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Intervista

vandermark Luglio 1999



"Non mi piace considerarmi un musicista postmoderno, perché per me il postmodernismo rappresenta una maniera disorganica di assimilare il passato."

Ken Vandermark


Quel geniaccio di Ken

Luigi Santosuosso

Forse non tutti sanno che la fondazione MacArthur, a partire dal 1981, ha finanziato un premio, le così dette "genius grants", con il quale viene dato riconoscimento ai contributi creativi più innovativi del mondo artistico.
I jazzisti che hanno finora ricevuto il prestigioso attestato sono mostri sacri, per lo più con una lunga ed onorevole carriera di sperimentazione alle proprie spalle, del calibro di Max Roach, Steve Lacy, Anthony Braxton, Cecil Taylor ed Ornette Coleman.
Quando lo scorso giugno è stato annunciata la lista degli artisti che avrebbero ricevuto il premio per il 1999 l'unico jazzista ad essere incluso era Ken Vandermark. Inutile sottolineare la sorpresa che ha percorso il mondo del jazz. Nonostante una discografia già molto voluminosa, Vandermark è una giovane leva (è nato il 22 settembre 1964 nel Rhode Island). Gli esperti della fondazione MacArthur, però, non hanno sbagliato neanche in questa occasione. I 265.000 dollari che la fondazione pagherà in cinque anni, permetteranno ad un giovane artista di sviluppare nuove idee che, altrimenti, sarebbero rimaste ancora una volta frustrate dalle limitazioni finanziarie congenite nel mondo della musica improvvisata d'avanguardia (come ammette Vandermark, "per una volta sarà piacevole durante le tournée potersi permettere delle stanze di motel invece di dormire sul pavimento").
Ken Vandermark ha costituito uno dei principali catalizzatori della rinascita della scena jazzistica di Chicago. Dividendosi tra decine di progetti, Vandermark ha suonato nei contesti più diversi, cosa che non deve stupire vista la sua enciclopedica cultura musicale. Oltre ad essere musicista attivissimo, il sassofonista e clarinettista americano è un vero animatore musicale.
Insieme a John Corbett ha dato vita all'Empty Bottle Festival che in pochissimi anni è diventato un punto di riferimento mondiale per la musica improvvisata, oltre che importante testa di ponte verso gli Stati Uniti per tanti musicisti d'avanguardia europei.
Sempre estremamente piacevole e garbato nella vita di tutti i giorni, sul palco Vandermark dà sfogo a tutta la sua carica vulcanica, soprattutto nel contesto di gruppi come il DKV Trio con Hamid Drake e Kent Kessler o nelle collaborazioni con il suo trio "svedese": l'AALY trio con Mats Gustafsson alle ance, Peter Janson al basso e Kjell Nordeson alla batteria. Nei Vandermark 5 (l'altro gruppo al quale dedica buona parte delle sue energie), invece, emerge soprattutto il suo talento di compositore. Il loro CD "Target Or Flag", ad esempio, è stato votato disco dell'anno, da Cadence Magazine, il più autorevole mensile indipendente di jazz americano.

AAJ: Ken, partiamo dalla tua infanzia. A quando risale il tuo primo ricordo musicale?
KV: È difficile a dirsi. In pratica sin dal momento in cui sono nato i miei genitori mi hanno portato con loro ad ascoltare musica dal vivo. Mio padre, poi, ha sempre posseduto una mastodontica collezione di dischi di musica classica e jazz. Mi racconta che un giorno, quando ero piccolissimo, entrai nella stanza in cui conservava la sua collezione e spaccai diversi 78 giri. Ti assicuro che non l'ho mai più fatto e devo pure aver ammonito mio fratello più piccolo perché lui non ha mai commesso lo stesso errore!

AAJ: Ricordi per lo meno qual è stato il primo disco che hai acquistato?
KV: Mi piacevano tantissimo le Big Band: Duke Ellington, Count Basie, Woody Herman, il concerto di Benny Goodman alla Carnegie Hall...
Il primo LP che ricordo di aver comprato era una compilation di musica di Woody Herman intitolata Woodchopper's Ball.

