Electric Coen

Di - 03/07/2017
Electric Coen

Era il 2008 quando intervistammo Gabriele Coen, allora interessante ma ancora poco noto sassofonista e compositore romano. Oggi, dieci anni dopo, Gabriele ha sviluppato e messo a frutto la sua ricerca nella tradizione musicale ebraica (già allora aveva pubblicato con la moglie Isotta Toso un libro sulla storia del klezmer, “Musica Errante,” edito da Stampa Alternativa) realizzando tre dischi con la sua formazione Jewish Experience e approdando con essa alla prestigiosa etichetta Tzadik Records di John Zorn nella collana Radical Jewish Culture. Torniamo a intervistarlo oggi, per conoscere lo stato attuale della sua carriera artistica, in occasione della recente uscita del suo ultimo lavoro, Sephirot. Kabbalah in Music (Parco della Musica Records).

All About Jazz Italia: Ti abbiamo intervistato ormai molti anni orsono e allora, pur avendo frequentato la musica ebraica con i Klezroym, non avevi ancora iniziato a sviluppare quella che è oggi la tua proposta musicale principale e che ti ha dato maggiore notorietà.

Gabriele Coen: Infatti è stato proprio subito dopo quell’intervista che ho cominciato a lavorare a Golem, il primo lavoro della Jewish Experience. Un disco che fu ascoltato e apprezzato da John Zorn e che mi aprì le porte della Tzadik, con la quale ho poi pubblicato i due successivi capitoli, Awakening e Yiddish Melodies in Jazz. Anche il mio ultimo CD -Sephirot. Kabbalah in Music -appena uscito per Parco della Musica, era inizialmente previsto per Tzadik, ma la crisi del disco non ha colpito solo in Italia e Zorn ha dovuto ridurre le sue uscite annuali da sessanta a venti; così, fatalmente, il mio disco -che era già pronto -è risultato tra quelli esclusi. L’ho allora proposto a Parco della Musica, che lo ha molto apprezzato e ha deciso di pubblicarlo. Per la produzione ho scelto anch’io questa forma di finanziamento popolare che è il crowdfounding, che ho scoperto essere molto interessante: è faticosissimo, perché devi seguire mille cose e mantenere i contatti con tutti coloro che contribuiscono; però allo stesso tempo è un modo per far conoscere la tua proposta culturale anche a nuovi contatti e di farlo in prima persona. Credo che oggi sia uno dei pochi modi per avvicinare la gente all’”oggetto CD,” che è in grande disarmo ma che qui assume un valore diverso: i sostenitori del crowdfounding sanno infatti che si tratta di una cosa che hanno personalmente contribuito a realizzare e perciò se ne sentono in parte protagonisti. Inoltre, anche il fatto di ricevere una copia firmata, o altri gadget, è una cosa a cui la gente tiene molto e che torna a dare al CD il valore simbolico che aveva perso, anche a causa della presenza della musica su internet, più o meno gratuita, dopo pochi giorni dalla sua uscita…

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Foto: Andrea Sermoneta

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