Marzo 2003
"Sono cresciuta ascoltando dischi di jazz tradizionale, però, come musicista, come
artista, sento che sarebbe un po' limitante rapportarsi sempre a quella musica ed a quegli anni.
Farlo vorrebbe dire o cadere nella musica di repertorio - che va benissimo, ma che
trasforma il genere in una sorta di musica classica - oppure la morte stessa del jazz. "
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"Suonare il jazz è parlare con la propria voce" - Intervista con Rita Marcotulli
Neri Pollastri
Non c'è certo bisogno di presentare Rita Marcotulli, una delle figure più note
ed apprezzate della musica jazz italiana. D'altronde, All About Jazz si è già
occupato di lei in tempi non troppo remoti, dedicandole un'intervista nella quale
la pianista si racconta e parla delle sue numerose ed eclettiche collaborazioni. Proprio
questo eclettismo e la sua, almeno apparente, distanza dal jazz classicamente inteso
come "musica afroamerica", ci ha spinto ad incontrarla di nuovo, nel quadro della rubrica "Geografie
della Memoria", per conoscere il suo modo di intendere il jazz e le sue molteplici
relazioni con le altre forme di musica.
L'occasione si è rivelata particolarmente propizia, perché Rita Marcotulli sta
presentando il suo ultimo lavoro, Koiné, che segue di ben cinque anni il
precedente "The Woman Next Door" ed è un progetto nel quale le molteplici aree musicali
che l'hanno influenzata vengono fatte convivere assieme, coordinate solo da… una favola!
Accennando informalmente al suo progetto, la pianista ci diceva che "come al solito, non
è proprio jazz…".
Rita Marcotulli: Mi fa piacere che ci sia uno spazio come "Geografie della
Memoria", perché mi capita spesso di sentirmi etichettare come " quella che non fa jazz",
ed altrettanto spesso mi succede di rispondere "meno male!"… In effetti la mia posizione
è un po' particolare. Già il disco precedente, The Woman Next Door, dedicato a
Francois Truffaut, fu molto apprezzato, ma in molti obbiettarono che non si
trattava di jazz. Francamente, non riesco neppure a capire bene cosa stia a significare
un giudizio del genere.
Sono cresciuta ascoltando dischi di jazz tradizionale, però, come musicista, come
artista, sento che sarebbe un po' limitante rapportarsi sempre a quella musica ed a quegli anni.
Farlo, credo, vorrebbe dire o cadere nella musica di repertorio - che va benissimo, ma che
trasforma il genere in una sorta di musica classica - oppure la morte stessa del jazz.
Perché in questo concetto io ritengo assolutamente importanti la curiosità, la ricerca di
nuovi stimoli e nuove forme. Oltretutto a me piace molto comporre - sia in quest'ultimo
disco che nel precedente sono più presente in questa veste che in quella di pianista - e
per quest'attività la varietà di riferimenti e di ispirazioni è essenziale.
Comunque, ciò che faccio ha importanti affinità con il mondo del jazz, prima fra tutte
l'improvvisazione, che è però presente anche in altre forme musicali che amo molto: la
musica indiana, la musica africana, quella brasiliana. Inoltre, come nel jazz, io cerco
di fare una musica che abbia in sé una ricerca, un proprio pensiero; e tuttavia è proprio
per questo che mi ritrovo naturalmente a non suonare necessariamente in 4/4, o lo swing
del jazz prettamente americano.
In effetti, in quella musica mi riconosco fino ad un certo punto, per la semplice
ragione che non rappresenta la mia storia. Di conseguenza, non è neppure mia indole suonarla,
mentre mi sento più a mio agio nel raccontare delle storie, che - non sapendo scrivere -
sono senza parole e vengono narrate con le note. Se perciò per jazz si intende il bebop,
o l'hard bop, no grazie! Siamo nel 2003 ed io preferisco - per quanto sia difficile -
cercare di fare cose diverse, di parlare con la mia voce.
Per parlare con la sua voce, Rita Marcotulli ha attraversato
moltissime tappe, assai diverse tra loro. Dopo il conservatorio e la musica classica, un
inizio in Italia, a contatto con musicisti vicini al jazz più tradizionale, poi, negli
anni '80, una lunga parentesi in Svezia, dalla quale scaturirà il bellissimo album, pubblicato dalla Label
Bleu Night Caller, con musicisti come Jon Christensen, Tore Brunborg e
l'allora ancora sconosciuto Nils Petter Molvaer.
