chicago... ma anche Bach, adoro la musica di
Schoenberg, Anton Webern, Bela Bartok, Debussy...Messiaen è
grandissimo... così John Zorn, Fred Frith, Tom Cora, Derek Bailey, gli
esperimenti di Pierre Shaeffer... Coltrane bisogna ascoltarlo e basta. Profondissimo.
AAJ: A me colpì in Meditations, "The Father and the Son and the Holy Ghost". Si è messo
davanti alla morte. È di una profondità pazzesca. Tocca il tema della vita attraverso la musica.
Senza estetica.
S.G.: Ci sono persone che hanno una musicalità innata, dentro. Accompagnata a tutta una loro
ricerca musicale e artistica, semplicemente la fanno riemergere tutte le volte che serve.
Semplicemente.
In qualsiasi contesto, in qualsiasi situazione. Punto e basta.
Ci sono altri che sono più metodici, che hanno bisogno di organizzare la
loro musica in modo più razionale, eliminando delle cose, facendo fuoco su altro. Nel mio caso, mi
sento molto più istintivo. Quando mi metto a suonare tutto il percorso che ho fatto emerge. Io sono
soprattutto un improvvisatore.
L'ultima cosa che ho fatto, Linked, di cui parlavo prima, è tutto elettronico, quasi da club,
ma sono tutti suoni suonati. I ritmi elettronici, sono suonati con le bacchette... i loops ...i giri
di sequenza sono io alla tastierina come un coglione a ripetere e ripetere. Non c'è computer e non
ci sono campionamenti. Questo mi ha fatto pensare a quel bravissimo batterista che è Jim
Black, di cui vi siete occupati qualche mese fa. Ho letto la sua intervista [per leggela
clicca qui]. Affermava che gli piacciono
moltissimo i suoni della nuova elettronica contemporanea, come il grande Aphex Twin o
Amon Tobin. Sono eccezionali anche secondo me, e lui vorrebbe fare queste cose nell'ambito
dell'improvvisazione. Lavorare su quel tipo di sonorità, magari riuscire anche ad arrivare a quel
tipo di situazione ripetitiva, il tutto però improvvisando. Sono cose che noi facciamo.
Linked ha questo senso. Ma molte altre cose in catalogo, come il duo con Fred Casadei
al contrabbasso ed io alla batteria, del '97 e che improvvisa su basi elettroniche, o Margine
di Esplendor Lunaire... Con Linked volevo fare una cosa improvvisata però senza
prendere la tangente... lavorando su ritmi e tempi da club.
AAJ: E "Margini di Riciclo"?
S.G.: Lì di improvvisazione c'è poco. L'ho realizzanto in tre anni, dal '90 al '93 ed è tutto
un cut-up. A me piacciano le musiche create con mezzi poveri, che ipoteticamente chiunque può
mettersi a fare a casa propria, senza strumentazione, senza studi di registrazione e senza soldi.
Per Margini di Riciclo avevo scoperto che sul mio vecchio impianto stereo se selezionavi
contemporaneamente il tasto che ti mandava al giradischi e il tasto che ti mandava alla radio o al
registratore, dalle casse uscivano tutte e tre le cose insieme. Registravo la radio con il
giradischi. Allora mi sono messo a fare delle basi, sfruttando questo sistema. Poi ho scoperto che quando
usavo un nastro metal pre-registrato, se non mettevo il selettore su metal o cromo, la registrazione
precedente non veniva cancellata, e in questo modo potevo fare delle vere e proprie sovraincisioni.
Ho sfruttato tutte queste cosine qui. Minime minime. Semplici.
Volevo fare delle cose elettroniche che non fossero il campionatore. Uno non se lo immaginerebbe mai
ascoltando il CD!... Poi vabbè ho masterizzato in studio il master domestico...
AAJ: Poi c'è Opera...
S.G.: Opera è ancora più radicale: ero un ragazzino, ho cominciato questo progetto
nell'84 e lavoravo con il rumore industriale, improvvisavo con chitarre preparate, suonavo un sacco
di cose (a modo mio).
Ho realizzato tre album su cassetta e partecipato a molte compilation internazionali. I tre nastri
uscirono per la Old Europa Cafe AVS. All'inizio non avevo mezzi. Ho pensato: "se ho due
registratori e registro qualcosa (bumbumbum, sul tavolo) con il primo registratore, poi lo
posso far suonare mentre registro con il secondo registratore, che so, una chitarra;
in questo modo il secondo registratore registra la chitarra e la base registrata in partenza.
