Glauco Venier

Di - 18/07/2016

Glauco Venier si racconta con Miniatures

Miniatures è un piano solo. Ma è anche qualcosa di più, per il modo in cui sono state inserite nel tessuto narrativo le sculture sonore azionate dallo stesso Glauco Venier e per come sono saldate al pensiero che sorregge la musica. La musica respira anche attraverso il dialogo tra pianoforte e sculture sonore, che tracciano una dimensione spaziale, vibrante e timbricamente insinuante.
È un lavoro meditato a lungo. Preparato nella sua mappa generale e metabolizzato in una narrazione divisa in piccoli quadri, ma a respiro ampio, a maglie larghe, rilassato e nel contempo intenso, percorso da lampi. Si procede dall’indistinto di macchie sonore impressionistiche alla metafisica di astrazioni sospese, alla melodia oscura, folklorica, rituale, orientale, esoterica.

Ma si approda sempre a una schiettezza che fa parte della natura di Venier. Che si riflette nella sua musica, dove si trovano mescolate e ben dialoganti la spiritualità e la fisicità della terra. Terra intesa anche in senso lato, perché il pianista friulano percorre il mondo con la propria musica: è attratto dalle culture di tutto il globo e le innesta nel proprio scenario artistico.

Allo stesso modo nel suo stile si integrano delicatezza poetica e ruvidezza fisica. Spiritualità e quotidianità. Rinascimento, Barocco e Contemporaneo. Jazz. Anche con l’aiuto delle sculture sonore di Harry Bertoja e Giorgio Celiberti, la musica si espande in più direzioni, pur mantenendo una salda traccia di ispirazione, di narrazione.

Il disco è stato registrato in due giorni, all’Auditorio Stelio Molo di Lugano, con uno sforzo notevole da parte del pianista, che racconta come, alla fine, si sentisse stremato. Ne abbiamo parlato con lui a Bolzano, durante l’Alto Adige Jazz Festival, dove si esibiva con il trombettista Ulrich Beckerhoff e con Rosario Bonaccorso, in un trio inedito.

All About Jazz Italia: In Miniatures sembra che tu voglia fare il punto della tua vicenda musicale, esistenziale, toccando alcuni momenti cardinali della tua formazione e del tuo orientamento artistico.

Glauco Venier: Sì, è assolutamente così. Io provengo da tanti linguaggi: sono partito dal rock e insieme con la musica classica studiata al Conservatorio. Non pianoforte, ma organo. Da lì le prime esperienze: la borsa di studio per gli Stati Uniti, al Berklee College of Music, poi i primi ingaggi professionali. Ho avuto la fortuna di incontrare un agente di Verona, Andrea Marini, che mi ha fatto suonare con tutti i musicisti più grandi in assoluto. Kenny Wheeler, con il quale ho collaborato dodici anni. Sono anche andato a suonare al suo memorial: Kenny sul testamento aveva scritto di volere il trio con Norma Winstone, Klaus Gesing e Glauco Venier, indicando quale brano particolare dovevamo eseguire, voleva poi John Taylor. Sono orgoglioso anche di questo, si tratta di una cosa importante.

Poi ho fatto un lungo periodo con Lee Konitz, una collaborazione partita in quartetto e finita in duo. Un altro musicista per me simile a Konitz è stato Charlie Mariano, con il quale ho avuto un’intensa esperienza. È seguito un sodalizio, proseguito anche di recente, con Steve Swallow, poi con Marc Johnson… Insomma, sono stato fortunato.

Ho suonato spesso con gli italiani: Paolo Fresu nel 1988, Enrico Rava. Devo dire che ho avuto le mie belle soddisfazioni artistiche. Ricordo ancora il disco registrato con Norma per la ECM, che ha ricevuto la nomination per il Grammy Award, seguito da altri due e preceduto da uno per la Universal…

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About Giuseppe Segala

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