AAJ: Provieni da una famiglia profondamente interessata alla musica (tuo padre, ad esempio, collabora con Cadence Magazine, una vera bibbia per molti appassionati di jazz). Quanto importante è stato per te questa circostanza?
KV: Senza dubbio, se fossi cresciuto in un diverso ambiente familiare non sarei oggi a fare quello che sto facendo, nel modo in cui lo sto facendo. La mia famiglia è stata decisiva sotto diversi aspetti.
I miei genitori mi hanno continuamente incoraggiato a fare ciò che amavo, ma mi hanno fatto anche capire che dovevo assumermi la responsabilità di vivere la mia vita in modo stimolante e gratificante.
Mio padre, poi, è stato fondamentale nel farmi crescere senza preconcetti musicali. La grande musica viene troppo spesso limitata dalle categorie. Lui, invece, mi faceva ascoltare un disco di Stravinsky e poi magari lo faceva seguire da qualche cosa di Duke Ellington senza mai dirmi "Stravinsky è stato un grande compositore bianco europeo, mentre Ellington è stato un grande compositore nero americano." Si trattava esclusivamente di grande musica senza confini razziali o culturali.
Senz'altro, poi, il fatto che i miei genitori mi portassero sempre con loro a vedere concerti nei club di Boston è stato importantissimo. Ho avuto modo di ascoltare grandi maestri come Johnny Griffin, Alan Dawson, Sammy Price, Art Blakey e tanti altri, ma ancora più importante è stato il fatto che vedevo come questi musicisti si divertivano e che la musica era diversa ad ogni performance; anche quando suonavano gli stessi brani la musica era sempre nuova e fresca e questo per me rappresentava qualcosa di magico.

vandermarkAAJ: Il tuo primo strumento è stato la tromba. Alle superiori, poi, sei passato al sassofono. Cosa c'era nel sassofono che ti aveva colpito? Suoni ancora la tromba?
KV: Credo all'inizio di essere stato attratto dalla tromba perché nei gruppi e soprattutto nelle big band i trombettisti godevano di ampi spazi solistici. Quando capii che sarei stato un trombettista mediocre a causa di problemi di imboccatura, decisi di passare al sassofono tenore.
Ho scelto questo strumento perché in quel periodo ero completamente assorbito dai grandi jazz combo e da sassofonisti come Sonny Rollins. Avevo circa 15 anni e da allora non ho mai più preso in mano una tromba.

AAJ: Com'è stata la tua educazione musicale (sei autodidatta oppure hai seguito un percorso accademico? Quali sono stati i tuoi maestri e le tue fonti d'ispirazione)?
KV: Da ragazzino presi lezioni di tromba, poi - dopo essere passato al sassofono - ho preso solo alcune lezioni per apprendere la diteggiatura, visto che ormai conoscevo già il solfeggio.
Durante gli anni di college, comunque, ho studiato per un po' con il grande George Garzone che è stato decisivo nel correggere un altro problema di imboccatura che era un'eredità di quelle prime lezioni di sassofono. A parte queste brevi esperienze, comunque, sono completamente autodidatta. Il mio approccio all'improvvisazione e composizione è sempre stato basato sull'apprendimento attraverso l'esperienza diretta e l'osservazione.
Per quanto riguarda le mie fonti di ispirazione, la lista sarebbe troppo lunga, ma - per essere breve - posso dire che Eric Dolphy, Coleman Hawkins, Cecil Taylor, Duke Ellington, Albert Ayler, Anthony Braxton, Sun Ra, Charlie Parker, Evan Parker, Peter Brötzmann, Don Cherry, Miles Davis, Thelonious Monk, Paul Lovens, Charles Mingus, Ornette Coleman, John Coltrane e Fred Anderson sono tutti musicisti che hanno cambiato la mia vita per sempre.
Poi, non posso trascurare l'ispirazione creativa che deriva da generi musicali diversi dalla musica improvvisata e da altre forme artistiche come la pittura, il cinema, la prosa o la fotografia.
Ci sono così tante cose che mi aiutano ad andare avanti anche nei periodi di frustrazione!