Ottieni un nastro con due sovraincisioni che a sua volta si presta ad essere risuonato e
sovraiciso con dell'altro..."; è una cosa di una povertà estrema. Se le fai con una certa attenzione.
Mi ricordo che mettevo materassi, cose varie, di modo che il suono fosse il più pulito possibile, la
qualità finale non è poi così cattiva, si lascia ascoltare.
AAJ: Poi è nata l'improvvisazione con altri?
S.G.: No. Nel frattempo mi sono dedicato alla batteria, che ho sempre suonato ma che erano
pentole e bidoni da me assemblati. E finalmente acquistai la mia prima batteria vera. Partecipai
così alla nascita del gruppo Le bambine, con cui registrai tre album e suonammo centinaia
di concerti. Mi sono sempre piaciute le musiche d'avanguardia, ma anche certo punk e l'hardcore, la
musica elettronica.
Per me non era un problema suonare in un gruppo hardcore, anche se particolare, e poi fare
delle sperimentazioni diciamo più colte. Steve Reich, ad esempio, mi ha molto influenzato.
Il mio percorso è partito da tutte queste cose. È stato naturale, non mi accontentavo di suonare
la batteria in un gruppo rock. Mi rompevo a fare quei ritmi lì composti e fissi.
Verso la fine di quel gruppo, negli ulitimi brani che realizzammo, i miei ritmi una volta definiti
assieme alle musiche, li guastavo... avevo voglia di distruggerli e di prendere altre direzioni
all'interno della musica, che non era improvvisata. L'improvvisazione per me, come batterista,
si è consolidata da quel periodo in poi. È stato naturale incontrare il jazz e l'improvvisazione.
Il mio è stato un percorso molto trasversale.
Da qui sono cominciate le improvvisazioni ed i CDs con i vari musicisti a cui ti riferivi, come
Sergio Fedele, Fred Casadei, Roy Paci, Alessandro e Luca Cartolari,
Dominik Gawara, Paolo Caleo, Victor L.P. Young, Sergio Cacherano
Staropoli e Michele Brieda dei Lingam, Ivan Pilat, Michel Le
Maigne...
AAJ: E oggi, cosa ti incuriosisce?
SG: L'elettronica più che mai. Incarna l'idea di musica moderna più di ogni altra cosa, in
quanto ha un passato più o meno recente... non è un violino né un sitar... Le idee di Edgard
Varèse, Kraftwerk...
Questo non significa non amare le cose tradizionali, classiche o antiche. È bene che ci sia chi le
suona! Ma a me come musicista e come persona mi interessa confrontarmi con le cose contemporanee.
Sento la necessità di relazionarmi con queste cose, il che non significa esprimere del consenso,
tutt'altro. Mi piace anche in generale, nell'arte figurativa... Per cui l'elettronica appare
importante per l'oggi. Se pensi a situazioni come Love Parade o Reclame the Street,
sono situazioni, anche socialmente, fondamentali.
Ci sono moltissime persone che si riversano in una piazza - forse oggi neppure un sindacato potrebbe
fare tanto - e ascoltano musica elettronica, e mica tanto morbida o commerciale. Bisogna fare dei
distinguo. C'è la musica elettronica banale, stupidina da hit parade che si ripete uguale a
se stessa da quando è uscita l'acid house, e la musica elettronica colta che ancora si rigira
su se stessa...e in mezzo c'è chi piace a me. A me piacciono moltissimo gente come Thomas
Brinkmann, Autechre, Mouse on Mars, Orb eccetera.
E poi ci sono i DJs che fanno musica e fanno anche danzare dalla consolle! Io penso che il
contemporaneo si trovi tra tutte queste cose di cui abbamo parlato fin qua. Ed io adoro suonare la
batteria in mezzo a queste musiche elettroniche minimali ed essenziali, dove passato, presente e
tecnologia si incontrano. Dove la storia della musica si impasta e crea una situazione futuribile...
AAJ: Questo ha a che fare con il luogo. Ti interessa che la musica sia dentro ad uno spazio o a
un contesto?