R.M.: Neppure allora fui considerata pienamente una jazzista: in quel caso fu
detto che il disco era "troppo ECM"! In effetti, un po' per il fatto che i musicisti
erano quasi tutti dell'area ECM, un po' per il mood, quel disco è davvero venuto fuori
molto nordeuropeo. Ma questo non significa che non ami anche forme di jazz più
tradizionale: Coltrane lo ascolto continuamente; però, nel mio lettore di CD metto proprio
Coltrane, preferisco cioè sentire l'originale, piuttosto che chi cerca di
assomigliargli. Ed infatti, le uniche occasioni in cui suono jazz più tradizionale -
certe volte anche il bebop e gli "standard" - sono quelle in cui accompagno Dewey
Redman, del quale sono la pianista stabile nel quartetto europeo. Ma in quel contesto
è tutto diverso, perché suono con un "originale"! Sono io ad entrare nella
sua storia, trovo giusto sforzarmi di suonare come vuole lui, e mi diverto
moltissimo. Ma perché è lui, è un pezzo dell'autentica tradizione del jazz
afroamericano, ed io entro a farne parte attraverso di lui, il che garantisce l'autenticità.
Ma io, come Rita Marcotulli, non posso farlo, perché sono europea,
perché quella storia e quella tradizione non sono le mie e quindi non posso parlare con
quella voce, che non è la mia.
Anche i vari altri passaggi della ricerca - da "Nauplia" con Maria Pia
De Vito, alle collaborazioni con Pino Daniele, Nada, Gianmaria
Testa, fino a Triboh ed al complesso lavoro di "The Woman Next Door", vanno
nella direzione di "parlare con la propria voce". Ed è curioso che nei gruppi con
Maria Pia De Vito vengano riutilizzate composizioni già presenti in "Night
Caller", che nel nuovo contesto cambiano del tutto colorazione.
R.M.: Sì, due pezzi li avevo già registrati, ma piacquero molto a Maria
Pia, che volle aggiungerci le parole; poi, modificando l'arrangiamento, i brani
mutano effettivamente tantissimo. Anche questa è la bellezza della musica: ognuno ci
mette del suo ed i risultati possono variare molto.
Dal contesto più jazzistico a quello più mediterraneo, cambia il sapore ed il brano
diventa un'altra cosa.
Questi diversi progetti vanno tutti nella direzione di esprimere in musica le mie
sensazioni. Per esempio, il disco su Truffaut è nato per caso. C'è stato un
periodo in cui, a casa, guardavo molti film, procedendo 'per registi'. Non conoscevo bene
Truffaut, ed una volta un amico mi rimproverò per questa lacuna e mi fece
vedere "Il ragazzo selvaggio". Fu una rivelazione. Da lì, piano piano, ho visto tutti i
suoi film, che mi sono piaciuti tutti, tantissimo, e mi hanno fornito stimoli per
esprimermi in musica. Il brano "Antoine Doinel" è nato guardando "Baci rubati": il
protagonista si guarda allo specchio e ripete ossessivamente, ma anche ritmicamente, il
proprio nome ed il nome Christine Darbonne. Tradotti i nomi in alfabeto morse, ne è
venuto fuori un ritmo che ho poi tradotto in note, ma tutto è scaturito dalle immagini
del film. E da altri suggerimenti è nata l'idea di fare un disco dedicato al regista.
Koiné è nato in modo simile. Inizialmente, avevo voglia di scrivere delle favole,
collegate alle diverse realtà nelle quali mi è capitato di vivere. Sono stata oltre
cinque anni in Scandinavia, maturandovi un'esperienza decisiva per la mia vita. Gli
scandinavi sono piuttosto diversi da noi, nonostante siano anch'essi europei. Sono
protestanti, hanno una cultura diversa e delle forme di relazione diverse dalle nostre.
Ad esempio, è diversa la gestualità, i segni convenzionali della lingua non parlata -
tanto che io, all'inizio, non capendo la lingua parlata, ero molto a disagio. Anzi, la
prima impressione fu che loro avessero un modo di comunicare a gesti, come degli
automi, che noi non abbiamo. Solo in un secondo momento mi resi conto che è solo
un modo diverso, perché anche noi gesticoliamo, anzi lo facciamo in modo anche più
vistoso, ma comunque in altro modo. Ecco, queste realtà, se le vivi dall'interno, se
diventano la "tua realtà", sono tutte belle, anche se tutte diverse. Da qui mi era venuto
in mente di mettere in "Koiné" tante storie provenienti da realtà diverse, pensando che
la cosa interessante sarebbe stata capirle tutte, nonostante la loro diversità.
L'immagine che avevo era quella di un mondo che, per qualche ragione (oggi non ne
mancherebbero, con il razzismo e l'intolleranza che girano) diventa tutto grigio, con un
solo tipo di fiore. Poi, in questo mondo grigio, spuntano personaggi che raccontano le
loro storie, con le loro voci, tutte colorate in modo diverso. In effetti, il progetto è
nato da una suggestione di immagini e di colori, prima che di suoni. E doveva essere
anche corredato da storie scritte. Alcuni hanno ascoltato "Koiné" e mi hanno detto: "sì,
è bello, però…. È così diverso da un brano all'altro!" Che devo dire? Doveva
essere così! Era proprio quello che volevo fare. Anche la scelta dei collaboratori lo
testimonia.
