Gennaio 2003
|
Guida ai CD fondamentali: Eric Dolphy.
Seconda parte: le collaborazioni.
[Per leggere la prima parte di questa guida clicca qui]
Enrico Bettinello
Eric Dolphy. Seconda parte: le collaborazioni.
La carriera di Eric Dolphy si è arricchita [e ha arricchito] anche con prestigiose e
sentite collaborazioni, tanto che il suo nome rappresenta un riferimento imprescindibile
quando si parla della musicadi veri e propri giants del jazz di
quel periodo quali Charles Mingus e John Coltrane. Collaborazioni sentite, dicevamo, ed
è giusto sottolineare come la maggior parte di questi sodalizi sia stata davvero
essenziale per lo sviluppo creativo di entrambe le parti, influendo profondamente dal
punto di vista sia musicale che umano.
Il primo vero e proprio leader di Dolphy - se si esclude l'esperienza
nell'orchestra di Roy Porter all'inizio degli anni '50 - è il batterista Chico
Hamilton, che per un anno intenso - di registrazioni e concerti - lo prende nel suo
quintetto.
Chico Hamilton - The Original Ellington Suite [Pacific Jazz]
Si tratta di una prima versione di questa suite di temi ellingtoniani, recentemente
riscoperta nella sua interezza [l'occasionale rinvenimento è descritto nel
booklet]: Eric Dolphy non ha ancora, com'è logico, sviluppato appieno le proprie
modalità musicali, ma già se ne possono gustare alcuni accenni, specialmente nel solo di
In a Sentimental Mood, in cui il contralto sembra ancora legato al modello
parkeriano, ma lascia intravedere le prime "sconnessioni" melodiche. Altri strumenti
usati sono il flauto e il clarinetto - non ancora basso ed è una delle rare occasioni per
ascoltarlo con questo strumento - nel bell'impasto di Day Dream o in Azure,
anche se è con il sax alto che si possono ascoltare le cose più proiettate verso il
futuro. La bellezza dei temi e la tipica sonorità dei gruppi di Hamilton [con chitarra,
violoncello, contrabbasso] rende comunque questo disco davvero consigliato.
Charles Mingus - At Antibes [Atlantic]
Troviamo Eric Dolphy con Charles Mingus nel 1960, all'interno dell'orchestra del
disco «Mingus Revisited» e poi in questo concerto ad Antibes, che vede anche la
presenza come ospite di un "francese" d'adozione come Bud Powell. Il sodalizio con
il contrabbassista durerà, con diversa frequenza, praticamente fino alla fine, nel 1964,
quando il sassofonista si fermerà in Europa alla fine della tournée con Mingus, e non è
un rapporto facile da schematizzare o indagare. La particolarità del carattere di Mingus -
che per Eric ebbe sempre un grande affetto - o la stessa sua musica, con la sua
complessa costruzione formale, fanno sì che il legame tra i due sia uno dei più
particolari della carriera di Mingus, che sarà capace di immettere le peculiarità di
Dolphy nella propria musica, quasi una sorta di finestra che ne apre i confini, una forza
sonora centrifuga.
In questo concerto francese già si ammirano le polifonie [grazie anche all'ottimo
Booker Ervin] incendiarie di Wednesday Night Prayer Meeting e Better Get
Hit in Your Soul, ma anche What Love, che vedrà la sua forma definitiva nella
versione registrata per la Candid.
Charles Mingus - Presents Charles Mingus [Candid]
In questo disco fantastico - assolutamente da avere assieme alle altre registrazioni
per questa etichetta - troviamo brani come Folk Forms N° 1, Original Faubus
Fables e, come dicevamo, What Love: costruita anni prima sulle armonie di
What Is This Thing Called Love e riscoperta proprio da Dolphy, si rivela un
dialogo con ampi margini di libertà, in cui il contrabbasso e il clarinetto basso
conversano con modalità che davvero sembrano richiamare la vocalità.
Charles Mingus - Mingus Mingus Mingus Mingus Mingus [Impulse!]
Nel 1962 il nome di Dolphy compare ancora assieme a Mingus nella tormentata avventura
del concerto alla Town Hall [lo si ritrova nel Blue Note «The Complete Town
Hall Concert»], e poi ancora nel 1963 - è il periodo di «Music Matador», tanto
per tracciare un parallelo con la carriera solista - in questo disco per la Impulse!
il cui organico di una decina di persone non fa sempre esaltare le qualità di Dolphy,
ma il breve assolo sul blues Hora Decubitus [lo si conosceva con altro titolo
da «Blues and Roots»], incastonato tra quello di Booker Ervin e quello di
Richard Williams, è davvero notevole e particolarmente ardito.