S.G.: No, non particolarmente. Se tu mi dici che la nuova musica elettronica è legata
all'ecstasy, sarà anche vero. La cultura della droga è molto forte per un certo tipo di
musica. Ma sempre stato così, per la verità, pensa ai Rolling Stones... Molta musica è
suonata in posti dove la gente cala. È il Mondo Nuovo no?! ... Forse che i governi e le
multinazionali hanno reso la realtà insopportabile?
AAJ: Lo spazio in cui uno si esprime può essere quello dei Centri Sociali o delle Biennali, o dei
Festivals. Io lo chiamerei spazio di ricerca. Un "povero" spazio di ricerca!
S.G.: Se mi parli di uno spazio da privilegiare rispetto ad un altro, non mi interessa.
Vorrei poterti dire, che è bello suonare musica ovunque, davanti a chiunque e di qualsiasi
estrazione culturale e sociale.
Però non è sempre così. Ho ricordi bellissimi, di concerti piccoli, davanti a ragazzi tra diciotto
e vent'anni che non conoscono quello che fai e perché lo fai. Ma prestano molta attenzione. Sono
curiosi. Questo mi piace moltissimo.
AAJ: Ti piace vedere le loro reazioni?
S.G.: Mi piace perché è un modo di stare insieme, di condividere delle cose. Il musicista non
è più interessante di uno che non suona la musica. Questo aspetto di stare insieme è bellissimo.
Anche se io ho dei problemi con le folle...sono un poco misantropo?
L'arte di improvvisare nasce dal proprio percorso interiore e intellettuale relazionato alla storia,
ma poi anche dalle persone con cui ti trovi, dall'ambiente in cui suoni, da come stai in quel
momento. Da quello che hai visto, da cosa hai mangiato, dalla temperatura, dalle decisioni del
W.T.O. Sta tutto nella capacità di dire subito quello che sente la bravura di un improvvisatore, e
questo non centra con il linguaggio che usa.
AAJ: Allora come sono state le esibizoni alla Biennale di Venezia e all'OFF-Fest di Milano
[NdR: raduno delle etichette e realtà indipendenti nazionali]?
S.G.: A me non piace ripetermi e non mi piace dover pensare alle cose che faccio in funzione
degli altri. Mi sento una libertà d'azione enorme e profondissima dentro. E anche la gestione di
Setola di Maiale la rispecchia. Non deve rendere conto di nulla, nulla alla SIAE, ai
giornali. Se vuoi è lì la gestione anarchica! All'OFF-Fest ho suonato con Gbur
[per leggere la recensione di AAJ del loro CD Integrale
clicca qui] di cui fanno parte anche Dominik e Paolo:
abbiamo realizzato la nostra utopia anche li.
C'erano molti gruppi che si alternavano sui due palchi, e ciascuno prima della sua performance
faceva il solito doveroso soundcheck pubblico. Noi abbiamo iniziato l'esecuzione subito,
partendo proprio da e con il sound-check. Ma fare questo è pericolosissimo perchè non hai il
controllo di niente, tutto è provvisorio.
Professionalmente è un suicidio. È sperimentazione! Per il resto, la serata è stata dura per miei
problemi personali...che non centrano con la musica... penso di avere avuto una facciaccia
terribile quel giorno... Anche alla Biennale di Venezia è stato bello: abbiamo suonato un
primo concerto ai Tolentini... prima mi riferivo a questa esibizione... Mentre il giorno
successivo abbiamo suonato proprio ai Giardini, all'interno del Padiglione Italia,
anche qui c'erano Dominik e Paolo: loro con i propri strumenti mentre io percuotevo i miei
pads con suoni elettronici e tutto quello che ho trovato nelle varie salette che potessero
essere percossi come sedie, tavolini, pavimento, bidoni dell'acqua... l'idea era sfruttare anche
gli oggetti di servizio non in mostra come strumenti destinati alla produzione artistica,
nel nostro caso la musica...
Paolo Caleo: Ma come riesci ad essere "libero"?
S.G.: Lavorando in questo modo. La mia preoccupazione principale è fare, realizzare delle
cose affinchè le persone che conosco e stimo possano avere in mano qualcosa. Le loro e le mie cose.
Documentare le proprie esperienze, questo, per me è fondamentale. Quando il mercato non permette
di farlo è una violenza nei confronti della cultura. Il disinteresse delle etichette, perché i
lavori non hanno i requisiti politicamente corretti, è una violenza.
AAJ: Quindi auto produzione e auto gestione sono necessarie?
S.G.: Sono assolutamente necessarie.
