Enrico Pieranunzi – Il jazz come forma di auto-conoscenza

Di - 10/04/2017

Intervista a Enrico Pieranunzi

Da Charlie Parker a Bruno Canino, da Chet Baker a Domenico Scarlatti, passando per George Gershwin e la musica folklorica romana. In occasione di un suo recente progetto dedicato alla figura di Gershwin, abbiamo avuto il piacere di incontrare Enrico Pieranunzi per una lunga e stimolante chiacchierata, ripercorrendo insieme la sua carriera ultra-quarantennale.

All About Jazz: Quali sono le affinità che la legano a George Gershwin?

Enrico Pieranunzi: Ci sono molte cose che mi fanno sentire vicino a questo straordinario musicista. In particolare la sua “doppia vita” di musicista classico e jazz, e il suo essere praticamente autodidatta per quel che riguarda la composizione. Personalmente ho iniziato prestissimo gli studi musicali, prendendo lezioni di solfeggio e seguendo un corso di pianoforte da privatista. Allo stesso tempo imparavo da mio padre le prime forme del jazz. Una doppia anima musicale che si ritrova anche in Gershwin, al di là ovviamente del fatto che lui fosse americano e io europeo e, naturalmente, che lui fosse… Gershwin.

Più in generale sento verso di lui una grande affinità poiché Gershwin fu sostanzialmente un musicista “empirico,” e perché in lui lo strumentista e il compositore erano praticamente due personalità inscindibili. Un altro aspetto che me lo fa sentire vicino è l’origine sociale. Mio padre, chitarrista, e mia madre provenivano entrambi da famiglie romane tipicamente popolari e anche Gershwin aveva un’origine low class che gli consentiva di comprendere la forza della musica popolare. Guardare il mondo dal basso può rendere molto più acuta del normale la capacità di percezione ed espressione dei sentimenti.

E poi c’è stato il contatto diretto con la sua musica, che è avvenuto molto presto. Quando avevo intorno ai sette anni mio padre era solito mettere sul mio leggio gli spartiti di canzoni americane, tra cui ovviamente quelle di Gershwin. Credo che il primo pezzo scritto da lui che imparai a suonare sia stato “Fascinating Rhythm.” Mi piaceva anche moltissimo il blues da “An American in Paris,” che pure leggevo al piano. Non so se questo fosse un segno del destino… Comunque è curioso che tanti anni dopo abbia ripreso in mano questo pezzo e realizzato la trascrizione.

AAJ: Quali aspetti ha voluto estrapolare dalla sua musica?

EP: Le trascrizioni non sono state un lavoro semplice. Riguardo “An American in Paris” si trattava di ridurre un brano scritto per grande orchestra, cioè per un organico di molte decine di persone (e senza pianoforte in orchestra…) a tre soli esecutori. Ma credo di aver vinto la sfida… Allo scopo ho utilizzato tre fonti diverse: la partitura orchestrale, la versione per due pianoforti che Gershwin stesso aveva approntato all’epoca della composizione (1928) e una buona versione per pianoforte solo, realizzata pochi anni dopo da William O’Daly, amico e prezioso collaboratore di Gershwin. Va ricordato che “An american in Paris” nasce come poema sinfonico (sul frontespizio della partitura originale Gershwin ha scritto tone poem), vale a dire come un racconto o, ancora meglio, come un immaginario film in musica. Questo carattere intenzionalmente descrittivo consente, appunto come in un racconto o in un film, di operare tagli e aggiustamenti narrativi, e di strutturare o ristrutturare la storia in maniera diversa rispetto all’originale. È appunto quello che ho fatto, concedendomi in più il lusso di inserire, poco prima della fine del brano, una mia cadenza originale in “stile Gershwin,” in cui i tre strumenti in organico, violino, clarinetto e pianoforte, dialogano fra loro…

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