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Marzo 2004
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Luca Flores, musicista del mondo
Enzo Boddi
A dispetto di tanti luoghi comuni romantici, nel caso di Luca Flores(1956-1995) la
vicenda e la personalità dell'uomo collimano realmente con l'identità dell'artista.
Lontano dai clamori che ne avevano accompagnato nel bene e nel male l'uscita lo scorso
anno, vale la pena di riflettere sul libro (Il disco del mondo, Rizzoli) che
Walter Veltroni ha dedicato al pianista fiorentino. O meglio, è opportuno
sviluppare delle considerazioni sugli spunti che il libro propone. Corredato da un DVD
realizzato in collaborazione con Roberto Malfatto, Il disco del mondo
costituisce un sincero tentativo del giornalista ed attuale sindaco di Roma di
ricostruire il profilo di un artista dalla cui musica era stato profondamente colpito,
per la precisione durante l'ascolto di For Those I Never Knew, disco-testamento
registrato per piano solo da Flores negli ultimi mesi della sua vita.
Identità fra artista ed uomo, si diceva. Un binomio difficilmente riscontrabile, spesso
contraddetto da contrasti stridenti tra spessore artistico e dimensione umana,
generalmente a sfavore della seconda. Nel caso di Flores, dalle testimonianze di chi gli
era stato vicino si evince nettamente il quadro di una personalità complessa, di un uomo
introverso, dall'animo delicato e sensibile, afflitto fin dall'infanzia dai sensi di
colpa per la morte della madre in un incidente automobilistico. Perseguitato a tal punto
da quella lacerazione irreparabile del proprio vissuto da tendere all'annientamento e
rendersene infine vittima.
Chi scrive ha conosciuto il talento e le folgoranti intuizioni del pianista e del
compositore; molto superficialmente, invece, l'uomo; indirettamente ma attendibilmente,
infine, la vicenda umana nel suo svolgimento, attraverso le testimonianze dei musicisti
che ne avevano condiviso i progetti. La notizia del suo suicidio, il 29 marzo 1995,
produsse l'effetto di una frustata sulla comunità jazzistica fiorentina, così come su
tutti gli operatori ed appassionati che vi gravitavano intorno. Tuttavia, sarebbe forse
disonesto affermare che li colse di sorpresa.
L'introversione e la laconicità di Luca erano tali che la musica costituiva per lui il
mezzo espressivo più efficace ed eloquente. In una lettera indirizzata al discografico
Peppo Spagnoli, Flores chiedeva di inserire nelle note di copertina questa
illuminante riflessione: "Il linguaggio della musica è uno, ed è quello dell'anima, là
dove le parole ci ingannano con i loro mille significati. È libera di volare in
paradiso, di scendere nelle viscere dell'inferno o di starsene a galleggiare nel limbo.
Io amo quei musicisti che cantano, scrivono e suonano ogni nota come se fosse l'ultima.
Il loro pensiero e il loro cuore potranno avere mille volti, ma la loro anima li tradirà
sempre. Posso solo tentare di seguire la loro strada, con i mezzi che ho." Parole e,
soprattutto, pensieri che riflettono pienamente la sua filosofia musicale e la sua onestà
intellettuale. Anche lui "tradiva" la sua identità attraverso l'anima che riversava nella
propria musica.
Il disco in questione era Love for Sale,
lavoro eterogeneo ma interessantissimo
inciso nel 1991 con formazioni disparate. Non a caso, Flores aveva convocato per
l'occasione numerosi musicisti con cui aveva già condiviso molte esperienze musicali ed
umane. Una sorta di compendio di una fase molto creativa, culminata nell'incisione per la
Splasc(H) di Peppo Spagnoli, di Streams
con l'omonimo sestetto guidato da
Tiziana Ghiglioni, Sharp Blues (1986) e Where
Extremes Meet (1987) con il Matt Jazz Quintet, e Sounds and Shades of Sounds (1990). Altre
incisioni inedite dal vivo con il Matt Jazz Quintet sono state pubblicate l'anno scorso
sempre dalla Splasc(h) in un doppio Cd: Matt Jazz Quintet Live, Trescore
Cremasco 1984 - Siena 1985.
Love For Sale contiene due brani, "Angelo" ed "It A Uno", ribattezzati
rispettivamente "Paradiso-Limbo" ed "Inferno", a sottolineare il legame con l'assunto di
cui sopra. Interpretata in duo con la cantante Michelle Bobko, sua compagna negli
ultimi anni, "Angelo" è una parafrasi approfondita di "Angela" di Luigi Tenco, autore che
Flores amava spesso riproporre. La voce eterea di Michelle e la sua combinazione con il
piano Fender creano realmente un clima sospeso, spiccando di quando in quando il volo in
una dimensione distante anni luce dall'originale. È agghiacciante pensare alla
connessione, forse non del tutto casuale, con il cantautore genovese, come se un filo
misterioso unisse due tragici destini. "It A Uno", affidata ad un massiccio organico di
16 elementi, possiede una coralità (accentuata dall'impiego di tre trombe e tre voci) ed
un impatto ritmico sostenuto dalla presenza di tre contrabbassi e cinque batterie che
conferiscono al pezzo un'impronta fortemente europea ed un andamento sferzante, sulfureo,
che evoca addirittura i Carmina Burana di Carl Orff.