AAJ: Proprio il cinema ha esercitato a lungo una grossa influenza su di te. Da Boston ti sei trasferito a Montreal per studiare filmografia. Quand'è che in questa competizione interiore tra cinema e musica ha prevalso la seconda?
KV: All'Università di Montreal ho studiato storia del cinema, non volevo diventare un regista. Amavo, e amo ancora, il cinema. Era affascinante studiare dovendo guardare decine e decine di film, e scoprire registi d'avanguardia come Michael Snow e Bruce Conner. È stato molto stimolante ma, nello stesso periodo, il mio interesse per la musica cresceva in maniera inarrestabile. Continuavo a passare sempre più tempo pensando alla musica e lavorando come musicista. Direi che, alla fine, la scelta a favore della musica non è stato il risultato di una decisione metodica e ben ponderata ma piuttosto si è trattato di un fatto spontaneo.

AAJ: Il tuo interesse per il cinema ti ha portato a comporre colonne sonore?
KV: Ho curato diversi progetti che coinvolgevano cinema e musica. Un paio di anni fa ho organizzato a Chicago una serie di eventi intitolata "Chicago Ear and Eye Control" che prevedeva tre tipi di proiezioni, film narrativi (di Kurosawa o Yojimbo), cartoni animati (una miriade di cortometraggi che comprendevano di tutto, da Felix a Abstract Imagery) e film sperimentali (con opere di Michael Snow e Bruce Conner).
Proiettavamo i film senza il sonoro e poi diversi gruppi di improvvisatori suonavano dal vivo commentando le immagini. Sto lavorando ad una seconda edizione di questa iniziativa che potrebbe essere pronta già per il prossimo autunno o, al più tardi, in primavera.
Ho avuto modo di comporre alcune colonne sonore minori ma mi piacerebbe fare di più perché credo che esistano delle interessanti sinergie ed analogie fra musica e cinema. In fondo, sono entrambi espressioni artistiche che si dipanano nel tempo.

AAJ: Il tuo interesse per le arti figurative e per il cinema ha influenzato, in maniera conscia o inconscia, il modo con il quale suoni? Quando suoni, ad esempio, cerchi di creare dei "paesaggi sonori"?
KV: Non credo di suonare ed improvvisare in maniera "visuale." La musica si basa su un proprio sistema linguistico. Si sviluppa in maniera propria. Tuttavia qualche volta, quando compongo, mi vengono in mente delle immagini che hanno per me un certo contenuto emotivo, che so, penso a qualcuno che siede da solo al bancone di un bar e a che cosa pensa o sta provando...

AAJ: Nel 1989 ti sei spostato da Boston a Chicago. Che cosa ti ha portato nella città dove tuttora risiedi?
KV: Era orami arrivato per me il momento di lasciare Boston. Negli Stati Uniti non ci sono molte città in cui potevo continuare a coltivare i miei interessi musicali: New York, San Francisco, Chicago... Ho scelto Chicago perché avevo diversi amici che studiavano qui e quindi potevo almeno contare su di loro mentre mi ambientavo.

AAJ: Che differenze c'erano allora tra Boston e Chicago?
KV: Sai, a Boston ero abituato a suonare continuamente con musicisti della mia età. A Chicago ho impiegato circa due anni per incontrare gente che avesse idee simili alle mie sulla musica improvvisata. Partecipai a diverse cose ma niente di durevole, finché diedi vita al quartetto con Kent Kessler e Michael Zerang nel gennaio del 1992.
Devo ammettere che i miei primi due anni a Chicago sono stati i più difficili e deprimenti della mia vita.

AAJ: Com'è cambiata Chicago in questi dieci anni? Tu hai avuto un ruolo decisivo nel rivitalizzarne la scena musicale.
KV: È innegabile che in questi anni c'è stato un sensibile incremento dell'attività musicale sia grazie a musicisti locali che a musicisti provenienti da altre parti degli Stati Uniti, dall'Europa e dal Giappone.
Per me tutto è iniziato nel 1992 ma le cose hanno subito una incredibile accelerazione negli ultimi tre anni, anche grazie all'Empty Bottle Jazz Series che io e John Corbett [forse il più interessante dei giornalisti ed accademici di jazz statunitensi dell'ultima generazione - fondamentale il suo libro "Extended Play - Sounding Off from John Cage to Dr. Funkenstein" pubblicato dalla Duke University Press, N.d.R.] abbiamo curato, organizzando concerti ogni mercoledì sera.
Ma ci sono altri appuntamenti fissi come i lunedì al Myopic Books, i concerti del Vandermark 5 all'Empty Bottle, le performance al Velvet Lounge [il bar gestito dal sassofonista Fred Anderson, N.d.R.], i concerti al Cultural Center ... e la lista potrebbe allungarsi ulteriormente.
È poi molto importante l'attività di documentazione della scena locale che stanno portando avanti etichette discografiche come la Atavistic o la Okka Disk, oppure le stazioni radio dei college. In generale, il pubblico risponde molto positivamente (all'ultimo Empty Bottle Festival of Jazz and Improvised Music ci sono state più di mille presenze).
Ci sono musicisti di ogni tipo e ognuno sviluppa idee diverse. Ci si ascolta e influenza reciprocamente.
Quando sono venuto a Chicago c'erano al massimo un paio di concerti di musica improvvisata al mese, ora siamo passati ad almeno due concerti a settimana e le cose continuano a migliorare.