Paolo Caleo: Non hai mai avuto problemi seguendo questo metodo?
S.G.: No. Mi sono capitate delle situazioni in cui qualcuno ha rubato dei pezzi miei o dei
progetti e li ha fatti suoi. Ma questo è un altro discorso.
Naturalmente si paga il prezzo di questa anarchia! Altri non tollerano le cose fatte più o meno in
casa ed hanno pregiudizi sulla natura di queste musiche...
AAJ: E l'Italia?
SG: Io trovo che ci siano molti Festivals e iniziative monche. Sono fatte in Italia, ma non
per gli italiani. Guarda i loro programmi. Sono sempre gli stessi nomi. Sono critico.
Ci sono manifestazioni che non mi piacciono, etichette che mi annoiano. Musicisti che suonano e
collaborano solo con coloro che possono arricchire il loro curriculum del cazzo, trascurando il
fatto che ci si può arricchire anche dal fruttivendolo sotto casa... Ma del resto senza quei nomi
di richiamo (?) nessuno andrebbe a sentire musiche tanto strane, i Festivals sarebbero deserti...
perché i giornali non parlano di queste cose...
AAJ: E rispetto a questa situazione la gente che fa?
S.G.: Ci sono comunque delle buone cose in Italia. Sicuramente. A me dispiace che non ci sia
interesse da parte degli organizzatori e dei discografici per così dire importanti. Io non sono un
discografico. Ma quel poco che posso fare, lo voglio mettere a disposizione.
Per me è importante darsi una mano. È bello essere musicisti e amici insieme, persone che si
preoccupano solo della loro musica. Io di lavoro faccio il grafico. Conosco le leggi della
comunicazione. Ma qui non le sfrutto. Qui non c'è committenza! Dipendesse da me, la musica sarebbe
gratis per tutti!
AAJ: Qual è il rapporto tra Setola di maiale e il tuo lavoro di grafico?
SG: La grafica per me è importante. Mi piace moltissimo... anche qui ho delle idee di
"Grafica Improvvisativa"...come vedi ragiono sempre allo stesso modo...salvo il fatto che
qui faccio il professionista veramente, e quindi posso anche adattarmi qualche volta alle esigenze
di art direction e committenza. Quindi per Setola di maiale curo i progetti grafici,
ma siccome sono realizzati con mezzi poveri come la fotocopia... vigilo affichè siano ben fatte! Ben
curate insomma!
AAJ: Mi semvbrano molto curate infatti le grafiche.
S.G.: Ho fatto quintalate di fotocopie. Un distributore però non le può prendere, perché è
una produzione casereccia. Per un distributore può essere imbarazzante. Questo lo capisco
benissimo.
AAJ: E il rapporto arte e musica?
SG: Con l'Orbitale Trio abbiamo fatto un lavoro interessante. Abbiamo lavorato nel '96
con un artista che a me piace molto, che si chiama Renzo Cevro Vuchovich [NdR: Video
VHS, Orbitale Trio Concerto Trasversale), è un videomaker, realizza
installazioni. Con lui abbiamo fatto una performance, con due telecamere che ci riprendevano
e che passando attraverso un mixer, andavano a finire su un monitor e su questo
monitor chiunque poteva andare a disegnare con un pennarello delle immagini o frasi. Il video è
il risultato della ripresa di quel monitor da parte di una terza telecamera. Ha una pasta
particolare, con colori molto forti. Si leggono o si vedono anche i segni di chi ha voluto
interagire con noi.
Poi ho fatto delle cose per il cinema con il regista veneziano Giovanni Andreotta. Un
cortometraggio che si intitola Bezalem, ci sono musiche mie e dell'Orbitale Trio. È
una storia legata a due bambini che abitano Venezia.
AAJ: E a Porcia o Pordenone? Riesci a muoverti?
SG: No, non suono da anni nella mia città...ma romperò il silenzio il prossimo anno perchè
sono stato invitato da Flavio Massarutto a suonare con un mio progetto in solo alla mostra di
arte contemporanea Hic et Nunc.
A Pordenone ci sono dei jazzisti molto bravi come il flautista Massimo de Mattia, mi piace la
musica di Marco Barborini...
AAJ: E il futuro?
S.G.: L'elettronica. Ho sempre lavorato negli anni con questi suoni, ma mai quanto adesso.