Charles Mingus - The Great Concert, Paris 1964 [Musidisc]
Il mese di aprile 1964 è tra i più documentati della storia di Dolphy e Mingus: un
paio di date a New York e poi si parte per l'Europa - come testimonia tutta una serie di
registrazioni dovute alla fervida attività dei bootlegger - con Johnny
Coles alla tromba, Clifford Jordan al tenore, Jaki Byard al
piano e Dannie Richmond alla batteria.
Non c'è molto da aggiungere a quanto sia già stato detto e la cosa migliore è sedersi e
ascoltare: ci sono composizioni memorabili e modulari come Meditations on
Integration, c'è Orange Was the Color, So Long, Eric. tra le tante
registrazioni del periodo abbiamo scelto quella forse più nota, di Parigi, qualcosa come
il meglio di Dolphy e il meglio di Mingus messi assieme [e forse non è casuale], da
avere assolutamente!
Ornette Coleman - Free Jazz [Atlantic]
Nel doppio quartetto di questa tappa fondamentale del jazz, Dolphy riveste il ruolo
di "specchio" dello stesso Ornette Coleman, con la splendida intuizione timbrica
di utilizzare il clarinetto basso.
Dolphy si dimostra particolarmente rispettoso delle dinamiche interne a questa ardita
polifonia, risultando particolarmente efficace nei momenti collettivi e ingaggiando anche
una splendida conversazione con il contralto di Coleman. Storico.
Oliver Nelson - The Blues and the Abstract Truth [Impulse!]
Altri interessanti sodalizi, su cui non ci si può soffermare eccessivamente per
ragioni di spazio, sono quelli con Oliver Nelson e Max Roach.
Consigliati sono i grintosi "confronti" pubblicati su OJCCD, «Screamin' the Blues»
e «Straight Ahead», ma ovviamente non si può prescindere da questo
magnifico gruppetto di musicisti [ci sono anche Bill Evans e Freddie
Hubbard] che Nelson ha riunito [siamo nel 1961] per questo disco. La grande pulizia
complessiva - che sarebbe potuta andare anche un po' stretta a un Dolphy in piena
espansione - fa risaltare maggiormente le spigolosità al contralto [in Hoe-Down o
Yearning, ad esempio] e il vocabolario bluesy si arricchisce di una gamma
vastissima di inflessioni.
Max Roach - Percussion Bitter Sweet [Impulse!]
Dolphy compare anche in questo splendido lavoro di Max Roach, caratterizzato
dalle percussioni e dalla voce di Abbey Lincoln, pieno di energia e di militanza
nera: da sottolineare il tema al flauto in Tender Warriors, il cui lirismo si
contrappone alla feroce libertà dell'assolo al clarinetto basso.
Il contralto si può ascoltare nell'amara riflessione di Mendacity, strumento che
si fa voce subito dopo che la voce di Abbey Lincoln si è fatta strumento.
John Coltrane - Africa/Brass [Impulse!]
Pur conoscendosi da diversi anni, Dolphy e Coltrane iniziano la loro collaborazione
discografica con questo bellissimo disco, frutto di due sessions in cui Coltrane
affida, con grande spirito di incoraggiamento [e questo testimonia chiaramente il rispetto
e l'affetto di cui godeva Dolphy], l'arrangiamento e la direzione
dell'orchestra al polistrumentista.
Dietro le direttive del compositore, Dolphy dispone le voci basandosi anche sulle
aperture accordali del pianoforte di McCoy Tyner, mentre dal punto di vista
esecutivo, il suo ruolo è limitato alla parte in orchestra.
John Coltrane - Olé [Atlantic]
In mezzo alle due sedute di Africa/Brass, Coltrane registra - c'è anche
Freddie Hubbard - questo disco, in cui Dolphy compare con lo pseudonimo di George
Lane, probabilmente per ragioni di ordine contrattuale [avrebbe ecceduto il numero
di "permessi" che la Prestige gli aveva concesso].