AAJ: In un certo senso, tu incarni l'ideale musicale postmoderno, assorbendo ispirazioni musicali di diverso tipo e suonando nei contesti più disparati, dai Gastr del Sol a Freddy Anderson. Qual è il minimo comune denominatore della tua cultura musicale?
KV: Ad essere sincero non mi piace considerarmi un musicista postmoderno, perché per me il postmodernismo rappresenta una maniera disorganica di assimilare il passato; "mi piacciono quelle sei cose lì, quindi le ritaglio e le appiccico insieme"...
Si tratta di un esercizio che non mi interessa affatto. Io, invece, sono affascinato da una gamma molto ampia di territori musicali e desidero ardentemente esplorarne seriamente ogni risvolto, ma senza operare con il metodo "taglia e incolla".
Sto cercando nel mio piccolo di fare quello che credo Duke Ellington sia riuscito a realizzare alla perfezione. Ellington ascoltava ed apprezzava altri generi musicali ed altri compositori, e poi li inseriva nella sua musica dove e quando ciò aveva senso.
Se esiste un comune denominatore nella musica che suono, e nella musica che amo ascoltare, è l'impatto fisico che questa musica mi dà ogni volta che la ascolto o la suono. C'è qualcosa che fa battere il mio cuore, o spezza il mio cuore, una verità indecifrabile che si nasconde nella organizzazione della musica e che può solo essere spiegata in termini musicali. È quel certo non so che che unisce Stravinsky a Charlie Parker ed a Sly and the Family Stone. Come si fa a spiegarlo? Eppure è qualcosa di innegabile.

AAJ: Nella tua carriera ancora breve sei stato coinvolto in numerosi progetti: i Vandermark 5, i FJF, i DKV, il duo Cinghiale, lo Standards Project, i Caffeine, Witches & Devils etc... A quale di essi oggi dedichi la maggior parte del tuo tempo? Che idee e concetti artistici persegui con ognuno di questi progetti?
vandermarkKV: I tre progetti principali nei quali sono coinvolto oggi sono i Vandermark 5 [leggi la recensione del loro disco Burn The Incline], il gruppo che mi assorbe di più dal punto di vista compositivo; il trio DKV, che invece è dedicato alla improvvisazione totale; ed il trio AALY, che si inserisce nella tradizione del free jazz.
Devo ammettere che la gamma di territori musicali che posso a coprire grazie a questi gruppi è molto ampia. Riesco così a lavorare con quelli che ritengo essere gli elementi essenziali del mondo della improvvisazione e composizione contemporanei. Un altro gruppo con il quale lavoro regolarmente è il Sound in Action Trio, un gruppo con Tim Mulvenna e Robert Barry col quale suoniamo pezzi miei o di Ornette Coleman, Eric Dolphy, Sun Ra. Il prossimo disco dovrebbe uscire in Ottobre per la Delmark [per leggerne la recensione clicca qui]. Ci sono poi i Signal To Noise Unit, con Kevin Drumm alla chitarra e Steve Butters alle percussioni, coi quali ho registrato un disco per il quale stiamo cercando una etichetta interessata alla pubblicazione, ed il trio con Liz Payne al basso e Adam Vida alla batteria. Questi ultimi due gruppi sono degli ensenble di improvvisazione free, anche se piuttosto diversi fra di loro.
Con il nucleo portante dei Vandermark 5 abbiamo formato un trio chiamato Chicago Bridge Unit che comprende Kent Kessler e Tim Mulvenna. Non posso poi dimenticare il Chicago Tentet, l'incredibile gruppo in cui partecipo insieme a Peter Brötzmann. Ci sono, infine, una serie di progetti collaterali coi quali non suono in maniera regolare ma coi quali perseguiamo altre idee che mi affascinano.

