Dominic Miller: dalla corte di Sting a quella di Manfred Eicher

Di - 20/03/2017

Dominic Miller

La prima volta di Dominic Miller per la blasonata ECM Records ha tutte le caratteristiche di un vero evento discografico. Miller, chitarrista fra i più versatili in circolazione e che ha legato il suo nome a un’ormai storica militanza in studio e dal vivo accanto a Sting dai tempi di The Soul Cages (era il 1991, ma nell’infinito curriculum ci sono anche Phil Collins, Tina Turner, Steve Winwood e Peter Gabriel, per dirne alcuni), ha dato vita a un quasi-solo album intimo e prezioso.

Un’opera semplice nella forma e finissima per tessiture, colori e atmosfere. Silent Light, il suo undicesimo album da leader o co-leader, è infatti un autoritratto misurato e sincero di un artista che si racconta con il solo ausilio delle sei corde. E, nel farlo, non fa rimpiangere scelte più articolate e ricche. Ecco cosa ha raccontanto ad All About Jazz.

All About Jazz: Silent Light è un album molto ricco, una vera a propria istantanea del tuo retroterra musicale: dagli esordi fino alla tua vita di oggi, in Francia. L’assetto che hai scelto però è molto minimale: quasi un album da solista. Puoi spiegarci questa apparente contraddizione?

DM: Sarebbe stato facile essere più specifici dal punto di vista stilistico utilizzando strumenti e suoni provenienti da tutte le mie influenze, ma il vero punto nevralgico di questo album era ricrearle usando uno strumento a sei corde piccolo ma polifonico: una chitarra! D’altro canto sono sempre stato d’accordo con Segovia, secondo il quale una chitarra è come una mini orchestra. In più ho cercato in qualche modo di avvicinarmi al suono dell’etichetta e all’estetica della produzione, così ho tenuto il tutto su livello di semplicità e ambiguità. In ogni caso, questa è la mia scusa…

AAJ: Il percussionista Miles Bould è l’unico musicista che hai voluto con te. Pensi ci sia un collegamento fra questa scelta e le forti influenze latine del disco?

DM: Era il giusto percussionista per quest’album per vari motivi. Trovo che il suo modo di suonare sia “altruista” e in qualche modo trasparente. Non porta l’attenzione su di sé ma fa crescere soltanto la musica. E poi c’erano alcuni pezzi in cui sentivo di aver bisogno di qualcosa simile a una pulsazione umana, così che potessi danzare attorno ai battiti con più libertà. Non riesco fare a meno di ascoltare, suonare, arrangiare musica in modo sincopato, cosa che probabilmente deriva dalle mie origini argentine.

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Foto: Steven Haberland

About Luca Muchetti

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