Il fascino sostenibile della leggerezza

Di - 26/05/2015

Il fascino sostenibile della leggerezza

Parafrasando in un sol colpo Buñuel e Kundera, eccoci qui a parlare di leggerezza—più o meno fascinosamente (in)discreta o (in)sostenibile che sia—entro le maglie della (nuova?) canzone d’autore italiana. È un concetto che avevamo in qualche modo già adombrato in un precedente intervento in cui ipotizzavamo il fiorire di una canzone ribattezzata per l’occasione (ovviamente non senza un pizzico di impertinenza e civetteria) post-d’autore. Ora una serie di recenti uscite, sempre ascrivibili ad artisti per lo più fuori dai massimi sistemi cantautoriali (nonché il titolo stesso di una di esse), ci induce a mettere più specificatamente il dito nella piaga. Ammesso che di piaga si tratti (se è per questo nemmeno il dito era tale, come ci rendeva maliziosamente edotti un celebre sketch di Flavio Oreglio).

La leggerezza, per la società contemporanea, rappresenta come tutti sappiamo un’attrazione fatale e irrinunciabile. Un po’ a tutti i livelli, anche se per fortuna non proprio per tutti, presi come individui. La canzone d’autore—meglio se ancora in attesa di consacrazione, anzi presumibilmente proprio nella di lei ricerca—non fa eccezione. Ecco perché, qui e oggi, ci domandiamo se si tratti di un’attrazione veramente (in)sostenibile. Qualcuno ci riesce, a sostenerla (cioè a tenerla a equa distanza), ma i più cadono nella rete. Magari affidando testi non banali, arguti, talora persino corrosivi, alle malie (o presunte tali) di una mise complessiva (musiche, sonorità, durata, arrangiamenti) accogliente (a volte anche ammiccante), lineare, priva di asperità o curve a gomito…

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