AAJ: Grazie a questi numerosi progetti, in pochi anni hai creato una discografia imponente. Non temi di sovresporti?
KV: La mia preoccupazione principale è quella di documentare la musica che ritengo stimolante e degna di essere registrata a causa della sua qualità. In moltissimi casi mi sono rifiutato di pubblicare registrazioni in cui ritenevo che il livello musicale non fosse adeguato.
Per la verità, ci sono alcuni vecchi dischi che non riesco più ad ascoltare. Tuttavia non mi pento di averli pubblicati in quanto erano lavori nei quali credevo completamente al momento della registrazione. Si tratta di incisioni che riflettono in maniera perfetta che cosa facevo, ad esempio, cinque o sei anni fa. È molto importante che l'evoluzione mia e dei musicisti coi quali collaboro sia stata documentata.
Attraverso questi dischi puoi ascoltare in maniera tangibile le varie direzioni in cui ci siamo mossi negli ultimi anni.
La sovraesposizione è una cosa da evitare, ma finché credo in quello che suono e finché la mia musica continua a cambiare ed evolvere credo che sia giusto pubblicarla.

AAJ: Ascolti i tuoi vecchi CD oppure tendi a concentrarti sui tuoi progetti più recenti?
KV: Per la verità, sono costretto a focalizzare la mia attenzione sui miei progetti futuri, perché il numero di volte che devo riascoltare una registrazione dal momento in cui è realizzata a quello in cui viene trasferita su disco è altissimo: devo scegliere i pezzi migliori, missarli, sceglierne la sequenza, rivedere il master etc. Quando il disco è immesso sul mercato non ne posso più! Dalla registrazione alla pubblicazione, inoltre, passa circa un anno e a quel punto mi sono già mosso con la mia musica in qualche altra direzione.

AAJ: Nella tua carriera hai avuto il privilegio di suonare con molte delle tue fonti di ispirazione, Evan Parker, Joe McPhee etc. Mi sono sempre chiesto che cosa si prova a salire su di un palco con uno dei propri idoli. Come si riesce a rimanere se stessi quando si è fianco a fianco con i grandi mostri sacri?
KV: Sia la prima volta che ho suonato con Joe McPhee che la prima volta che sono salito sul palco con Evan Parker ero nervosissimo. Sono entrambi due dei miei musicisti di riferimento. Una volta che il concerto inizia, tuttavia, uno deve cominciare a suonare e a concentrarsi sulle direzioni che la musica prende. In entrambe le circostanze, comunque, sia Evan Parker che Joe McPhee hanno letteralmente suonato con me; in altre parole non si sono limitati a dirmi: "questo è quello che ho intenzione di suonare, tu seguimi". Potevo chiaramente sentire che interagivano con me, e questo rappresentava il complimento musicale più alto che potessero farmi. Dopo aver capito che erano completamente intenzionati ad interagire con me tutto è diventato molto più semplice e sono riuscito a distendermi e a concentrarmi sulla musica, invece di rimanere intimidito dalla loro grandezza.

AAJ: A tutt'oggi, quale rimane la più straordinaria di queste esperienze, o quale è stato la collaborazione che ha lasciato un segno indelebile nella tua carriera di performer?
KV: In tutta onestà, ho avuto la fortuna di vivere direttamente tantissime esperienze musicali di grande spessore ed impatto emotivo. In tantissimi concerti ho avuto il privilegio di suonare accanto a grandi maestri.
Una delle esperienze che ricordo con maggior piacere, tuttavia, è stata lavorare assieme a Fred Anderson, cercando di assimilare le sue composizioni per il disco che avremmo inciso con il DKV per la Okka Disk. Eravamo solo noi due seduti di pomeriggio in un bar, provando e riprovando questi brani con Anderson che mi illustrava cosa dovevo fare per perfezionarne il fraseggio. Non dimenticherò mai le sensazioni che ho provato seduto al suo fianco, mentre ascoltavo il suono del suo sax che riempiva la stanza. È stato bellissimo.
Non posso poi tralasciare i concerti con il Peter Brötzmann Chicago Tentet [leggi la recensione del loro disco Stone / Water], che sono stati veramente impressionanti. Si tratta di un gruppo in cui ogni componente è un vero maestro, e quando sei sul palco con loro ti senti come uno del pubblico che non può che rimanere sconvolto dal livello della musica che viene suonata. Credo che si tratti di uno dei gruppi più potenti che abbia mai ascoltato.