All'interno del libretto che correda il CD si scopre la dedica di entrambi i brani a
Chet Baker, musicista con cui Flores aveva collaborato proficuamente, morto
tragicamente tre anni prima. La dedica, lapidaria, segue quella indirizzata al padre,
accompagnata da una puntualizzazione: "(il disco)...è una promessa che ho fatto a me
stesso, ed una preghiera che ho rivolto a Dio, di poter condividere un futuro migliore
con tutte le altre persone." Lungi da slanci mistici od ecumenici, l'affermazione rivela
spiragli di fiducia ed apertura al mondo esterno, e spiega la volontà di coinvolgere così
tanti musicisti nella registrazione del disco, non solo il più eterogeneo, ma anche il
più febbrile che Flores abbia mai realizzato.
La dedica a Baker racchiude forse anche un'altra motivazione recondita. Come confermato
da più testimoni (nel libro Veltroni cita il contrabbassista Furio Di Castri),
Flores aveva concepito la singolare convinzione di aver in qualche misura contribuito
alla morte di Baker, trasmettendogli messaggi subliminali attraverso la propria musica.
In questo caso sarebbe riemerso in maniera bizzarra il senso di colpa collegato alla
morte della madre, avvenuta quando Luca aveva solo otto anni.
Musicista diplomato a pieni voti al Conservatorio di Firenze, profondo conoscitore ed
estimatore della musica classica, Flores aveva acquisito un controllo ed una padronanza
impressionanti (non solo sotto il profilo tecnico) del linguaggio jazzistico, sia grazie
ad una straordinaria capacità di apprendimento che in virtù di uno studio duro e
metodico. Anche per questa ragione Baker lo aveva voluto con sé, così come Lee
Konitz lo aveva scelto come braccio destro per un memorabile duo già nel 1983,
Dave Holland ne aveva apprezzato fraseggio, swing e senso del blues dirigendo
l'orchestra del Centro Attività Musicali, David Murray (poi presente in Love
For Sale) avrebbe voluto condurlo con sé negli Stati Uniti.
Ci sono dei documenti preziosi che il libro di Veltroni riporta nell'appendice, due
semplici appunti scritti da Flores e conservati dal pianista Francesco Maccianti.
Il primo, redatto in inglese (lingua che Luca padroneggiava con disinvoltura) esemplifica
il metodo di lavoro. Intitolato "Come studiare i brani", fornisce indicazioni scrupolose
sull'approccio alla melodia, all'uso della mano sinistra, all'accompagnamento,
all'improvvisazione, al fraseggio, alle sostituzioni armoniche e modali, alle armonie
cromatiche ed alle forme ritmiche. In calce reca una suddivisione ideale della giornata
di studio: due ore e mezzo dedicate allo studio dello stile dei pianisti, mezz'ora alla
tecnica, un'ora agli accordi ed ai patterns, tre ore allo studio dei pezzi ed
all'applicazione dei fraseggi. Il secondo sintetizza in uno schema ordinato e
dettagliatissimo i brani da studiare pianista per pianista (Tyner, Powell, Hancock,
Corea, Evans, Jarrett, Monk), oltre a segnalarne vari altri in ordine sparso, dai rags di
Scott Joplin e Tom Turpin fino all'assolo di Kenny Kirkland su "Bring on the Night" di
Sting.
Anche i colleghi amano sottolineare la preparazione solidissima di Luca e la sua
applicazione ferrea e rigorosa al lavoro quotidiano. Veltroni giustamente cita a questo
proposito una celebre affermazione di Ornette Coleman sull'acquisizione della
tecnica: "La tecnica è necessaria perché si possa suonare in maniera naturale, nel senso
che ti permette di essere naturale e non di sembrarlo solamente". Un concetto che calza a
pennello allo stile del pianista, a volte paragonabile ad un flusso di coscienza, ma
anche a quello del compositore, fonte vitale di intuizioni sagaci, mai adagiato su
clichés codificati.
Come già accennato, nella sua musica convivevano in un equilibrio fecondo il substrato
europeo derivante dai suoi studi classici ed il superstrato afroamericano assimilato in
seguito all'apprendimento della sintassi e del vocabolario del jazz. Una coabitazione che
si potrebbe condensare anche con una citazione tratta dal mondo delle arti figurative.