Lena Willemark è una cantante del nord della Svezia, è nata in un paese dove
parlano una lingua ormai estinta, che sopravvive solo in quella piccola zona. Lena
è di origine contadina; sua nonna aveva un gruppo di mucche e le guidava,
tradizionalmente, con dei canti acuti nella sua lingua. Una volta la nonna si ammalò e le
mucche rimasero fuori, nella foresta. Allora la nonna disse a Lena: "Hai visto
come faccio io ed ormai sai come fare; adesso tocca a te; vai e richiama le mucche".
Lena uscì nella foresta ed intonò il canto, e le mucche tornarono a casa. Ma, in
questo modo, lei iniziò a diventare una cantante! Sembra una favola, ma invece è la sua
storia.
Arto Tuncboyaciyan è anche lui un personaggio che sembra leggendario. Ormai vive a
New York, ma la sua origine armena la vedi subito: ha un modo di essere tutto suo,
un'altra vitalità rispetto alla nostra. Se lo frequenti, lo conosci, ne percepisci la
diversità ed anche la bellezza.
Un progetto di questo genere si contrappone già concettualmente all'idea
che esista una "tradizione" da studiare e seguire rigorosamente per fare musica jazz o
musica creativa. Qui siamo di fronte ad una ricerca a trecentossanta gradi, senza rete,
alla ricerca delle differenze più che delle identità.
R.M.: Ma, anche nel jazz, pensare ad una "tradizione" non ha secondo me molto
senso, perché anche lì è già presente la contaminazione con l'Europa: accanto ad
elementi africani, infatti, vi sono elementi genuinamente europei, come l'armonia o gli
strumenti. Congelare quel connubio come qualcosa di rigoroso per la tradizione è
arbitrario. E se ne vogliamo fare un momento di identificazione stilistica, allora
cadiamo nel classicismo: il jazz come la musica barocca, o quella impressionista. Non
fermiamo la storia! La musica deve andare avanti, senza far riferimento privilegiato a
determinati periodi del passato.
Nel disco, come al solito, c'è però una prevalenza di scandinavi. È accaduto in parte
per caso, ma dipende anche dalla mia personale storia. Dopo i miei anni a Göteborg, dove
suonavo spesso con Anders Jormin ed ho fatto grande amicizia con Palle
Danielsson e sua moglie, ho mantenuto grandi rapporti con gli amici scandinavi. La
mia partenza per la Svezia fu un caso: ero amica di Michel Petrucciani, che stava
da me quando era a Roma; una volta era di passaggio con il gruppo di Charles Lloyd
ed aveva al contrabbasso Palle Danielsson. Ci conoscemmo e mi invitarono in
Svezia. Ho finito per starci cinque anni!
In Koiné c'è anche una contaminazione con la musica elettronica, che ha un'origine
progettuale: l'idea del disco era quella di far riferimento a storie del passato,
rappresentato dalle musiche etniche; la musica elettronica la vedevo invece come il
presente, nel quale le storie del passato si andavano ad inserire.
Adesso che il disco è uscito, spero che veda la luce al più presto anche la favola dal
quale ha preso lo spunto, che per adesso non c'è. Ma non la scriverò io. In Francia il
disco - che qui da noi esce per Storie di Note, primo lavoro di una serie dedicata
alla musica jazz - esce per Harmonia Mundi, il cui direttore, per combinazione,
scrive favole. Quando gli ho raccontato la mia storia, gli è piaciuta molto e adesso la
sta scrivendo. Purtroppo non era ancora pronto, ma prima o poi anche le favole
arriveranno.
Tra i futuri progetti di Rita Marcotulli c'è soprattutto una ripresa di
belle esperienze del recente passato, a cominciare dalla collaborazione con la cantante
Nada, nel progetto dedicato alla musica del cantautore livornese Piero
Ciampi.
R.M.: Con Nada oltre alla reciproca stima c'è anche una lunga amicizia. Per il
momento ci eravamo fermate, perché lei era impegnata con la promozione del suo disco ed
io alla preparazione del mio. Adesso spero che torneremo sul progetto, sia per riproporre
i concerti del progetto Ciampi (clicca qui per leggere la recensione di uno dei concerti), sia per
registrarlo su disco. Il progetto era bello, lei è brava ed ha una grande presenza
scenica. Non è escluso che si modifichi qualcosa rispetto al lavoro che ha girato un paio
di anni fa, inserendo dell'elettronica per dare maggiormente il senso della "follia" che
caratterizzava questo personaggio affascinante ed inquietante allo stesso tempo. Per
riuscire a trar fuori dalla musica anche il "personaggio" Ciampi - che comunque un
po' veniva già fuori, grazie alle atmosfere strazianti che caratterizzano la musica
originale.
Comunque, quest'estate andrò un po' a giro con "Koiné", per promuovere il disco, con un
gruppo un ridotto rispetto al disco ma sempre molto complesso. Poi farò dei concerti
con Palle Danielsson e Adam Nussbaum, in trio. Avevamo già fatto un tour
l'anno scorso, quest'anno lo ripetiamo. Così potrò accontentare anche i "puristi" -
perché quello è "più jazz"! - e per divertirmi anch'io a fare soprattutto la pianista.
Sito di Rita Marcotulli:
www.ritamarcotulli.com
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