AAJ: Grazie alle tue continue collaborazioni con musicisti d'oltreoceano, hai una profonda conoscenza dell'avanguardia europea. In che modo ti sembra che differisca da quella americana?
KV: Premettendo che ogni generalizzazione può essere pericolosa perché conduce ad una eccessiva semplificazione delle cose, direi che una delle principali differenze sia il fatto che gli 'europei' tendono a concentrarsi sul suono mentre gli 'americani' badano maggiormente al ritmo. Ovviamente, ci sono centinaia di eccezioni a questa regola. Moltissimi musicisti europei come, per esempio, Paul Lovens o Paul Lytton, hanno fortemente allargato le possibilità ritmiche dell'improvvisazione. Parimenti, ci sono americani come Kevin Drumm e Jim O'Rourke che stanno espandendo i confini sonori.
Tuttavia è innegabile che gli americani ricercano il groove ritmico più che un suono "aperto". Non c'è nessuno, ad esempio, che qui faccia uso di tecniche estese allo stesso livello di uno come Mats Gustaffson.

AAJ: Sempre evitando i rischi della generalizzazione, ti senti di fare dei paragoni tra il pubblico europeo e quello statunitense?
KV: Ho pensato a lungo che il pubblico europeo fosse più attento di quello americano, ma oggi come oggi non ne sono più sicuro. Non c'è alcun dubbio che la scena festivaliera europea sia di gran lunga superiore, sotto ogni profilo, a quella statunitense. Non c'è quasi nessuna manifestazione in questo paese che dia voce ai musicisti più sperimentali (a Vancouver c'è un ottimo festival, ma si tratta ovviamente di una città canadese).
In verità, gli appassionati che vengono ad ascoltare questo tipo di musica sono gli stessi in ogni posto: giovani (tra i venti ed i quaranta anni) spesso provenienti dal rock underground; in altre parole gente che è stanca della musica commerciale e che, al contrario, è stimolata dalle possibilità offerte dalla musica improvvisata.

AAJ: Come organizzatore - insieme a John Corbett - dei concerti e del festival dell'Empty Bottle di Chicago, hai spesso invitato musicisti europei come Mats Gustaffson, Jaap Blonk, Peter Brötzmann o Sebi Tramontana. Qual è stata la reazione del pubblico?
KV: Devo dire che il pubblico di Chicago è veramente eccezionale. Abbiamo avuto quasi mille spettatori all'ultima edizione dell'Empty Bottle Festival of Jazz and Improvised Music. Mats Gustaffson suona più spesso qui che a Stoccolma, la sua città. Peter Brötzmann ha messo assieme il suo Tentet per lo più scegliendo fra musicisti di Chicago, perché ama sia i musicisti che il pubblico di Chicago.
A questo punto, gli appassionati di musica di Chicago hanno una vasta cultura musicale. Sono perfettamente consci di cosa accade nella scena musicale internazionale e vengono in massa a supportare ogni iniziativa.

AAJ: Secondo te, alle orecchie di un pubblico americano, le varie "scuole" jazzistiche europee (che so quella inglese, quella olandese, quella italiana...) condividono un comune denominatore oppure rivelano delle evidenti differenze?
KV: Direi che esistono delle chiare differenze sia a livello di nazioni che di singoli musicisti. Ovviamente, non posso parlare a nome di tutti gli appassionati di jazz americani ma credo che ognuno che abbia interesse per la musica improvvisata possa notare l'approccio differente che hanno ad esempio due musicisti come Han Bennink e Paul Lytton, che pure condividono alcuni aspetti, ed in particolare il desiderio di allargare le possibilità di cosa si possa fare musicalmente con i loro strumenti. Come sempre quando esistono dei cliché c'è una base di verità. Penso, che so, all' "umorismo" dei musicisti olandesi oppure alla tecnica dei britannici e sono sicuro che gli ascoltatori americani siano in grado di notarle così come quelli europei.

