Intervista a Beppe Scardino

Di - 20/07/2015

Intervista a Beppe Scardino

Sassofonista baritono, clarinettista basso e compositore quanto mai versatile, Beppe Scardino è da un decennio una figura centrale del jazz italiano più creativo. Lo abbiamo incontrato nei giorni dell’ultima edizione di Young Jazz, nel maggio 2015, e ci ha gentilmente concesso quest’intervista: ricorda alcune tappe centrali della sua carriera e ci parla dei progetti futuri.

All About Jazz Italia: Iniziamo dagli Orange Room. Com’è nata la formazione e su quali basi hai scelto l’organico?
Beppe Scardino: È il gruppo del mio cuore. È nato 10 anni fa da incontri fortuiti nell’area bolognese tra musicisti che all’epoca potevano definirsi giovani. Ora lo siamo un po’ di meno non solo in termini anagrafici ma perchè alcune certezze si sono confermate, mentre all’epoca era tutto più vergine. Ai corsi estivi di Siena Jazz avevo conosciuto Pasquale Mirra e Piero Bittolo Bon. Quando mi sono spostato a Bologna mentre continuavo a suonare molto con Pasquale, ho incontrato Antonio Borghini e poi Federico Scettri e Francesco Bigoni, che frequentava con me il conservatorio.
Io ho sempre avuto il pallino per la scrittura fin dal momento in cui mi sono avvicinato alla musica, sentivo molto l’esigenza di avere qualcosa di strutturato quindi ho pensato di organizzare il sestetto con una strumentazione che consentisse molte possibilità. Ad esempio è stata centrale la scelta di Mirra al vibrafono, uno strumento armonico sui generis, come scrisse molto giustamente Giovanni Natoli nella presentazione del primo disco sul sito de El Gallo Rojo. Diceva che il vibrafono è “atto a non coprire ma a disvelare le nudità di questo sestetto pianoless.” Comunque è chiaro che tutti i componenti del gruppo sono insostituibili e li ringrazierò sempre per il contributo di ognuno. È forse proprio da loro che ho avuto le influenze più grandi…

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