Con Dominik Gawara e Daniele Pagliero abbiamo fatto un CD dove ci sono improvvisazioni
acustiche riprocessate insieme a basi elettroniche. È un progetto molto particolare. Sono dei pezzi
costruiti come se si trattasse di una Torre di Babele che è il punto da cui si parte per
improvvisare.
AAJ: Perché la Torre di Babele? Perché rappresenta il caos e il disordine?
SG: Babele è solo una citazione che permette di parlare dei linguaggi superati.
Esistono molti linguaggi comuni oggi, come quello binario 010110011010110...ci sono sempre
sfumature interessanti quando si parla di linguaggio.
Paolo Caleo: Tu che sei direttore artistico della Setola di Maiale produci anche cose che non ti
piacciono?
S.G.: Sì ho prodotto anche cose che non mi piacevano.
Paolo Caleo: E come ne parli nel Catalogo?
S.G.: Se produco qualcosa ci credo sempre, un altro discorso è se a me personalmente piace
ascoltare quel lavoro prodotto. Nel catalogo cerco di descrivere il lavoro specifico con sobrietà,
cercando di aiutare uno a capire di che si tratta e con chi ha a che fare. Il mio è
vero giornalismo...
Paolo Caleo: Non ti ha mai creato problemi essere un musicista all'interno dell'etichetta di cui
sei anche il curatore?
S.G.: No. Perché è nata fin da subito per realizzare le nostre musiche, mie e di Paolo, del
nostro giro a Pordenone. I nostri primi lavori erano solo su cassetta. Ci è venuto naturale
guardarci attorno e pensare che anche per altri potesse essere come per noi. Contattando altra
gente, scrivendo, spedendo materiale in giro a gente che suona con il nostro spirito, ci siamo
ritrovati con molta gente che suona ma che ha delle difficoltà a farsi produrre. La cosa più
importante in Catalogo è forse il Muzic Circo con il loro CD Venti anni dopo
[per leggere la recensione del CD Venti anni dopo clicca qui].
AAJ: È molto bello!
S.G.: Anche lì... saranno state fatte cinquanta copie di quel lavoro. La domanda è perché musicisti di
tale levatura - Roberto Bellatalla ha suonato con tutti quelli con cui bisognava suonare,
devono venire fino a Porcia per farsi produrre un CD?
C'è forse una forte latitanza dei discografici italiani...
AAJ: E se uno che suona musica sperimentale volesse viverci? Potrebbe essere
una professione?
S.G.: Io ho lavorato anche in fabbrica. È difficile. Dipende anche dal tenore di vita a cui
uno è abituato. Ci sono musicisti che fanno davvero una vitaccia, ma riescono a tirare su qualche
soldo per campare. Charles Ives faceva l'assicuratore per vivere, e lo faceva per scelta.
Glenn Gould ha mandato tutti a quel paese e non ha più fatto concerti, all'apice della
carriera...questo perchè il music biz per qualcuno è rivoltante, e anche per me è
rivoltante! E la gente ha bisogno che sia la Tzadik a produrre il CD di un tale personaggio
per prestargli attenzione.
Purtroppo si ragiona sempre per stereotipi, abbiamo la necessità di inquadrare le cose, anche se ci
sentiamo aperti e liberi, abbiamo la necessità di avere delle sicurezze. Pensa alla musica che
ascoltavamo prima (Vaclaveck). Lì c'è sperimentazione, umanità, immaginazione, anche se
sembrano solo delle bellissime ballate tristi.
AAJ: Forse mancano gli spazi live?
S.G.: Manca coraggio, la gente va sul sicuro. Per questo mi va bene essere così, così
underground e clandestino. Da quando suono cerco una purezza che la vita non riserva. Quante cose
abbiamo scoperto perché le cerchiamo?
Il pomeriggio sfuma chiacchierando. Di sottofondo un delicato Erik Satie.
Una introduzione al catalogo della Setola di Maiale:
Gbur Integrale
Muzic Circo Venti anni dopo
Iritur' aràrcamu Lumè srumentu acciatu
INFORMAZIONI GENERALI
Nome: Setola di maiale/Musiche non convenzionali
Conduzione: Stefano Giust
Indirizzo: c/o Stefano Giust via del Porto 7/19, 33080 Porcia (Pordenone) - Italia.
Telefono: 0434 - 554443
Fax: 0434 - 208018
Email: setoladimaiale@libero.it
Sito Internet: www.setoladimaiale.it (in costruzione)
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