AAJ: A quale di queste tradizioni ti senti più vicino?
KV: Forse alla scuola svedese, che - senza volere semplificare troppo - è riuscita a raggiungere una ottima sintesi tra l'approccio britannico al ritmo ed al suono e quello espressionistico tedesco. Una combinazione perfetta tra testa e cuore.

AAJ: Quali sono i musicisti italiani coi quali hai collaborato?
KV: Gli unici due italiani coi quali ho lavorato finora sono Sebi Tramontana e Mario Schiano. Con Mario ho suonato solo una volta a Chicago, ma ho avuto la fortuna di collaborare lo scorso luglio con Sebi ad un progetto in cui partecipano pure Tim Mulvenna, Kent Kessler e Fred Lonberg-Holm. È stato fantastico. Sebi suona il trombone con uno stile che adoro e - inoltre - si tratta di una persona veramente speciale, quindi collaborare con lui a questo progetto è stato un grande piacere. Mi ha detto che vorrebbe tornare a Chicago nel marzo del 2000 e spero che in quella circostanza sia possibile riformare questo quintetto e registrare un disco insieme.
Oltre a Mario ed a Sebi, a Giancarlo Schiaffini e all'Italian Instabile Orchestra purtroppo non conosco bene il movimento italiano. Sfortunatamente, sembra che siano pochissimi i musicisti italiani che riescano a venire a suonare in festival statunitensi. Mi auguro che questo cambi in futuro.

AAJ: Quali sono i tuoi dischi di imminente pubblicazione?
KV: In ottobre la Atavistic pubblicherà il Joe Harriot Project in cui suono le musiche di Joe Harriot insieme a Tim Mulvenna, Kent Kessler e Jeb Bishop. Nello stesso mese sarà pure pubblicato il disco del Sound in Action Trio di cui ti parlavo in precedenza.
A novembre, poi, la Okka Disk realizzerà due dischi del DKV Trio: uno è un doppio CD registrato al Festival di Wels lo scorso novembre e l'altro, invece, è una collaborazione con Joe Morris.

AAJ: Hai progetti riguardanti tour europei o italiani?
KV: C'è qualche possibilità che i Vandermark 5 facciano un tour europeo dopo che avrò suonato al Berlin Jazz Festival insieme al Peter Brötzmann Chicago Tentet. In caso contrario ci limiteremo a fare apparizioni isolate in vari festival.
L'anno prossimo, invece, ho in ballo diversi tour: uno in marzo con l'AALY trio, uno in aprile/maggio con il DKV trio e uno in autunno con i Vandermark 5. Il nostro agente, Erhard Hessling sta lavorando con Massimo Pupillo per mettere assieme un tour italiano dei Vandermark 5 nel prossimo futuro.

AAJ: Lo scorso giugno ti è stata assegnata una grossa onorificenza: la "genius grant" della fondazione MacArthur. Prima di te pochi altri jazzisti l'avevano ricevuta. Personaggi del calibro di Ornette Coleman, Cecil Taylor, Anthony Braxton o Steve Lacy. Come ti sei sentito quando hai scoperto di essere stato incluso in questo circolo ristretto di geni musicali? KV: Per la verità, non mi sento affatto come un membro di questo circolo. Ognuno di questi nomi rappresenta per me un punto di riferimento essenziale, una fonte di ispirazione che ha cambiato in maniera permanente la faccia ed il corso della musica improvvisata.
Tutto quello che posso dire per quanto riguarda la mia musica è che sono molto lontano dall'aver raggiunto simili risultati. Intendo passare il resto della mia vita nel tentativo di realizzare qualcosa di paragonabile a quello che questi artisti hanno fatto per il mondo della musica e dell'arte in generale.
Sto cercando di interpretare questa fortuna che mi è capitata come una opportunità unica per realizzare nei prossimi cinque anni una serie di progetti ai quali tengo con una maggiore libertà finanziaria. Potrò realizzare progetti, tournée e dischi che altrimenti sarebbero stati impossibili. In particolare, sto pensando ad un tour degli Stati Uniti con il Peter Brötzmann Chicago Tentet, un disco con un grande gruppo comprendente Fred Anderson ed una tournée con Paul Lovens.


Questa intervista viene riprodotta per gentile concessione di MusicbOOm

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