Uomo colto ed aperto ad altre discipline artistiche, Flores amava disegnare, ispirandosi
abbastanza palesemente a Kandinskij, come dimostrano anche le illustrazioni che
corredano le copertine di Love for Sale e For Those I Never Knew. Fra i
disegni di Flores ce n'è uno che ricorda da vicino un'opera di Kandinskij, rappresentata
dall'autore con le seguenti parole: "Doppio suono: tensione fredda delle rette, tensione
calda delle curve, dalla rigidezza alla scioltezza, resa all'ispessimento". Una sintesi
linguistica che, per miracolosa coincidenza, riflette fedelmente le coordinate e la
molteplice natura della musica di Flores.
Tuttavia, nell'indubbia compenetrazione tra idioma europeo ed afroamericano, nella
visione compositiva di Flores non va sottovalutata una componente africana - ora latente,
ora emergente - frutto di due componenti ben distinte: da un lato, la sua predilezione
per McCoy Tyner, senza dubbio il più africano tra i pianisti che l'avevano
ispirato, per l'uso di certe figure ed iterazioni ritmiche, e per l'adozione di impianti
polifonici; dall'altro, il bagaglio di suggestioni accumulate durante l'infanzia vissuta
in Mozambico per gli impegni professionali del padre.
In un'altra lettera indirizzata a Spagnoli nell'ottobre del 1994 Flores, anticipando
programmi e contenuti del nuovo disco in preparazione, manifestò l'intenzione di
dedicarlo idealmente ai suoi anni trascorsi in Mozambico e di assemblare allo scopo un
imponente organico strumentale, arricchito dalla presenza di percussionisti senegalesi e
dall'intervento della cantante sudafricana Miriam Makeba. Un progetto insostenibile per i
mezzi a disposizione di Spagnoli. Il disco avrebbe dovuto intititolarsi Innocence,
quasi a simboleggiare il recupero dell'innocenza lasciata (o perduta, a seconda dei punti
di vista) in una terra ricca di richiami ancestrali. Il disco sarebbe stato poi invece
registrato in solitudine e pubblicato postumo con il titolo di For Those I Never
Knew, un testamento artistico di grande potenza, fortemente intriso di umanità.
Del resto, Flores ricercava quel legame con l'Africa anche attraverso percorsi indiretti
ed elementi simbolici, ad esempio in certi codici insiti nel linguaggio dei musicisti
afroamericani e nella loro visione spirituale, come conferma Maurizio Giammarco a
proposito di un seminario del pianista chicagoano Muhal Richard Abrams, nume
tutelare dell'AACM, cui Flores aveva partecipato. Basta comunque ascoltare il suo
arrangiamento di Love for Sale, che innesta su una traccia modale il tema di
Porter, snaturandolo completamente attraverso una dilatazione affidata a più voci: tra
queste, spicca quella del tenore di Murray, in veste di officiante di una sorta di rito.
Che il rapporto di Flores con la creazione musicale fosse in qualche modo connesso a
valori rituali, dionisiaci, lo comprovano le esecuzioni dal vivo, ma anche varie prove in
studio, fra le quali merita una citazione anche Easy to Love di Massimo
Urbani. In merito a quell'incisione, datata gennaio 1987, vale la pena di riportare
alcune dichiarazioni di Furio Di Castri, insieme a Flores membro del quartetto di
Baker: "I dischi non rendono pienamente l'idea di quello che Massimo riusciva a fare dal
vivo, ma Easy To Love rappresenta un discorso a parte. Venne registrato in una
seduta di sole quattro ore e (...) secondo me contiene emozioni forti. C'è un leggero
tocco di magia nella musica (...) Luca era così ispirato (...) A riascoltarlo oggi, alla
luce degli eventi che seguirono, il suo modo di suonare risulta particolarmente intenso.
Non riesco a pensare all'uno senza pensare all'altro (...)". Per quanto separate da
vicissitudini sostanzialmente diverse, queste due tragiche figure suggeriscono
inevitabili accostamenti. In entrambi i casi, l'uomo ed il musicista erano posseduti da
un'insopprimibile urgenza espressiva e dall'esigenza di vivere la musica come
un'esperienza totalizzante e terapeutica.
E per ribadire l'importanza dell'identità tra uomo ed artista di Luca Flores, non resta
che ricorrere ad alcuni passi, spartani ma pregnanti, delle note inserite nel libretto
di For Those I Never Knew, redatte da Michelle Bobko, la cantante americana
fedele compagna degli ultimi anni: "Luca era disperatamente consapevole del fatto che
attraverso la sua musica lui dava. Una volta mi disse che suonare era per lui
l'unico mezzo per dare agli altri e che aveva registrato in alcuni momenti della sua vita
in cui era in grado di fare poco altro. Le sue ultime tre incisioni, Sounds and Shades
of Sound, Love for Sale e questa, sono un omaggio ai musicisti con cui aveva
lavorato o che aveva ammirato, alle persone della sua vita, ed ai ricordi della sua
infanzia e della sua famiglia."
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