Qui possiamo sentirlo, specie al contralto, finalmente in piena libertà - nonostante il
senso di editing "posticcio" che dà il suo assolo sulla title-track - e
questo straordinario incontro avrà una grande influenza sulla stessa concezione musicale
di Coltrane [che arriverà a dire «è l'unico solista che mi dà una completa soddisfazione»
e non lo sostituirà nel 1962, rimanendo in quartetto].
John Coltrane - The Complete 1961 Village Vanguard Recordings [Impulse!]
Questo incredibile cofanetto - da isola deserta - ci consente di apprezzare a pieno,
catturata dal vivo nel novembre del 1961, la magia assoluta del connubio tra Coltrane e
Dolphy: gli arabeschi del clarinetto basso nelle versioni di India e Naima,
il contralto su Chasin' the Trane - lo stesso Coltrane sta rompendo gli argini del
proprio virtuosismo e si avventura nel cielo dei suoni - il controcanto al tema di
Impressions, e poi la vertigine a fuoco lento di Spiritual, ancora al
clarinetto basso. Da avere assolutamente, da ascoltare e riascoltare!
Subito dopo il quintetto partirà per una tournée europea, accolta con pareri discordi, e
deve essere stato davvero un bello shock assistere all'incontro/scontro tra le concezioni
musicali di questi due giganti!!
[parentesi: dalle pagine di Down Beat il critico John Tynan definirà la
musica di Coltrane e Dolphy un musical nonsense, scatenando un acceso dibattito e
portando definitivamente i nomi dei due musicisti alla ribalta, tanto che nell'aprile del
1962 i due diranno al loro sulle pagine dello stesso giornale]
Andrew Hill - Point of Departure [Blue Note]
Giusto un mese dopo le registrazioni di «Out to Lunch», l'ultima importante
collaborazione di Dolphy prima di partire con Mingus è questo «Point of Departure»
del pianista Andrew Hill, seduta che lo vede accanto a una sezione di valore
unico - Joe Henderson e Kenny Dorham - oltre al leader e alla
ritmica di «Out to Lunch», Richard Davis e Anthony Williams.
Contralto incendiario nell'iniziale Refuge, Dolphy utilizza addirittura tutti e
tre gli strumenti in Spectrum, dalla complessa struttura metrica, ma durante tutto
l'album [che è espressione di una qualità compositiva, esecutiva e di concezione davvero
alta e nuova] illumina con momenti di grande apertura il puzzle composito creato da Hill.
Davvero indicativo delle possibilità di applicare i percorsi dolphiani anche alla musica
di altri compositori evoluti, ma non sapremo mai.
Da ricordare anche:
George Russell - Ezzthetics [OJCCD]
Booker Little - Out Front [Candid]
Mal Waldron - The Quest [OJCCD]
John Lewis - Essence [Atlantic]
Gunther Schuller - Jazz Abstractions [Atlantic]
Ken McIntyre - Looking Ahead [OJCCD]
Risorse in rete
Una straordinaria e imprescindibile fonte di notizie, discografie, documenti sonori,
interviste, trascrizioni, immagini è lo splendido sito curato da Alan Saul:
http://farcry.neurobio.pitt.edu/Eric.html
Bibliografia
Il libro essenziale rimane la biografia curata da Vladimir Simosko e Barry
Tepperman: "Eric Dolphy. A Musical Biography & Discography"
Una bibliografia completa si trova al sito del Darmstadt Jazz Institut
www.darmstadt.de/kultur/musik/jazz/index-us.htm
In ambito italiano ricordiamo:
M. Piras: "Eric Dolphy. Avanti e lontano da tutti" - Musica Jazz, 40/6 (giugno1984),
p. 33-52 (In allegato l'LP «"Live" 1962»)
M. Luzzi: "Discografia di Eric Dolphy" - Musica Jazz, 41/3 (marzo 1985), p. 51-57
Claudio Sessa: "Gli inediti rivelano un Dolphy segreto" - Musica Jazz, 43/12 (dicembre
1987), p. 34-35
Valerio Corzani: "Eric Dolphy. L'ultimo appuntamento" - Blu Jazz, 3/19 (1991), p. 24-27
Marcello Piras: "Dentro le note. Out to Lunch, Torno Subito. Anzi, Resto Fuori" - Musica
Jazz, 48/7 (luglio 1992), p. 49-52
Claudio Sessa: "Eric Dolphy. La profezia del nuovo jazz" - Musica Jazz, 50/6 (giugno
1994), p. 29-31
|