Compagni d’ancia

Di - 28/05/2017

Marco Colonna intervista Eugenio Colombo

 

Quando abbiamo suggerito al polistrumentista romano Marco Colonna di intervistare un improvvisatore che ammira, la sua scelta è stata immediata: Eugenio Colombo. Quella che segue è la trascrizione della conversazione tra due colleghi d’ancia uniti da stima reciproca e progetti comuni, ma -soprattutto -da una concezione del fare musica che è esistenziale prim’ancora che artistica.

Parlare con il maestro Eugenio Colombo è affar serio. Difficilmente non dice esattamente quello che vuole dire, e sceglie con cura il punto di vista e le implicazioni di ogni vocabolo. Musicista incredibile, Colombo non solo è uno dei maestri di musica improvvisata in Italia, ma è anche maestro di sassofono classico e perfino di Yoga. E come ogni buon maestro non pretende di apparire, ma ragiona sulla sua materia in modo sereno, trovandone sfaccettature ogni volta diverse. In poche parole, Eugenio Colombo è una figura necessaria nel panorama contemporaneo di arti e musica resistente.

Marco Colonna: Cominciamo da quello che mi hai detto quando ti ho proposto di scambiare idee per questa sorta di intervista… Hai detto che è un momento in cui tutti parlano, e parlano in qualche modo troppo. Secondo te c’è ancora qualcosa da dire?

Eugenio Colombo: Si, c’è ancora qualcosa da dire, non c’è dubbio, ma è necessario che ci sia qualcuno ad ascoltare. Viviamo in un mondo in cui siamo bombardati da una molteplicità di informazioni, che ci provengono da tante sorgenti diverse, pubbliche e private (televisioni, radio, web ma anche SMS, WhatsApp, FaceBook, Twitter ecc.) in generale l’abbondanza è una buona cosa, ma nello specifico si rischia di confondere cose significative con i “si dice.”

MC: La parola ha una sua funzione associata alla forma d’arte che abbiamo scelto come forma d’elezione?

EC: Molti anni fa, quando c’erano i dibattiti dopo gli spettacoli, quindi alla fine degli anni ’70, dopo un concerto in un minuscolo comune della Lombardia, qualcuno ci chiese che significato avesse la musica che avevamo appena suonato (ero con Giancarlo Schiaffini e Michele Iannaccone: il trio SIC) la nostra risposta fu che se lo avessimo saputo con precisione avremmo fatto un comizio oppure scritto un libro e/o un articolo. Tutto ciò non vuol dire che non serve parlare, ma che l’ineffabilità della musica produce una informazione specifica, alcuni pensieri non si possono esprimere in altro modo…

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