Francesco Forges

Di - 28/11/2016

Francesco Forges, non chiamatelo "vocal coach"

Flautista, cantante, compositore, docente, Francesco Forges è un musicista fuori dagli schemi. Da più di vent’anni è coinvolto nella creazione e direzione di gruppi e progetti in cui la voce è protagonista. Ogni formazione è per lui un’occasione per sperimentare le suggestioni più diverse, dal jazz alla lirica, alla poesia, al teatro, alla coralità contemporanea, alla world music. Ma guai a chiamarlo “vocal coach…”

All About Jazz: Nel tuo profilo Facebook ti definisci “everything but a vocal coach.” Un riferimento all’overdose di talent show da cui siamo sommersi o c’è dell’altro?

Francesco Forges: insegno da venticinque anni, indubbiamente il riferimento è la grande diffusione nell’ambito della docenza da una decina d’anni di questa figura nuova che si definisce “allenatore della voce.” Addirittura c’è un tizio negli Stati Uniti che si definisce vocal coach di Stevie Wonder, immagino che non insegni a cantare ma che sia un allenatore di voci che già cantano, come avviene anche in Italia soprattutto nel mondo dei talent show. In ogni caso il mio riferimento è abbastanza polemico, il prossimo anno in primavera uscirà un mio piccolo saggio per Crac Edizioni dedicato anche a questo fenomeno.

AAJ: Chi ti ha iniziato alla musica e come hai cominciato la tua carriera di musicista?

FF: Ho iniziato da ragazzino, non vengo da una famiglia di musicisti anche se c’era un cugino di mia madre che era un compositore abbastanza noto, Vieri Tosatti. Ha scritto diverse opere tra cui anche “La Partita a Pugni” i cui protagonisti sono due pugili. Inizialmente con i miei primi gruppi ci ispiravamo alle formazioni del periodo considerate prog, la mia prima esperienza professionale è stata con gli Allegri Leprotti, una band ancor oggi considerata prog e che fa parte del movimento Rock in Opposition in cui suonavo il flauto e cantavo.

AAJ: Come hai deciso poi di dedicarti in prevalenza alla voce?

FF: il primo approccio è avvenuto intorno ai diciotto anni, a Milano, sono andato a un seminario con Maggie Nicols di cui seguivo già i concerti e quelli del Feminist Improvising Group, quell’esperienza fu anche l’occasione per incontrare alcuni musicisti che avrei poi rivisto nel corso degli anni. Dopo il diploma di conservatorio in flauto non sapevo bene cosa fare, ma proprio in quell’anno è esploso Bobby McFerrin e fu un’illuminazione, era qualcosa di completamente diverso rispetto ai cantanti europei che avevo ascoltato fino a quel momento.

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